Post-covid, Abi: lasciare spazi di flessibilità alle banche

Rita Annunziata
26.1.2021
Tempo di lettura: 3'
Le domande di adesione alle moratorie sui prestiti hanno superato i 2,7 milioni, per un valore di circa 300 miliardi. Salgono a 129,5 miliardi le richieste pervenute al fondo di garanzia. Ma lo scenario che si apre di fronte alle banche resta complesso. Secondo Raffaele Rinaldi di Abi, occorre lasciare loro “spazi di flessibilità”

Anna Gervasoni, Aifi: “Negli ultimi tre anni, tra private equity e private debt, abbiamo investito 25 miliardi coinvolgendo 1.500 imprese. Numeri contenuti, rispetto a quelli che l'Italia si merita”

“I nuovi pir rappresentano una straordinaria opportunità oggi”, aggiunge Andrea Ghidoni di Assogestioni. “Ma bisogna dare continuità alla normativa e investire sull'educazione finanziaria degli investitori”

Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Associazione bancaria italiana in occasione dell'evento Finanziamo sviluppo, gli strumenti per fronteggiare la crisi, organizzato da Finlombarda, le domande di adesione alle moratorie sui prestiti hanno superato i 2,7 milioni, per un valore di circa 300 miliardi. Le richieste pervenute al fondo di garanzia, invece, ammontano a 129,5 miliardi mentre salgono a circa 20,8 miliardi i volumi complessivi dei prestiti garantiti nell'ambito di “Garanzia Italia” di Sace. Ma lo scenario che si apre di fronte agli istituti di credito, per gli esperti, resta di grande complessità.
Secondo Raffaele Rinaldi, responsabile ufficio credito e sviluppo di Abi, “occorre continuare a sostenere le imprese in difficoltà, gestire l'uscita dalle moratorie e, allo stesso tempo, evitare di accumulare troppi npl (non performing loans, ndr)”. “Per affrontare queste sfide, ci aspettiamo che continuino a essere concessi alle banche spazi di flessibilità. Allo stesso tempo, ci aspettiamo che alcune delle regole adottate in passato, in un periodo economico completamente diverso, possano essere sospese e la loro applicazione rinviata (come quelle sulle nuove definizioni di default e sul calendar provisioning)”. Regole, spiega, che avrebbero effetti prociclici ed esacerberebbero una situazione già resa complessa dalla crisi pandemica.

Secondo Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, in questo contesto “uno degli elementi fondamentali è disporre di canali alternativi a quello bancario, per poter continuare a finanziarie progetti d'investimento”. “Noi tendiamo a caratterizzare l'Italia come un paese di piccole e medie imprese, le cui problematiche rappresentano una sorta di peculiarità italiana – aggiunge – In realtà, il tema delle pmi è un tema globale, e sempre più pmi cercano di raccogliere capitali. È importante consentire a queste imprese di farlo, usando anche le possibilità che vengono dal mondo del private equity e del venture capital”.

Nuovi pir, Assogestioni: dare continuità alla normativa


Sulla stessa linea d'onda anche Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi, secondo la quale il private capital rappresenterebbe oggi una strada fondamentale per facilitare l'aggregazione, la creazione di poli industriali, l'internazionalizzazione delle imprese e lo sviluppo delle capacità imprenditoriali. “Negli ultimi tre anni, tra private equity e private debt, abbiamo investito 25 miliardi coinvolgendo 1.500 imprese. Numeri contenuti, rispetto a quelli che l'Italia si merita. Ma sta succedendo un fenomeno importante nel mondo: grandi investitori istituzionali investono il 30% negli alternativi e la quota di private equity è crescente”. Un contesto, secondo l'esperta, che potrebbe incentivare nei prossimi anni l'arrivo di capitali in Italia anche attraverso circuiti internazionali, che dovranno tuttavia essere “indirizzati verso le imprese con competenza”.
Per non dimenticare poi “la grande opportunità dei capitali privati dei risparmiatori, che ben regolati e indirizzati (con i nuovi pir soprattutto) potranno contribuire a incrementare le risorse a disposizione per operazioni di sviluppo”, conclude. “I nuovi pir rappresentano una straordinaria opportunità oggi”, aggiunge Andrea Ghidoni, vice presidente di Assogestioni. “Ma bisogna dare continuità alla normativa e investire sull'educazione finanziaria degli investitori. Inoltre, è necessario aiutare le imprese ad aprirsi al capitale di investitori istituzionali, sia per le quotate che per le non quotate. E infine continuare il confronto con governo e istituzioni, per apportare migliorie che possano contribuire a una maggiore diffusione di questi strumenti”.

Startup e incumbent insieme per l'innovazione


Un ultimo aspetto da non sottovalutare riguarda poi l'evoluzione dei servizi bancari che, secondo gli esperti, rappresenta ormai “un processo irreversibile”. “Come dimostrano i numeri, il settore bancario ha svolto un lavoro straordinario nel 2020, continuando a erogare servizi a imprese e famiglie – spiega Rinaldi – Per farlo, ha dovuto mettere in campo soluzioni innovative, facendo anche i conti con un basso grado di alfabetizzazione informatica della clientela”. Sebbene la pandemia abbia accelerato l'uso di strumento di pagamento alternativi al contante, aggiunge, l'Italia resta fanalino di coda in Europa su questo fronte. “È chiaro che le misure messe in campo dal governo, in particolare il cashback e la lotteria degli scontrini, potranno favorire e rendere strutturale questo trend. Oltre alla sottoscrizione di contratti bancari e di credito mediante posta elettronica. Ma occorre trasformare le misure emergenziali in misure strutturali, anche per dare una direzione diversa al mondo bancario”, conclude, sottolineando come sia necessario “lavorare per costruire processi nativamente digitali anziché sulla digitalizzazione del mondo analogico”.

Sul tema anche Paolo Zaccardi, co-founder di Fintech District & ceo e co-founder di Fabrick. Il fintech, spiega, ha raggiunto oltre 300 miliardi di raccolta nel 2019 e, nell'anno della crisi, il 70% delle realtà del settore ha registrato un vantaggio piuttosto che un impatto negativo, perché in grado di “intercettare meglio questo cambio di paradigma”. “Come far leva, dunque, su un processo che riteniamo irreversibile? Credo che l'elemento principale sia creare meccanismi di ecosistema e collaborazioni strutturali”. Poi conclude: “Il nostro obiettivo è generare un'opportunità di connessione tra incumbent e startup, che via via potranno innovare pezzi di servizio”.

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