La deriva dei continenti che seguirà alla guerra

Alberto Negri
Alberto Negri
22.3.2022
Tempo di lettura: 3'
Si ridisegna la geografia politica, con due blocchi contrapposti: un'Europa più atlantista mentre la Russia si avvicina alla Cina

Il rischio più grande è che la rottura economica tra Mosca e l’Occidente sia accompagnata dell’espansione del conflitto

Putin, più che gli eserciti e i missili Nato, teme le democrazie del Vecchio Continente, polo di fascinazione per il mondo slavo, che con la guerra vorrebbe ricacciare in tempi oscuri

Quando la polvere della battaglia in Ucraina si diraderà cominceremo a capire come cambierà il mondo.
Forse assisteremo a una sorta di “deriva” dei continenti, con un'Europa sempre più “atlantista”, legata agli Usa, e sempre meno euroasiatica, con una Russia spinta nelle braccia di Pechino.
Ci sono intanto alcune certezze. La prima è che gli americani, contrariamente a quanto accaduto in Afghanistan e in altre parti del mondo, questa volta avevano previsto gli eventi, ovvero l'invasione russa dell'Ucraina. E probabilmente avendo previsto gli eventi hanno anche preparato il terreno sia militare che diplomatico. La seconda certezza è che l'Europa è sempre più allineata sulle posizioni della Alleanza Atlantica contro la Russia. Mosca voleva meno Nato e con l'operazione in Ucraina se ne trova sempre di più. Tanto è vero è che tutti i maggiori Paesi europei hanno mandato armi in Ucraina e truppe negli stati che confinano con la Russia.

Tutto questo avrà delle conseguenze militari, politiche ed economiche. L'America di Biden avrà buon gioco a chiedere agli europei un maggiore contributo finanziario per sostenere l'Alleanza Atlantica finora pagata per l'80 per cento dagli Stati Uniti. Una richiesta fatta da tutti gli ultimi presidenti americani, Obama compreso, che anni fa chiamò gli europei degli “scrocconi” perché per la loro difesa continentale contavano soprattutto sulle risorse degli Stati Uniti.

Washington quindi nei prossimi anni venderà agli europei più armamenti e più sicurezza. Poi c'è il discorso energia e materie prime. Pur essendo stata la Russia un fornitore affidabile di gas e petrolio non sarà più ammessa una dipendenza così pesante da parte dell'Europa e in particolare di Paesi come la Germania e l'Italia. La diminuzione delle quote russe in questo momento è estremamente complicato: quindi per un certo periodo di tempo continueremo a finanziare Putin, anche se in maniera non ufficiale e sotterranea. La Russia convoglierà gas e petrolio nelle ex repubbliche sovietiche come l'Azerbaijan e prenderemo da lì almeno una parte delle su forniture.
Un modo come un altro per sopravvivere mentre si cercherà di diversificare le quote dei Paesi fornitori, cosa non facile visto che il gas americano, del Qatar o africano deve essere liquefatto e trasportato sulle navi. Intanto un Paese come l'Italia dovrà reinvestire in Libia che è legata a Gela in Sicilia dal gasdotto Greenstream, cosa non facile e scontata visto che la Libia continua essere un Paese caotico e instabile. Diventerà sempre più importante il gas offshore del Mediterraneo.

Ma senza farsi troppe illusioni. Il mega giacimento egiziano di Zhor, operato da un consorzio partecipato da Eni, servirà soprattutto i bisogni energetici dell'Egitto.

Poi c'è il gas nel Mediterraneo orientale, ma anche qui c'è una pericolosa diatriba tra la Turchia, la Grecia e le potenze europee sulle zone economiche esclusive. Senza contare che la stessa Turchia, Paese della Nato, dipende dal gas russo e bisognerà vedere se Erdogan resisterà alle pressioni per tagliare le forniture di Mosca.

La Russia sarà quindi colpita da sanzioni finanziarie, personali e tecnologiche. Le banche russe saranno tagliate fuori dai finanziamenti. Per gli oligarchi russi sarà impossibile viaggiare in occidente e i loro beni depositati nelle banche occidentali saranno bloccati. La Russia sarà tagliata fuori dal settore della tecnologia avanzata, come semiconduttori e parti di aeromobili. È probabile che gli effetti sull'economia russa saranno profondi. Ma è improbabile che questo distolga Putin dalla strada scelta. Invece è quasi certo che userà la guerra che ha scatenato in Ucraina come una scusa per spazzare via gli ultimi residui di libertà politica in Russia.

Il paese si trasformerà in una dittatura ancora più dura, il che renderà più facile eliminare qualsiasi dissenso da parte di quei russi scontenti della politica da Putin. Ma il rischio più grande è che la rottura economica tra la Russia e l'Occidente sia accompagnato dell'espansione del conflitto. Il timore più grande del Cremlino infatti non è la vicinanza delle truppe occidentali e dei missili Nato ma il confinare con delle democrazie europee che, pur con tutti i loro difetti, rappresentano un polo di fascinazione per un mondo slavo che la guerra di Putin vorrebbe ricacciare ai tempi più oscuri del Novecento.
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È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante".
Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.

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