Investimenti green: la bolla verde non è una bolla?

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
22.2.2021
Tempo di lettura: 5'
Gli investitori investono verde e gli analisti "gridano" alla bolla. Regolamentazione, impact-investing e maggiore solidità delle società sostenibili sono tre argomenti che premiano i primi e sconfessano i secondi

I fondi globali legati ai principi ambientali, sociali e di governance hanno assorbito quasi 350 miliardi di dollari l'anno scorso

L'indice S&P Global Clean Energy è  quasi raddoppiato nell'ultimo anno, Il  prezzo medio delle società quotate è  di 41 volte gli utili

Secondo Francesco Bicciato, Segretario Generale del Forum per la Finanza Sostenibile, ci sono tre argomenti per affermare che il green non è una bolla

Green, green economy, green energy e green investing: il verde luccica più dell'oro. Sempre più risparmi sono calamitati da tutto ciò che è preceduto dal prefisso green e più in generale risponde alla “e” della sigla esg. A tal punto che Larry Fink, amministratore delegato della più grande società di asset management del mondo, BlackRock, ha dichiarato il mese scorso che si sta assistendo a una "svolta tettonica" del mercato verso gli investimenti sostenibili. I numeri lo confermano. Come riporta Morningstar, i fondi globali legati ai principi ambientali, sociali e di governance hanno assorbito quasi 350 miliardi di dollari l'anno scorso, il doppio rispetto ai 165 miliardi di dollari del 2019. Per alcuni però dietro queste cifre si nasconde una bolla finanziaria.

Numeri da bolla verde


L'investimento nell'energia pulita al servizio di un ambiente meno sofferente non è esente dalla mania speculativa delle folle. Anzi. A fare scattare il campanello di allarme è un articolo del Financial Times. In un'intervista al quotidiano britannico Gordon Johnson, amministratore delegato di GLJ Research, ha cosi dichiarato: “Penso che siamo al 100% in una bolla verde: gli utili di quasi tutte le società solari che copro sono peggiorati, mentre il loro prezzo è più che triplicato”. Secondo i dati di Bloomberg, l'indice S&P Global Clean Energy, che replica il prezzo delle azioni di 30 società, è quasi raddoppiato nell'ultimo anno, con prezzo medio di 41 volte gli utili. Nello stesso periodo le azioni blue chip statunitensi sono aumentate di circa il 16% nell'ultimo anno e sono valutate 23 volte gli utili. Anche Morgan Stanley ha rilevato la stessa dinamica: i multipli prezzo/utili delle società verdi nell'ultimo anno sono aumentati di 24, rispetto ai soli due punti dei settori “peer”.
Questi numeri si spiegano alla luce di una sempre più forte domanda da parte di investitori e non solo. I dati di BloombergNEF mostrano che aziende, governi e famiglie hanno speso più di $ 500 miliardi in energie rinnovabili e veicoli elettrici nel 2020. I politici hanno alimentato questa domanda, con Joe Biden che si è impegnato a investire trilioni nella decarbonizzazione dell'economia statunitense e la sua controparte cinese, Xi Jinping, che si è impegnata a garantire che il paese sarà a emissioni zero entro il 2060. Con i paesi che si impegnano a ridurre le proprie emissioni di gas serra, gli appassionati di esg si aspettano che gli investimenti verdi aumenteranno ulteriormente. Secondo Morningstar, più di 230 miliardi sono affluiti in fondi azionari a vocazione sostenibile.

I tre motivi per cui il green non è una bolla


Tuttavia, per Francesco Bicciato Segretario Generale del Forum per la Finanza Sostenibile, non è corretto parlare di bolla. Per tre motivi. “Anzitutto, il settore si sta già dotando degli anticorpi necessari a contrastare il greenwashing e favorire la trasparenza. Per esempio, in Europa è stato introdotto un regolamento sulla disclosure delle informazioni di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari. A operatori e consulenti è richiesto di divulgare informazioni sull'integrazione dei rischi esg e sugli impatti ambientali e sociali, in relazione sia alle politiche di investimento, sia alle strategie dei singoli prodotti” spiega Bicciato che sottolinea come il regolamento, inoltre, distingua chiaramente tra prodotti che non integrano temi esg, prodotti che promuovono temi di sostenibilità ambientale e sociale (o "light green") e prodotti che hanno come obiettivo investimenti sostenibili (o "dark green"), proprio allo scopo di ottenere maggiore trasparenza e armonizzazione. “Il secondo motivo è che tra gli investitori cresce sempre più la propensione a valutare la performance dei prodotti di finanza sostenibile in termini di impatto socio-ambientale positivo. In altre parole, il mercato non si limita più a chiedere che i portafogli evitino settori o emittenti che arrecano danni ai fattori esg. L'obiettivo è sempre più quello di fornire un contributo sostanziale alla soluzione delle sfide ambientali e sociali”. Infine, il terzo elemento è la solidità di queste aziende. “Gli emittenti che presentano rating esg più elevati tendono a dimostrarsi più solidi anche nel lungo periodo e durante le fasi di crisi. L'abbiamo riscontrato durante la volatilità dei mercati che ha caratterizzato le prime settimane dell'emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di COVID-19: i prodotti finanziari con credenziali esg più elevate hanno registrato perdite più contenute rispetto a quelli che non integrano criteri di sostenibilita”.

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