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Le elezioni Usa, la relazione con Pechino e la solitudine dell'Italia | WeWealth

Le elezioni Usa, la relazione con Pechino e la solitudine dell'Italia

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
13.10.2020
Tempo di lettura: 5'
Il dialogo con la Cina resterà frammentato. Ma a differenza di Trump, Biden cercherà di ricondurre le tensioni all'interno di una cornice istituzionale, ricorrendo al multilateralismo tutte le volte che gli sarà possibile. Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, traccia le coordinate dei nuovi assetti geopolitici mondiali, dopo le elezioni Usa

Le implicazioni del voto Usa sul piano geopolitico non devono essere banalizzate. Qualunque sia l'inquilino della Casa Bianca i rapporti tra le due superpotenze rimarranno tesi.

Non sono ancora chiare fino in fondo le implicazioni per la sicurezza nazionale che possono emergere dal confronto tra le due potenze sul piano tecnologico

Trump in questi anni ha trattato alcuni alleati dell'America alla stregua di rivali commerciali rendendo la relazione con il Vecchio continente più complicata. Quando si è smesso di parlare di dazi e sul tavolo sono arrivati il 5G e la sicurezza, le divergenze con gli Usa si sono ridimensionate

America first. Uno slogan disarmante. Vuoto e potentissimo. Nel 2016 ha aiutato Trump a conquistare la Casa Bianca. Risuona ancora - altrettanto vuoto, ma forse meno potente - nella campagna per le elezioni Usa del 3 novembre, che vedono The Donald all'inseguimento del favorito, il candidato democratico Joe Biden. Se il Tycoon dovesse, a sorpresa, ottenere un secondo mandato, sarà America First, again. Ci sono pochi dubbi. Ma non bisogna confondere il richiamo al primato degli Stati Uniti con un orientamento isolazionista tout court. “La peculiarità dell'Amministrazione Trump è il tratto personalistico e opportunistico che ha guidato le scelte del Presidente in tutti i campi, e continuerà a farlo. Su questa matrice s'innesta una preferenza ideologica che oscilla tra il neo-conservatorismo e la destra radicale. Ma isolazionismo e internazionalismo sono categorie che non si attagliano bene al modus operandi di Trump”. Emanuele Vittorio Parsi, ordinario di Relazioni internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore dell'Aseri, alta scuola di economia e relazioni internazionali, tra le voci più autorevoli del mondo accademico sugli assetti geopolitici mondiali, in questa intervista a We Wealth invita a leggere in modo meno superficiale le implicazioni del voto Usa.

 

I due candidati presidenziali hanno idee divergenti su tutto, o quasi. Su un punto, però, Trump e Biden sembrano convergere, al netto di una diversità di toni: la volontà di contenere la Cina sul piano commerciale. È così, professore?

C'è una diffusa e condivisa preoccupazione che riguarda il campo dell'innovazione tecnologica su cui si è spostato il confronto tra Stati Uniti e Cina. È un tema che ha ricadute importanti sul commercio internazionale, ma anche sulla politica di difesa. Le posizioni nei confronti del colosso asiatico convergono, pur partendo da punti di vista ideologici diversi. Biden denuncia la matrice illiberale del sistema cinese. Trump appare molto meno preoccupato di questo. E d'altra parte, molti dei suoi alleati sul piano internazionale, dall'Arabia Saudita al Brasile di Bolsonaro, non si annoverano certo tra i campioni del liberalismo, per usare un eufemismo.

 

Nella sostanza, i rapporti tra Pechino e Washington resteranno tesi, chiunque sia il prossimo inquilino della Casa Bianca?

Sì, per lo meno sul fronte della sicurezza e della tecnologia. Non sono ancora chiare, fino in fondo, le implicazioni per la sicurezza nazionale che possono emergere dal confronto tra le due potenze sul piano tecnologico. Attenzione però: la diversità di approccio tra i due candidati è sostanziale: a differenza di Trump, Biden, da liberal convinto, cercherà di ricondurre le tensioni all'interno di una cornice istituzionale, ricorrendo al multilateralismo tutte le volte che gli sarà possibile. Qui è inevitabile il riferimento alla Guerra Fredda: il fatto che la rivalità tra i due blocchi fosse regolata dentro un'architettura istituzionale permise di evitare l'esplosione di un conflitto armato.

 

Una vittoria di Biden porterebbe a una distensione dei rapporti con l'Europa, che in alcune fasi sono apparsi un po' tesi?

Trump in questi anni ha trattato alcuni alleati dell'America alla stregua di rivali commerciali rendendo la relazione con il Vecchio continente decisamente più complicata. Quando si è smesso di parlare di dazi e sul tavolo sono arrivati il 5G e la sicurezza, le divergenze con gli Usa si sono ridimensionate. Le relazioni transatlantiche sono ancora salde e restano centrali in un modo orientato al multilateralismo, con i tutti i difetti che questo può avere.

 

Intanto l'Unione, con il Recovery fund, ha superato un test importante dimostrando di essere pronta a riprendere in mano il proprio destino. Rimane un problema insormontabile con il fattore tempo: la crisi chiama l'Europa a dare risposte immediate, tanti soldi e subito, mentre l'attuazione di quanto deciso dopo i logoranti negoziati della primavera-estate richiederà processi lunghi, incompatibili con i temi dettati dall'emergenza.

Non siamo un sistema federale. E non siamo destinati a diventarlo. Del resto chi a marzo o aprile avrebbe scommesso un solo euro, pagato 50, che a luglio l'Ue avrebbe trovato l'accordo su un piano così ambizioso? Bisogna tenerlo a mente, altrimenti si perdono le coordinate spazio-temporali…Intanto gli effetti già si vedono. Pensiamo allo spread e al conseguente accesso favorevole ai mercati di cui l'Italia, per esempio, ha potuto beneficiare. Anche se i flussi di denaro arriveranno più tardi, l'impatto dell'accordo si può già leggere in molti indicatori.

 

Sul piano geopolitico, l'Italia sembra perdere via via rilevanza, anche nel Mediterraneo. Basti pensare alla Libia, già disintegrata dall'intervento militare di Francia, Usa e Gran Bretagna nel 2011. In agosto il governo di Tripoli, guidato da Al Sarraj ha concesso per 99 anni alla Turchia il porto di Misurata, uno snodo strategico. Quali chance ha Roma di giocare un ruolo più attivo sullo scacchiere internazionale?

Non bisogna confondere la solitudine con la rilevanza. In Libia non è vero che contavamo di più. È che prima c'eravamo soltanto noi. E dopotutto bisogna ammettere che la gestione dei migranti era più problematica, quando c'eravamo solo noi. E gli accordi tra le parti erano più difficili, quando c'eravamo solo noi…Occorre prendere atto della realtà: i nostri interessi sono meglio tutelati tutte le volte che riusciamo a prendere parte ad una coalizione. Tutte le recenti polemiche antifrancesi sono futili. Solo chiacchiere. Se è stato possibile raggiungere l'accordo sul Recovery fund lo dobbiamo a Parigi e Berlino. Questo non significa essere remissivi, ma consapevoli. E solo dalla consapevolezza può nascere una strategia di gioco.

 
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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