L'azienda Italia investe e pensa di fare shopping all'estero per ripartire

Laura Magna
Laura Magna
24.3.2021
Tempo di lettura: 5'
Secondo l'EY Capital Confidence Barometer, solo il 16% delle aziende italiane non ha rilevato cali di fatturato. Ma oltre il 90% vede rosa sul futuro prossimo

Il 67% dei CEO e dirigenti d'azienda italiani, intervistati nell'ambito della survey di EY, si attende un ritorno ai livelli di redditività pre-pandemia entro il 2022, attraverso una strategia di riposizionamento competitivo

Il 55% delle aziende intervistate sta portando avanti significativi processi di trasformazione aziendale, finalizzati a recuperare efficienza operativa e profittabilità e il 68% vuole crescere per linee esterne. Facendo shopping oltre che in Italia in Germania, Francia, Spagna e Svezia

La pandemia ha lasciato il segno segni evidenti sui bilanci delle aziende italiane. Ma ha anche trasmesso una grande lezione: che bisogna agire e abbattere le barriere per innescare una ripresa. Così i vertici sono pronti a ripartire e stanno investendo per ottimizzare ed efficientare le strutture, al fine di recuperare redditività. E mirano a crescere anche per linee esterne, facendo, per una volta la parte del leone in ambito fusioni e acquisizioni. Sono i principali risultati dell'EY Global Capital Confidence Barometer, survey giunta alla 23esima edizione e che la società di consulenza realizza ogni anno presso un panel di dirigenti senior di grandi aziende di tutto il mondo. In particolare da novembre 2020 a gennaio 2021 sono stati intervistati oltre 2.400 vertici d'azienda di ogni settore merceologico e di 52 Paesi.

 

Quello che si evidenza, per quanto riguarda l'Italia, è un'accresciuta consapevolezza di quali siano i limiti presenti e la presenza di una visione strategica atta a rimuovere questi limiti.

Il limite di essere pmi


“Una delle caratteristiche cardine del tessuto imprenditoriale italiano, ovvero essere costituito da PMI – dice Marco Daviddi, Mediterranean Leader per l'area Strategy and Transactions di EY. “ – se nel passato ha rappresentato una ricchezza e un'opportunità, sempre più, anche nel contesto della pandemia, rappresenta un limite. Favorire processi di aggregazione aziendale, su filiere settoriali e produttive, si conferma, quindi, necessità cruciale nel nostro Paese, non solo, in termini di sostenibilità e resilienza, ma anche, per agevolare i processi di innovazione e garantire sviluppo a lungo termine”.

E se non si muove l'industria domestica il rischio è essere sempre più preda di soggetti finanziari esteri, complici i bassi tassi di interesse e il fiume di liquidità sul mercato, oltre alla presenza di aziende di elevata qualità che, a causa della crisi, possono avere valutazioni a buon mercato.

La carica di pe e fondi sull'impresa italiana


“I fondi di private equity ed i fondi infrastrutturali, in special modo esteri, ricoprono un peso sempre maggiore anche nel panorama italiano”, continua Daviddi. “Basti pensare che investitori finanziari, Spac e club deal, anche tramite forme di investimento ibride di quasi-equity e Joint Venture, hanno totalizzato ben 38 acquisizioni di target italiane nei primi due mesi del 2021, con un'incidenza crescente degli add-on, che mostrano primi segnali interessanti di accelerazione del processo di consolidamento in vari settori, con preponderanza dei settori technology, agroalimentare e del comparto industriale. Il processo di patrimonializzazione, sostenuto dal primo lockdown anche tramite strumenti del Governo, è necessario in questa fase per rafforzare le imprese italiane in previsione di un new normal”.

… e le contromosse dell'industria domestica (che fa shopping all'estero)


Le aziende italiane, in particolare di dimensione medio-grande, stanno perseguendo acquisizioni e partnership con player che abbiano un consolidato posizionamento competitivo all'estero, in ottica di diversificazione. I principali paesi di acquisizione sono quelli tradizionali di partnership commerciale nell'area europea. In primis, secondo gli intervistati, emergono Germania, Francia, Spagna e Svezia. Delle aziende italiane intenzionate a perseguire una strategia di crescita inorganica, oltre la metà dichiara di focalizzare la propria attenzione in particolar modo su target estere.

