Per le materie prime un 2023 magro (con due eccezioni). Ecco perché

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Le aspettative da parte degli investitori sulla riapertura della Cina post Covid sono state in larga parte deluse con una ripresa economica sottotono. Questo ha influito sul sentiment delle materie prime così come lo sgonfiarsi dell’inflazione

L’intero settore delle materie prime ha performato in maniera piuttosto deludente durante il 2023. Tra le poche eccezioni ci sono state quelle del petrolio e dell’uranio. Il primo ha brillato, tra timori di tagli alla produzione da parte dell’OPEC e nuovi conflitti nel Medio Oriente. Il secondo è stato sospinto da un’accelerazione dei programmi sul nucleare da parte di numerosi paesi del mondo nonché dall’instabilità geopolitica in alcune aree storicamente ricche di uranio, come ad esempio il Niger.

A cosa è dovuto il 2023 negativo?

A livello macroeconomico ci sono stati alcuni fattori che hanno probabilmente influito. In primis erano presenti notevoli aspettative da parte degli investitori sulla riapertura della Cina post Covid. Le attese sono state in larga parte deluse con una ripresa economica sottotono. Da qui una ridotta domanda per metalli ed altre materie prime. In secondo luogo le commodities hanno storicamente fornito una protezione dall’inflazione, andandosi ad apprezzare in periodi di generali aumenti di prezzo. Negli ultimi mesi i principali indicatori dei prezzi al consumo, tra cui ad esempio il tanto seguito US CPI, sono diminuiti con molti osservatori che già indicano un processo di disinflazione ben avviato.


Rivoluzione green e settore minerario

Nonostante questi fattori vediamo molto valore nel settore delle commodities alla luce di trend strutturali di lungo termine. In particolare, riteniamo particolarmente interessanti le società impegnate nell’estrazione e lavorazione di metalli, i cosiddetti miners. Essi potranno essere i protagonisti della rivoluzione green che coinvolgerà tutti i settori della nostra società. C’è infatti un enorme bisogno di materie prime da soddisfare; tecnologie come l’eolico, il solare, veicoli elettrici ma anche il settore nucleare richiedono tutti una grande quantità di input. Basti pensare che un veicolo elettrico richiede dai 60 agli 83kg di rame per funzionare mentre uno tradizionale ne necessita solamente di 15. Allo stesso modo un impianto eolico offshore richiede una quantità 13 volte superiore di minerali rispetto ad un impianto simile alimentato a gas. Questo sottolinea come i miners si trovino in una posizione interessante per giocare un ruolo strategico nella transizione energetica e potenzialmente beneficiare di uno squilibrio tra domanda ed offerta.



 Fonte: IEA, dati del giugno 2021

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 Ci sono anche altri fattori che parlano a favore dei miners piuttosto che un investimento diretto in commodities. Tradizionalmente si tratta di società che distribuiscono una quota importante dei profitti sotto forma di dividendi. Un ritorno da dividendi consistente può contribuire a superare fasi nelle quali il mercato si muove lateralmente o a ribasso, proprio come quella attuale. Anche le valutazioni e i bilanci appaiono solidi al momento, con livelli di debito in media contenuti e buona generazione di cash flow. Gli investitori devono tuttavia prestare attenzione ad alcuni fattori come ad esempio la ciclicità del settore dell’estrazione di metalli. Si tratta infatti di business che risentono molto dell’andamento generale dell’economia, soffrendo durante i periodi di rallentamento. Si tratta inoltre di un settore soggetto a vari rischi a livello sia geopolitico che normativo.


1 IEA, dati del giugno 2021

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