Patrimoni in bilico tra cuore e cervello

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Chi può permettersi di non smobilizzare i propri investimenti, deve resistere alla tentazione di vendere. Ma ci sono delle eccezioni. I consigli di Enrico Trevisan, managing partner della società di consulenza globale Simon Kucher&Partners ed esperto di finanza comportamentale

La crisi sarà più dura di quanto possa sembrare. I grandi patrimoni sono favoriti perché possono permettersi il lusso di non effettuare un disinvestimento

Se si guarda la curva dei dividendi dell'S&P 500, il paniere azionario americano, dal 1.860 al 2.012, si vede una linea in costante crescita

L'emotività è una pessima consigliera in tema d'investimenti. Ma non è detto che tenere in portafoglio i titoli che perdono sistematicamente sia una buona idea

È difficile fare paragoni con le crisi passate, anche se tutte le proiezioni in questo momento ci dicono che quella da covid-19 avrà impatti drammaticamente maggiori”. A dirlo è Enrico Trevisan, managing partner della società di consulenza globale Simon Kucher&Partners ed esperto di finanza comportamentale. Sta vivendo il lockdown da Monaco di Baviera, dove vive da alcuni anni, e si è prestato di buon grado alle domande di We Wealth, contribuendo così a tratteggiare un quadro della situazione: “Esistono tre tipi di crisi, accompagnate da tre tipi di paure. Quelle finanziarie, che generano la paura di perdere i propri soldi. Quelle industriali, dove la paura è relativa alla perdita del lavoro. L'attuale è una crisi sanitaria, la peggiore, perché si arriva a temere di perdere la vita. La storia ci insegna che spesso si verificano degli effetti di trasmissione tra un tipo di crisi e l'altro. Quello che stiamo osservando nei mercati finanziari è l'effetto di questo meccanismo di contagio”. Crollo del pil e del prezzo del petrolio, Borse a picco, debiti governativi in aumento e disoccupazione dilagante. Solamente negli Stati Uniti, l'economia più forte al mondo, sono bastate cinque settimane per aumentare di oltre 26 milioni il numero dei senza lavoro. C'è chi paragona questa crisi a quella indotta dalle guerre. “Forse è persino peggio”, prosegue Trevisan, “perché non si può produrre né consumare. Per di più, l'economia mondiale dei nostri tempi è strutturata in modo da non potersi fermare nemmeno per una settimana. Figuriamoci per mesi. Blocchi prolungati avran- no effetti sulla liquidità, sui bilanci e, quindi, sulla solvibilità. Ci saranno aziende che falliranno, con la conseguenza della perdita di posti di lavoro”.
Tuttavia, se da una parte la modernità ha reso la potenza distruttiva delle crisi ancora più rapida nella sua opera, ha fornito anche una piccola ancora di salvataggio: “Fortunatamente, abbiamo conser- vato una certa capacità di consumo residuale che dobbiamo alla diffusione dell'e-commerce, altrimenti le conseguenze sarebbero state anche peggiori”. Eppure, dice l'esperto di Simon Kucher, è sbagliato ritenere che non ci sarà una ripartenza. Perché questa arriverà e lo farà nello stesso modo delle crisi passate: “Nel breve, ritengo impossibile prevedere l'andamento dei mercati. Questi, per natura, effettuano un continuo riprezzamento degli asset, ma in questo momento lo fanno in un clima di radicale incertezza. A questa situazione, tuttavia, è ragionevole pensare che ci saranno ulteriori risposte e contromisure, anche se al momento non possiamo valutarne la consistenza. Quindi, nel medio e lungo periodo, è ragionevole pensare che il lockdown finirà. Ci saranno industrie più avvantaggiate.  Alcune si riprenderanno prima di altre e, in tempi più o meno lunghi, sarà messo a disposizione un vaccino”.

La strategia, per chi naviga nel periglioso mare degli investimenti, è dunque quella della saggezza. Soprattutto chi ha grandi patrimoni, e quindi può permettersi di non smobilizzare ingenti quote di investimenti, deve resistere all'emotività del momento: “Per questa categoria di investitori l'unica strategia possibile è tenere a lungo e differenziare”, spiega Trevisan. “Detto questo, io adotterei giusto un paio di accorgimenti: vendere i titoli che perdono in maniera sistematica. Attenzione, però, quelli che guadagnano non è detto siano da vendere. Bisogna effettuare una diversificazione ragionevole, senza
farci influenzare troppo dai rendimenti degli ultimi due o tre anni”. Il mercato, infatti, tende a valutare con eccessivo ottimismo, oppure pessimismo, le informazioni nuove che riceve. In tal senso, la vera bussola per orientarsi sui mercati è quella della valutazione dei fondamentali di un'azienda: “Se guardassimo la curva dei dividendi dell'S&P 500 dal 1.860 al 2.012, vedremmo una curva in costante crescita. Confrontandola con la curva dei prezzi sui mercati finanziari, potremmo osservare che non c'è quasi mai una sovrapposizione. Questa è sempre sopra o sotto la curva dei dividendi. È però altrettanto chiaro che tutte e due, nel lungo periodo, vanno nella stessa direzione”.

Usciti dalla crisi, poi, si dovrà fare i conti con un mondo cambiato. Ci saranno economie nazionali più in difficoltà di altre. E questo avrà inevitabilmente a che fare con la capacità di uno Stato di intervenire nell'economia in modo efficace. “Ci sarà un meccanismo di selezione da mercato”, analizza il managing partner, “avremo un aumento di tutti quei settori che non presuppongono una grande fisicità nell'acquisto dei loro prodotti. In un certo senso, potrebbe essere la svolta per il mondo dell'economia digitale. Questa nel periodo pre-crisi stentava a crescere, ma la pandemia è stata una grande scuola forzata per tutti. E questo avrà sicuramente degli impatti in termini di commercio e utilizzo dei servizi”.

Infine, un altro grande argomento del post crisi sarà farsi trovare pronti per la ripartenza. In questo senso ci potrebbero essere alcuni settori, tra i più falcidiati dal virus, alle prese con alcune difficoltà: “Il mercato non viene solo determinato dalla domanda, ma anche dall'offerta. Prendiamo l'industria turistica: se questa non avrà risorse per fare investimenti e per comunicare, è chiaro che soffrirà moltissimo a prescindere dal ritorno della domanda. E lo stesso può valere per altri settori. Non è quindi solo importante che il mondo riparta, ma anche capire come si potrà cavalcarne la ripresa: questo vale per il settore bancario come per il comparto industriale classico”.

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