Mercati Usa al bivio: sarà ancora inflazione o recessione?

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
27.9.2022
Tempo di lettura: 3'
Le prospettive per i mercati azionari Usa non sono certe delle migliori: sa l'inflazione sarà sconfitta quello che si prospetta è la recessione

Dopo che la Fed ha annunciato un nuovo rialzo dei tassi da 75 punti, portando i tassi a oltre il 3%, la volatilità è tornata molto elevata a Wall Street con il Vix – l’indice della paura - che lunedì, è salito oltre 31 punti, ben oltre la sua media mobile a 50 giorni di 23,86. Nel mentre l’S&P 500 ha toccato un nuovo minimo per l’anno in corso e il Dow Jones ha chiuso nel territorio dell’orso. L’inflazione rimane la principale fonte di preoccupazione per gli investitori, anche se l’alternativa non è molto più confortante: recessione.  

Ma il calo dell'inflazione sarebbe un buon segnale per i mercati?

 

Per Ben Laidler, Global Markets Strategist di eToro, intervistato da We Wealth la risposta è sì. “L'inflazione è oggi il motore dominante dei mercati. Sta costringendo le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse, alimentando le preoccupazioni per la recessione e gli utili aziendali e spingendo i mercati al ribasso. Quanto più a lungo l'inflazione rimane elevata, tanto maggiore sarà il rischio per l'economia e i mercati. L'inflazione non solo deve scendere, ma deve anche scendere rapidamente perché le banche centrali tolgano il piede dall'acceleratore dei tassi di interesse. Gli attuali livelli dei prezzi sono quattro o cinque volte superiori ai loro obiettivi di inflazione del 2%” spiega Laidler.

 

In caso di recessione, quanto può ancora durare il mercato ribassista?

 

Tutto dipende dall’intensità dalla contrazione dell’attività economica. La domanda da porsi non è infatti se si ci sarà una recessione – per l’analista di etoro è inevitabile sia negli Stati Uniti che in Europa -, ma piuttosto quanto severa sarà. “È da capire se la recessione sarà "ciclica" relativamente breve e poco profonda che abbiamo previsto, causata dalle banche centrali che aumentano i tassi di interesse per frenare l'inflazione. Oppure se sarà "sistemica" più profonda, più lunga e più dannosa, aggravata dal deleveraging dei consumatori e delle imprese e dalle crisi del debito”.

 

L’economia che rallenta

 

Come nel resto del mondo, anche le prospettive di crescita economica negli Stati Uniti sono peggiorate a causa del rincaro energetico e delle incertezze macroeconomiche. L’Ocse ora si attende che l’economia usa cresca dell’1,5% quest’anno - un punto percentuale in meno di quanto si pensasse a giugno - e dello 0,5% nel 2023. È invece imminente un netto rallentamento della crescita dell'eurozona. Secondo S&P Global, i cinque trimestri consecutivi di solida crescita del pil, a partire dal secondo trimestre del 2022, lasceranno il posto a due o tre trimestri di attività ridotta o addirittura inferiore. Per questo motivo S&P prevede una stagnazione dell'economia dell'Eurozona l'anno prossimo (0,3% contro l'1,9% precedente).

 

Le previsioni per l’S&P 500

 

Come si traduce tutto questo per i mercati? Difficile da dirsi. Goldaman Sachs ritiene che la Fed continuerà ad aumentare i tassi a livelli più alti di quelli in precedenza ipotizzati, impattando anche sulle valutazioni azionarie. Nel suo scenario centrale, rispetto a un rapporto p/e del 18 x per l’S&P 500 di qualche settimana fa, ora la banca ipotizza un rapporto pari a 15x il che implica un prezzo target per l’indice statunitense a fine anno di 3600 punti (-5%) con una previsione a 12 mesi di 4000 punti (+6%). Se invece il calo degli utili societari si dovesse accompagnare a una recessione, e dunque quello della Fed sarebbe un atterraggio non certo morbido, le prospettive per l’S&P 500 sarebbero molto meno rosee con previsioni a 3,6 e 12 mesi rispettivamente del -10%, -17%, - 1%.

 

Un mercato orso più lungo del solito

 

Al netto delle stime della banca americana, due sono le certezze: i ribassi stanno durando più del dovuto e prima o poi gli indici torneranno a salire. “Il "mercato orso" statunitense medio dal 1929 è durato 19 mesi e ha visto un calo medio dei prezzi del 38%. È un dato peggiore di quello che abbiamo visto finora. Ma ricordiamo anche che il mercato toro medio che segue dura 60 mesi e registra un rally del 180%. Si tratta di un periodo quasi quattro volte più lungo e più grande di un mercato orso medio” conclude Laidler.  

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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