La moneta da un trilione di dollari

Fabrizio Galimberti
22.11.2021
Tempo di lettura: 3'
Alzare il tetto della spesa non è l'unica strada: il Tesoro Usa potrebbe emettere monete in platino, nell'ammontare e nella denominazione decisi a discrezione del Segretario. Depositate presso la Fed, diventerebbero cassa per ripagare i debiti. Per il premio Nobel Paul Krugman è la più grande riforma fiscale dei nostri tempi. Noi non siamo d'accordo (ecco perché)
La banconota di un milione di sterline”, è una divertente novella di Mark Twain, sulle avventure di un americano disgraziato che, nella Londra vittoriana, riceve in dono questa supermoneta insieme a una sfida: vivere un mese senza pagare niente, sulla base di quel solo simbolo di ricchezza.
La vicenda torna alla mente ora che si vocifera della possibile emissione di una moneta da un trilione di dollari da parte del Tesoro americano. Una possibilità definita dal premio Nobel dell'economia Paul Krugman, “la più importante riforma fiscale dei nostri tempi”.
Ma andiamo con ordine. C'è una strana norma del corpus legis americano che statuisce che ogni volta che l'accumularsi dei deficit minaccia di oltrepassare il limite fissato del debito pubblico, è possibile innanzarlo sulla base di una esplicita autorizzazione del Congresso. Perché questa norma è strana?

Perché non c'è dollaro che esca dalle casse federali che non sia giustificato da una legge di spesa. Insomma, se lo Stato spende più di quel che incassa, ciò avviene, negli Usa come negli altri Paesi, perché il Parlamento ha approvato ogni spesa e ogni tassa. Il deficit che ne risulta non piace? Allora la via maestra è quella di cambiare le leggi di entrata e di spesa che hanno portato a quel deficit.

Nei fatti, però, che questa deroga avvenga è piuttosto difficile: la maggioranza democratica nei due rami del Congresso non basta, dato che, a causa di un'altra disfunzione istituzionale legata alle regole del filibustering, la minoranza al Senato può bloccare quell'innalzamento.

E i Repubblicani hanno fatto del limite al debito un'arma impropria per bloccare programmi di spesa a loro dispiacenti. A questo punto compare la moneta da un trilione di dollari. Come si sa, l'emissione di moneta è riservata alle Banche centrali. Ma un'altra strana norma del corpus legis americano dà la possibilità al Tesoro di emettere monete metalliche in platino, nell'ammontare e nella denominazione decisi a discrezione del Segretario (oggi Janet Yellen).
Ecco che si apre un pertugio per aggirare il problema dell'autorizzazione ad aumentare il debito. Basterebbe che il Tesoro decidesse l'emissione di una moneta di platino (lo ha già fatto in passato, per monete commemorative ma legali, di importi modesti) da un trilione di dollari.

Indi depositasse tale moneta presso la Federal Reserve e tirasse poi sul conto, così garantito, procurandosi in tal mondo i fondi per pagare le spese, in alternativa all'emissione di debito. La proposta non è nuova, ed è stata tirata fuori ogni volta che l'America è entrata nel tormentone della battaglia sul limite al debito. Sembra che la prima avvisaglia risalga addirittura al 1992, quando il candidato del 'Populist party' alle presidenziali americane Bo Gritz, disse che era la maniera per ridurre il debito pubblico.

Già nel 2013 Paul Krugman era intervenuto sul limite al debito, e aveva perorato la monetissima di platino da un trilione. Sul New York Times del primo ottobre 2021 è tornato, con rinnovata passione, sull'argomento. Si tratta di un artificio? Sì, risponde Krugman, ma è un 'artificio a fin di bene', mentre l'autorizzazione a innalzare il limite di debito è un 'artificio a fin di male'.

Ci sono altre maniere di aggirare il limite? Eric Posner, un famoso costituzionalista americano, ne ha elencato alcune. Il Presidente potrebbe fare a meno del Congresso, innalzando il limite al debito con un 'executive order', giustificato dal fatto che il Congresso gli ha ordinato di spendere quando ha approvato le leggi di spesa, ma poi gli impedisce di spendere perché c'è il limite al debito.

Oppure, si potrebbe ricorrere al 14° emendamento alla Costituzione, che statuisce come la "validità del debito pubblico degli Stati Uniti... non sarà messa in discussione". Andare in default vuol dire allora violare la Costituzione e sta al Presidente di attivarsi perché questo non accada. Certo, se si ricorre alla monetissima o alle altre vie d'uscita, è sicuro che ci sarebbero ricorsi nel ginepraio giuridico. Ma intanto si potrebbe spendere e guadagnare tempo per soluzioni più permanenti. In ogni caso, non è questa la maniera per gestire un Paese.

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