Junk bond, l'alto rendimento non è mai stato tanto basso

Alberto Battaglia
16.7.2021
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La caccia alle opportunità sull'obbligazionario ha favorito gli emittenti spazzatura, ma quanto durerà

Lunedì 12 luglio il rendimento medio del comparto High yield ha toccato il minimo storico a 3,89% - nel marzo 2020 si viaggiava sul 9,2%

Per la prima volta i rendimenti dei Junk bond risultano inferiori al tasso d'inflazione americano

Secondo i manuali, i rendimenti delle obbligazioni diminuiscono di pari passo con i rischi. Limitandosi a questa considerazione, bisognerebbe affermare che le società con rating “spazzatura” sono oggi più affidabili che mai. E' veramente così?

Secondo i dati dell'ICE Bank of America High-Yield index, infatti, i rendimenti dei cosiddetti junk bond lunedì scorso hanno raggiunto il minimo storico al 3,89% (erano al 9,2% nel marzo 2020, nel pieno del coronacrash). Secondo Bespoke Investment Group, non era mai accaduto in passato che il rendimento dei junk bond risultasse inferiore all'indice dei prezzi al consumo americano, che a giugno è arrivato al 5,4%.

Anche se le componenti che hanno dettato l'aumento dei prezzi sono prevalentemente transitorie, questa anomalia inizia a far riflettere. Anche il differenziale fra il rendimento dei junk bond e quello del titolo “sicuro” per eccellenza, il Buono del Tesoro Usa di pari durata, è sceso ai minimi dal giugno 2007, portandosi a soli 305 punti base.
In seguito alle aggressive politiche monetarie espansive messe in campo dalle banche centrali, per le imprese prendere denaro in prestito è diventato assai conveniente. Sul versante opposto, però, i gestori di fondi interessanti al mercato obbligazionario sono stati costretti a cercare rendimento orientandosi sugli emittenti con rating più rischiosi, contribuendo a ridurre ulteriormente i premi al rischio per questo comparto solitamente denominato high-yield (cioè a elevato rendimento). Nel primo semestre del 2021 i fondi high-yield americani hanno ricevuto afflussi netti per 893 miliardi di dollari, secondo i dati raccolti da Thomson Reuters Lipper. Nel suo complesso, il mercato dei junk bond vale, ad oggi, 10.600 miliardi di dollari.
n parte, i rischi di default delle imprese si sono realmente ridotti. Stando ai dati Fed, al primo trimestre le società non finanziarie hanno accumulato asset liquidi per 6.400 miliardi di dollari, quasi il 50% in più rispetto al 2018. In secondo luogo, il club delle società con rating junk si è infoltito l'anno scorso di numerose società un tempo investment grade: i cosiddetti angeli caduti. Questo avrebbe contribuito a migliorare la qualità complessiva del gruppo che gravita sotto la tripla B.

Per i junk bond, tuttavia, il vento potrebbe cambiare, qualora alcune fra le previsioni che attualmente hanno guidato il mercato dovessero rivelarsi sbagliate. La prima è la possibilità che l'inflazione possa mantenersi sopra i target in modo stabile e non transitorio. Questo costringerebbe le banche centrali, a partire dalla Fed, a restringere la politica monetaria prima del previsto, con il rischio di danneggiare la crescita economica e, dunque, gli affari delle imprese. Il conseguente aumento dei rendimenti sui bond andrebbe, così a ridurre il prezzo di questi titoli (che è inversamente correlato ai tassi d'interesse) colpendo i fondi obbligazionari che in questa fase hanno scommesso sul comparto junk.
“Per quanto riguarda gli high yield bisogna dire che non tutti i junk bond sono uguali”, aveva dichiarato già lo scorso 24 giugno R.J. D'Ancona, Manager research analyst di Morningstar Research Services, segnalando come le probabilità di default crescano drasticamente quando si abbandona l'area di rating B. “I gestori di obbligazioni specializzati nell'alto rendimento a livello globale non stanno fuggendo da questi segmenti più rischiosi del mercato”, aveva aggiunto, “ci sono manager che fanno scommesse molto rischiose ed altri che hanno un approccio più cauto. Il suggerimento è quello di andare a vedere il merito di credito presente nei singoli fondi prima di mettere uno strumento in portafoglio”.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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