Pil, inflazione, salari: bussola sui dati macro in vista della Fed

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Alberto Battaglia
29.4.2022
Tempo di lettura: 5'
Le ultime informazioni dall'economia delle due sponde dell'Oceano conferma l'esigenza di procedere con una stretta più spedita

L'inflazione dell'Eurozona ha toccato un nuovo massimo storico ad aprile, secondo le nuove stime Eurostat. Nel confronto mensile hanno pesato soprattutto i rincari alimentari, mentre il costo dell'energia è diminuito

Sul fronte americano l'indice Core Pce, il più monitorato dalla Fed, è stato più contenuto delle aspettative a marzo. I dati sul costo del lavoro del primo trimestre, però, indicano ritmi di incremento annuo ai massimi dal 2001

Nei primi tre mesi dell'anno l'Italia è tornata il 'fanalino di coda' nella crescita dell'Eurozona, con un calo del prodotto interno lordo dello 0,2%, su base trimestrale. E' andata un po' meglio, invece, al resto dell'Area euro, con un incremento dello 0,2%.

Nell'infornata di dati macro delle ultime ore, tuttavia, è soprattutto l'inflazione a destare le maggiori attenzioni degli analisti: nell'Eurozona le stime preliminari di aprile indicano un nuovo massimo storico al 7,5%, in aumento dal 7,4% di marzo. Un dato che rafforza l'aspettativa verso una chiusura del Qe nella prima parte del terzo trimestre. Una volta interrotti gli acquisti di titoli netti del programma, potrà partire anche dall'Eurotower l'atteso rialzo dei tassi.
In Italia l'inflazione risulta un po' inferiore alla media europea, con un tasso stimato al 6,6%.

Per quanto riguarda il confronto fra marzo e aprile, che ha visto un tasso d'inflazione allo 0,6% nell'Eurozona, il principale fattore di traino è stato il prezzo degli alimenti (+1,9%) e in particolare quelli non processati (+2,7%). In calo, rispetto a marzo, i prezzi dell'energia (-3,7%), anche se il confronto annuo rimane fortemente penalizzante per i consumatori (+38%). Di conseguenza, l'inflazione di fondo, che esclude la componente energetica, ha registrato un incremento mese su mese dell'1,3% - ben superiore al dato generale. E' uno spunto particolarmente interessante per la Bce, che ha spesso cercato di giustificare un atteggiamento prudente con la natura esogena dell'inflazione, dovuta all'elevato costo dell'energia. Va precisato, comunque, che il costo delle forniture alimentari è a sua volta collegato alle conseguenze del conflitto ucraino.

L'inflazione Usa, segnali di picco


Dall'altra parte dell'Oceano, nel frattempo, sono giunti nuovi segnali sul possibile raggiungimento di un picco nell'aumento dei prezzi. L'indice più osservato dalla Federal Reserve, il Core Personal consumption index (Pce core) ha segnato un incremento annuo del 5,2% a marzo, contro una previsione del 5,3%. Un dato non solo migliore delle attese, dunque, ma anche leggermente al di sotto del Pce index di febbraio, che si era attestato al +5,3%. Se si includono nel Pce anche le componenti più volatili del paniere, si sale a un tasso del 6,6%, che rimane il dato più elevato dal 1982. Ad incoraggiare ulteriormente l'ormai conclamata stretta da mezzo punto da parte della Federal Reserve, attesa per il del prossimo incontro del Fomc, è anche il dato sul costo del lavoro, che nel primo trimestre è aumentato al 4,5% anno su anno, toccando il massimo dal 2001. L'aumento dei salari è uno degli elementi più sintomatici di un cambiamento strutturale nelle aspettative sull'inflazione - ciò contribuisce a farla salire più in fretta.

Per chiudere la panoramica macro, vale la pena ricordare come, nel primo trimestre, la crescita statunitense abbia clamorosamente mancato le attese, con un calo dell'1,4% a fronte del +1% previsto. Mentre giovedì questa notizia non aveva scalfito l'andamento positivo di Wall Street, la seduta del 29 aprile si sta svolgendo con un pesante rosso del 2,2% per l'S&P 500 guidato dall'andamento sotto le attese delle trimestrali del comparto tecnologico (con Amazon in calo di oltre il 13%).

Nel commentare l'andamento del mercato Usa in questa settimana, l'analista di Oanda, Craig Erlam, ha dichiarato come ci sia “la sensazione che gli investitori abbiano avuto un occhio sulla riunione della Fed della prossima settimana, il che potrebbe essere il motivo per cui non abbiamo visto un grande movimento in entrambi i sensi”: il bilancio finale dell'S&P 500 non è distante da quello dalla chiusura di venerdì scorso. “Il dollaro ha ridotto i guadagni oggi, ma ha volato questa settimana ed è difficile vedere una motivazione forte perché la tendenza di inverta in modo significativo. Non posso immaginare che la prossima settimana la Fed ridurrà la sua retorica da falco”, ha aggiunto Erlam.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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