Mobius: scommetto sull’India. E la “nuova” Cina mi piace

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
9.12.2021
Tempo di lettura: 5'
Il guru dei mercati emergenti, oggi alla guida di Mobius Capital Partners dopo oltre 30 anni in Franklin Templeton, guarda con favore alla stretta regolamentare delle autorità di Pechino. In questa intervista a We Wealth, dice la sua sulla Borsa di Mumbai e sulle multinazionali europee del lusso. E parla di una sostenibilità allargata: Esg+C

Secondo Mobius, l’introduzione di una regolamentazione più rigida aiuterà le società di piccole e medie dimensioni, perché il governo cinese continuerà a limitare lo strapotere delle grandi aziende

La sostenibilità è un aspetto sempre più centrale nei portafogli, ma richiede un approccio più ampio alla finanza ESG, che includa anche la C di cultura

Non esistono i “mercati emergenti”.  La market cap dei singoli listini, i livelli di liquidità, l’effettiva accessibilità da parte degli investitori esteri, la composizione settoriale e molte altre variabili rendono poco sensato continuare a guardare alle economie in via di sviluppo come fossero un aggregato omogeneo. Al tempo stesso, focalizzarsi sugli indici non è forse la strada migliore in questo perimetro. “La Cina vale circa il 40% del mercato. Se Shanghai soffre, tutto il paniere è penalizzato. Ma ci sono mercati che stanno andando molto bene, ad esempio quello indiano, che nei nostri fondi ha il peso più rilevante. Noi continuiamo a investire anche in Cina, così come a Taiwan, in Corea, in Sudafrica, in Turchia e in Brasile. Ma preferiamo puntare sulle aziende di media dimensione, rispetto ai giganti dei singoli mercati”. Mark Mobius, oggi al timone di Mobius capital partners, società che ha fondato nel 2018, dopo oltre 30 anni in Franklin Templeton, è tra le voci più autorevoli dei mercati finanziari. In questa intervista, realizzata a Milano presso la redazione di We Wealth, racconta la sua versione della crisi cinese e parla del futuro dei mercati emergenti.

 

La stretta regolamentare di Pechino ha spaventato gli investitori. È meglio stare alla larga, in attese di una schiarita?

L’introduzione di una regolamentazione più rigida aiuterà le società di piccole e medie dimensioni, perché quello che il governo cinese sta cercando di fare, tra le altre cose, è limitare lo strapotere delle grandi aziende. Prendiamo l’e-commerce Alibaba: vende tutto ai cinesi, ma pretende che si paghi con Alipay, che è il suo “braccio” nei sistemi di pagamento. Il governo ha detto basta: le pmi devono poter partecipare a questo segmento del mercato fintech.

 

Guardando alla crisi del mercato immobiliare, innescata dalle vicende del colosso Evergrande, c’è chi agita lo spettro dei mutui subprime americani. Che impatto avrà sull’economia globale?

Non penso che si verificherà una crisi come quella dei subprime negli Usa, semplicemente perché il governo cinese si può muovere molto velocemente, nel contesto di uno stato monopartitico. Occorre ricordare che molte società immobiliari erano coinvolte in attività come la produzione di automobili elettriche o la vendita di fondi comuni di investimento. Facevano cose che non avrebbero potuto fare. La buona notizia è che il quadro normativo cinese diventerà più efficiente. In ogni caso, indipendentemente dalla crisi del mercato immobiliare, l’economia cinese è destinata a rallentare fisiologicamente, perché è enorme. Possiamo aspettarci un ritmo di crescita massimo del 3-4-5%.

 

La Federal Reserve si sta preparando a ulteriori misure di normalizzazione della politica monetaria. Quali mercati emergenti saranno più vulnerabili?

Tutti i mercati emergenti sono esposti, per le possibili ripercussioni sul dollaro americano. La buona notizia è che alcune divise locali stanno acquisendo maggiore forza rispetto al biglietto verde. Ma anche nei Paesi dove c’è una svalutazione, rimangono delle opportunità: noi, ad esempio, stiamo investendo in un’azienda turca che esporta software: se la lira si deprezza, il business andrà bene perché questa impresa ha costi denominati in divisa locale ma ricavi in dollari. Questo è il modo corretto di guardare ai cambiamenti in atto.

 

La “Vecchia Europa” perderà rilevanza sullo scacchiere dei mercati internazionali?

Ci sono moltissime società quotate a Milano o a Londra che hanno la maggior parte del proprio volume d’affari nei mercati emergenti. Pensiamo a Gucci (controllata dal gruppo Kering ndr) o una qualsiasi altra azienda del lusso italiana: le vendite provenienti dalla Cina, dall’India o da altri mercati emergenti spesso sono preponderanti rispetto al fatturato realizzato in Europa o in Usa. Per noi aziende come queste sono titoli dei mercati emergenti. 

 

L’enfasi sulla sostenibilità è un fuoco di paglia?

Prestiamo molta attenzione ai fattori ambientali e sociali. Noi abbiamo aggiunto un’altra lettera all’acronimo Esg: la C di cultura. Le persone che lavorano in aziende di successo devono essere felici e sentirsi parte della famiglia aziendale. Noi investiamo solo in aziende che sono disposte a lavorare con noi per migliorare il loro profilo Esg+C, la C è essenziale.  

 

Intervista tratta dal numero di novembre di We Wealth

Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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