Italia che resiste, più forte delle incertezze della politica

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Le Pmi della penisola crescono nell'export, conquistano nuovi mercati e sono più competitive di quelle tedesche (Cipolletta) - L'obiettivo di Abete: 1000 multinazionali tascabili
A dispetto dello spread, delle incertezze della politica e anche del proprio
disincanto, l'Italia va. Negli ultimi mesi, con la crescita del differenziale tra
titoli italiani e tedeschi che tradizionalmente misura il grado di sostenibilità del “rischio – Italia”, sul nostro paese sono tornate ad addensarsi nubi fosche. Un'incertezza soprattutto innescata dal nuovo scenario politico e dalla impraticabilità del “contratto” del nuovo governo nella stretta cornice dei vincoli europei. Gli stessi italiani sono pessimisti sul futuro. Una ricerca di Ipsos sul sentiment delle famiglie, diffusa a giugno, colloca l'Italia all'ultimo posto delle grandi economie mondiali. Ed il 35% dei nostri connazionali sono ancora convinti che “il peggio debba ancora avvenire”.

Tuttavia a guardare i dati congiunturali e l'andamento dei conti delle imprese la fotografia che ne emerge non è affatto così negativa. Al contrario mostra segni evidenti di un paese in ripresa. Nello scorso anno il Pil nazionale è cresciuto dell'1,5%. Più di quanto avevano previsto i principali istituti, ed anche quest'anno è in territorio positivo benchè in decelerazione in linea con gli altri paesi. Può sembrare un risultato modesto, ed in effetti lo è considerando quanto hanno performato altre grandi economie europee. Ma i dati andrebbero filtrati con la demografia.

Nel triennio 2014-2017 la popolazione italiana è diminuita di 240mila unità. Se togliamo l'effetto demografico nel triennio 2015-2017 il pil italiano per abitante (+3,8%) è sostanzialmente allo stesso livello di quello tedesco ed inglese (entrambi a +3,9%). Nello stesso periodo di tempo, inoltre, l'Italia è quella che ha fatto registrale la maggiore crescita dei consumi tra i dieci paesi più ricchi della Ue.

Certo le ferite recate dalla più grave crisi economica della sua storia recente
ancora sono visibili. L'ultima recessione (2009-2011) ha avuto intensità (-10% del Pil) circa doppia rispetto a quella registrata nella grande crisi degli anni trenta (-5,9%). A differenza di quello che è accaduto in altri paesi del continente il Pil non è ancora tornato sui livelli pre-crisi ma i segni di vitalità non mancano e la ripresa è trainata dall'esportazioni cresciute lo scorso anno del 5,6 per cento.

Negli ultimi 10 anni - ha recentemente ricordato l'Ex Ceo di Unicredit Federico Ghizzoni - la bilancia commerciale è passata da un deficit di 5 miliardi ad un attivo di 50. Ed una legge ben fatta come “industria 4.0” dell'ex ministro dell'Industria Carlo Calenda ha attivato 25 miliardi di nuovi investimenti tecnologici. Anche il giudizio degli investitori esteri è cambiato, quando esaminano con maggiore distacco la realtà del paese. L'Aibe index , l'indice sintetico dell'attrattività del sistema Italia elaborato dall'associazione delle banche estere in collaborazione con il Censis, è cresciuto di 3 punti nel 2018 collocandosi al 43,3 per cento. Vista con gli occhi degli investitori stranieri l'Italia occupa l'ottavo posto - in un anno ha guadagnato due posizioni - tra i paesi con maggiori opportunità di investimento. Non siamo la Germania, insomma, ma neppure l'Argentina.

A che si deve questa “resilienza” del paese e delle sue industrie. A trainare
non è soprattutto la grande industria del paese. I grandi gruppi si sono rarefatti tra chi si è integrato con altre realtà internazionali e ha spostato
altrove il proprio baricentro (Luxottica,FCA), a chi è stato ceduto (Pirelli) a chi, semplicemente, arranca (Eni, ad esempio). È piuttosto la realtà delle medie industrie, tradizionale spina dorsale dell'economia del paese, a tenere alto il prestigio del made in Italy. Le aziende migliori sono sopravvissute alla crisi ed ora esportano e vanno a gonfie vele. Rispetto alle medie imprese tedesche, maggiormente integrate verticalmente nei grandi gruppi germanici, quelle italiane - è l'interpretazione di Innocenzo Cipolletta presidente di Aifi - sono più autonome.

Si avvantaggiano meno, in termini di fatturato, dal fatto di non essere fornitori di grandi gruppi ma sono più competitive si fanno meglio valere nei mercati. Fatto sta che sui 5mila prodotti in cui si può suddividere il commercio mondiale, ha osservato in un recente convegno Marco Fortis (Fondazione Montedison), per circa mille aziende italiane occupano la prima o la seconda posizione. E molti sono medi imprenditori. C'è allora un ritorno al "piccolo è bello" la sciagurata espressione coniata negli anni settanta e che per molti anni ha cullato i capitalisti della penisola nella falsa credenza che potevano per sempre rimanere fanciulli (come industriali, beninteso) senza rimetterci? Tutt'altro. Nella moda, nell'alimentare nell'arredo casa - è ancora Fortis a parlare facendo alcuni esempi - le imprese debbono raggiungere dimensioni maggiori per continuare a competere.

E, per finanziare la crescita non potranno rivolgersi unicamente al canale bancario che, a giudizio di Ghizzoni, “non sarà più in grado di soddisfare integralmente la domanda di credito”. Tra Pir, nuove quotazioni, fondi dedicati di equity e debito, strumenti di venture capital e Spac le aziende stanno finalmente scoprendo il mercato dei capitali. Per Luigi Abete, altro veterano dalla comunità finanziaria italiana - presidente di Bnp Paribas e della Luiss, ha guidato in passato Confindustria - occorre accompagnare le imprese che lo meritano in questo percorso cui è rivolto anche un protocollo d'intesa sottoscritto nei giorni scorsi tra la Luiss e la Confindustria.

“L'obiettivo – ha spiegato – è che mille mid-cap diventino mille ‘multinazionali tascabili' compiendo un salto non solo dimensionale ma qualitativo”. La Borsa Italiana, a inizio d'anno, stimava per il 2018 un incremento del listino di 50 nuove matricole.

Poi con l'incertezza della politica alcuni dei debuttanti hanno preferito attendere. Ma chi è andato avanti ugualmente ha avuto successo. La Carel,
azienda veneta specializzata in impianti di condizionamento, è stata quotata
l'11 giugno nei giorni più caldi della fibrillazione politica e dello spread. Ebbene dopo due settimane il suo prezzo in Borsa era cresciuto del 20% rispetto a quello di collocamento.

 

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