Il sentiment dei ceo nei numeri del barometro Ey


Tornando ai risultati del barometro, l'evidenza è che solo il 16% delle aziende italiane intervistate ha confermato di non aver avuto impatti dal punto di vista dei ricavi e solo il 7% dal punto di vista della redditività nel 2020. L'outlook però appare moderatamente positivo, proprio perché molte aziende stanno riposizionando le proprie operations, la loro offerta di prodotti e servizi e i canali di vendita e relazione con i clienti e ripensando appunto le strategie di investimento e di M&A. Così il 91% degli intervistati in Italia stima di tornare a livelli di fatturato pre-Covid entro il 2022 e il 67% stima di tornare entro lo stesso anno a livelli di redditività del 2019, mostrando un modesto miglioramento delle aspettative rispetto a quanto registrato nella precedente indagine, a marzo 2020.

Aziende italiane impegnate in un gioco difensivo


L'analisi delle risposte degli intervistati in Italia mostra chiaramente che le aziende in questo momento stanno giocando in difesa, ma con il rischio di sottostimare la reale portata delle trasformazioni indotte o accelerate da Covid-19, specie nell'orizzonte temporale di medio-lungo periodo.

Ad esempio, solo il 14% degli intervistati italiani, contro il 22% di quelli a livello globale, appare concretamente impegnato nella analisi degli impatti a lungo termine sul proprio modello di business e sulla industry di appartenenza; in aggiunta, il 12% degli intervistati domestici, a fronte del 19% a livello globale, sta definendo le aree di investimento necessarie dal punto di vista delle tecnologie a supporto della transizione digitale e, infine, l'8% in Italia contro il 16% a livello globale ha espresso la necessità di investire sulle proprie risorse umane, attraverso specifici processi di formazione.

Per quanto attiene le strategie che le aziende stanno implementando, le risposte degli intervistati italiani confermano questo approccio conservativo. Il 12% degli intervistati in Italia, contro il 17% a livello globale, sta considerando di adottare modelli di pricing innovativi e il 10%, contro il 19% a livello globale, sta attivamente lavorando a strumenti volti a digitalizzare la relazione con i propri clienti. Inoltre, il 9% degli intervistati in Italia, contro il 16% a livello globale, ha tra i propri obiettivi quello di rivedere la propria supply chain al fine di essere più resiliente in caso di futuri shock e il 9% in Italia, contro il 15% a livello global, sta considerando di investire in settori adiacenti al fine di generare opportunità di crescita e cross selling. Da ultimo si evidenzia che solo l'8% degli intervistati domestici, contro il 16% a livello globale, sta operando al fine di gestire il cash flow per creare liquidità da destinare agli investimenti.

Focus su efficienza operativa e redditività


Insomma, le strategie delle aziende italiane appaiono fortemente indirizzate al recupero in termini di efficienza operativa e redditività, ma sono destinate ad avere effetti nel lungo termine importanti e ancora sottostimati. Oltre ad aver modificato strategie e focus degli investimenti, in quanto oltre la metà degli intervistati italiani ha confermato di avere oggi una maggiore attenzione, rispetto al passato, alle opportunità e implicazioni della trasformazione digitale, al tema del coinvolgimento dei clienti, alla necessità di strutturare relazioni più forti, su principi valoriali, con i propri stakeholders, con la comunità e la società e, infine, all'innovazione di prodotti e servizi.

… che distrae per ora da strategie di lungo termine


Solo il 35% degli intervistati in Italia (contro il 49% a livello globale) dichiara di voler perseguire attività di M&A nei prossimi 12 mesi. Anche in questo caso si conferma un atteggiamento conservativo, evidenziato anche dal fatto che oltre la metà degli intervistati (53%, contro il 34% a livello globale) ritiene di focalizzare l'attività di M&A al fine di incrementare le proprie capacità operative, mentre solo il 26% degli intervistati in Italia, contro il 43% a livello globale, ha dichiarato di voler perseguire l'acquisizione di competitors al fine di incrementare la propria quota di mercato.

Nonostante il crollo delle operazioni di M&A registrato nella prima metà dell'anno passato per effetto del primo lockdown, le transazioni nel 2020 hanno registrato globalmente il livello più elevato mai registrato storicamente nella seconda metà dell'anno. Il valore globale M&A è stato di oltre 2.300 miliardi di dollari negli ultimi sei mesi del 2020. Un trend crescente si è osservato anche in Italia, dove a un primo semestre con 220 operazioni per valore aggregato di circa 17 miliardi di euro ne è seguito un secondo con 300 operazioni per un valore aggregato di circa 22 miliardi di euro.

Il trend di operazioni di fusione e acquisizione proseguirà a ritmo moderatamente sostenuto, secondo EY, nonostante il clima di sfiducia all'interno di vari comparti dell'economia. I settori più attrattivi in cui effettuare investimenti sono i comparti più resilienti alla crisi nell'ambito dei Consumer Goods, in primis l'Agrifood, oltre al Life Science, all'area Tech e ai servizi finanziari.

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