Investitori e bond: ha ancora senso avere obbligazioni in portafoglio?

We Wealth
Alberto Battaglia
23.11.2021
Tempo di lettura: 5'
Il contesto attuale ha messo le ali al mercato azionario penalizzando i bond, che però possono ancora avere un perché
Mentre le azioni corrono, i bond rendono molto meno di un tempo: con queste premesse, non bisogna stupirsi se una platea sempre più grande di esperti sta esortando gli investitori ad allontanarsi dalle obbligazioni, per incrementare la componente azionaria in portafoglio. La classica distribuzione bilanciata che prevede il 60% di azioni e il 40% di bond, si legge con crescente insistenza, è entrata in crisi – anche se questa tesi non è esattamente una novità del mondo post-Covid. L'analisi di fondo, come abbiamo avuto modo di scrivere in un approfondimento dedicato, è che la relazione inversa tra l'andamento dei bond e quello delle azioni si sta riducendo. Se un tempo ci si poteva aspettare che un mercato ribassista per le azioni avrebbe aumentato la domanda e, dunque, i prezzi delle obbligazioni, nel recente passato non è stato sempre così. Se le politiche ultraespansive delle banche centrali hanno radicalmente ridotto il rapporto fra costi e opportunità dei bond in portafoglio, che diventano solo una zavorra per il rendimento complessivo dei propri investimenti, vale forse la pena sbarazzarsene del tutto?

Secondo il columnist finanziario del New York Times, Jeff Sommer, escludere le obbligazioni dal portafoglio, anche nella fase attuale, non sarebbe una scelta saggia. La ragione principale a favore di una certa percentuale di bond in portafoglio è la “stabilità” che possono offrire. Le azioni rendono molto più delle obbligazioni, è vero, ma possono andare incontro ad improvvise cadute. Questo avviene periodicamente, ma nessuno può prevedere quando questo avverrà in futuro. Avere un'eccessiva esposizione al mercato azionario espone il proprio patrimonio a periodici alti e bassi: è una condizione che può creare problemi e generare ansia. Aggiungere bond per ridurre queste fluttuazioni può, innanzitutto, favorire “sonni più tranquilli”, parafrasando quanto affermato da Sommer. Questo vale come indicazione generale, ma non è tutto.
L'attrattiva dei bond sarebbe in qualche modo più pronunciata in vista dei prossimi mesi: l'aspettativa è che l'elevata inflazione, osservata in varie parti del mondo, incoraggerà le banche centrali ad aumentare i tassi con risultati potenzialmente negativi per il mercato azionario. L'orientamento generale degli strategist di Wall Street per l'azionario, infatti, è nettamente meno rialzista rispetto a quello di un anno fa. A corroborare una previsione meno entusiasta per le azioni c'è anche il fatto, non secondario, che le valutazioni del mercato azionario sono molto elevate – il che, tradizionalmente, indica un maggiore rischio di correzione. Un popolare sistema di valutazione dei prezzi delle azioni, il rapporto prezzi-utili corretto per il ciclo (Cape ratio) ha raggiunto i suoi massimi livelli dal 1999 (l'anno immediatamente precedente al devastante crollo dei titoli tecnologici).

La recente conferma di Jerome Powell alla presidenza della Fed, interpretata come un segnale favorevole a una più risoluta azione restrittiva della banca centrale, ha subito messo i titoli azionari tecnologici sotto pressione. Non è un caso: trattandosi di titoli molto “costosi” in rapporto agli utili che producono, sono i più sensibili a un eventuale aumento del costo del denaro.

Elementi analoghi avevano spinto l'Economist, l'influente giornale britannico, a riconsiderare le “virtù del contante”: se i rischi di correzione si materializzano, avere cash in portafoglio limita le perdite e permette di acquistare azioni a prezzi più convenienti. Ma l'incremento dei rischi per l'azionario aumenterebbero anche l'attrattiva dei bond. In particolare, se si parla di portafogli gestiti da non professionisti che evitano di “anticipare con tempismo” le mosse del mercato. Se l'obiettivo è impostare una rotta di investimento piuttosto stabile, la componente obbligazionaria limiterà le perdite del portafoglio nelle fasi negative del mercato.

Questo assunto resta valido, nella sostanza, anche quando i prezzi delle obbligazioni scendono assieme a quelli delle azioni, ribaltando la tipica correlazione inversa – per la semplice ragione che i bond perdono, comunque, meno valore rispetto alla più rischiosa asset class azionaria. Quando la correzione si verifica, si può ribilanciare il portafoglio vendendo bond (o riducendo la liquidità), per acquistare azioni a prezzi più bassi.

Anche se nel lungo periodo le azioni rendono molto più dei bond, reggere psicologicamente a correzioni anche superiori al 30%, come quella avvenuta nel 2020, non è da tutti; una "botta" inaspettata potrebbe così allontanare il risparmiatore da un approccio stabile ed efficace in orizzonti temporali estesi. “Vedo i bond che ho in portafoglio come un'assicurazione”, ha scritto Sommer, “non puoi guadagnare dalle azioni se non le hai in mano quando crescono, ma per rimanere calmi e costanti sul mercato azionario, potresti volere delle obbligazioni in portafoglio”.

Capire esattamente quante obbligazioni siano adatte alla specifica situazione dell'investitore potrebbe richiedere un esame professionale. Qualche esempio puramente illustrativo. Per un orizzonte di lungo temine, la società di consulenza indipendente Miramar Capital, suggerisce un rapporto fra azioni / titoli obbligazionari indicizzati all'inflazione del 75% / 25%, più dinamico (ossia “più rischioso”) di quello tradizionale. Altri approcci confermano la validità del 60/40 tradizionale (WELLth Financial Planning), e altri ancora sostituiscono la componente obbligazionaria con un più ampio cuscinetto di liquidità o di prodotti ad essa equivalenti (LTG Capital).

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