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Usa e Uk: l'inflazione vola, e la stretta monetaria non sarà indolore | WeWealth

Usa e Uk: l'inflazione vola, e la stretta monetaria non sarà indolore

Alberto Battaglia
13.4.2022
Tempo di lettura: 5'
I dati sull'inflazione Usa di marzo hanno spinto il membro Fomc, James Bullard, ad invocare una stretta monetaria che raffreddi la crescita

Negli Usa l'indice dei prezzi al consumo ha raggiunto l'8,5% a marzo, in crescita di 1,2 punti rispetto a febbraio. Nel Regno Unito il tasso d'inflazione ha toccato, invece, il 7% con un incremento sul mese di 1,1 punti, contro il +0,7% previsto dagli economisti Reuters

"Dobbiamo mettere pressione al ribasso sulla componente dell'inflazione che pensiamo sia persistente", ha dichiarato James Bullard, membro del Fomc, al Financial Times "arrivare a un neutrale", quello che non danneggia la crescita economica, "non sembra essere sufficiente"

L'inflazione ha proseguito la sua corsa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sulla spinta dei rincari energetici rafforzati dalla crisi ucraina. Negli Usa l'indice dei prezzi al consumo ha raggiunto l'8,5% a marzo, in crescita di 1,2 punti rispetto a febbraio. Il solo indice dei prodotti energetici è aumentato di 11 punti fra febbraio e marzo, contro il +3,5% precedente.

Nel Regno Unito il tasso d'inflazione ha toccato, invece, il 7% con un incremento sul mese di 1,1 punti (contro il +0,7% previsto dagli economisti Reuters). In seguito alla pubblicazione del dato britannico diversi analisti, fra cui quelli di JPMorgan, hanno rivisto al rialzo le previsioni per l'inflazione di aprile che potrebbe avvicinare il 9%.

Per entrambi i Paesi l'inflazione è arrivata livelli record: sono i massimi dal 1981, per gli Usa e dal 1992 per il Regno Unito. Le banche centrali dei due Paesi, nel frattempo, hanno iniziato a far salire il livello dei tassi. La Fed l'ha fatto per la prima volta a marzo, con una stretta da 25 punti base, la BoE invece, ha iniziato lo scorso dicembre proseguendo nelle due riunioni successive, portando il tasso dallo 0,1 allo 0,75%.

Usa, c'è chi vede il picco


Il dato sull'inflazione “core” americano, l'indice che esclude le componenti più volatili del paniere fra cui l'energia, ha fatto pensare che il picco nella crescita dei prezzi possa essere stato finalmente raggiunto: l'indice “core” è aumentato dello 0,3% mensile contro lo 0,5% previsto dagli economisti. All'interno dell'indice di fondo ad aver guidato in rincari sono le spese per l'alloggio, ma anche i biglietti aerei, l'assistenza medica, l'Rc auto. L'aspettativa che l'inflazione possa aver raggiunto il picco negli Usa aveva dato un iniziale spunto positivo a Wall Street, che però ha chiuso in calo il 12 aprile. Il dato britannico pubblicato l'indomani, invece, non ha avuto un grosso impatto sulla Borsa di Londra, il 13 aprile.

Dal momento che l'inflazione aveva iniziato ad accelerare dall'aprile 2021, il confronto dei prezzi su base annua inizierà ad essere meno ampio rendendo così più bassa l'inflazione per un mero effetto aritmetico. Il raffreddamento dei prezzi osservati in alcune componenti del paniere come le auto usate (-3,8%) potrebbero preannunciare l'inizio di un'inversione di tendenza.

Bullard sulla stretta monetaria: impossibile non danneggiare la crescita


L'idea che l'inflazione sia attualmente arrivata al picco non potrà distogliere la Federal Reserve dall'agire con forza per inasprire la politica monetaria e favorire un ritorno dell'inflazione sull'obiettivo del 2% a lungo termine. L'ultimo report sull'inflazione "sottolinea solo l'urgenza che la Fed è dietro la curva e ha bisogno di muoversi", ha detto al Financial Times il presidente della Fed di St Louis, James Bullard, un membro 'falco' del Fomc. Bullard, che si dice favorevole a un aumento dei tassi da mezzo punto in occasione del prossimo meeting Fed, ha affermato che per ottenere risultati contro l'inflazione sarà necessario oltrepassare il tasso d'interesse neutro del 2,4%. Il tasso neutro è quello che non aiuta né danneggia la crescita economica. "C'è un po' di fantasia, credo, nella politica attuale delle banche centrali", ha detto Bullard, un tasso "neutrale non mette pressione al ribasso sull'inflazione. E' solo smettere di mettere pressione al rialzo sull'inflazione" – dunque, non basta.

"Dobbiamo mettere pressione al ribasso sulla componente dell'inflazione che pensiamo sia persistente", ha aggiunto, "arrivare alla neutralità non sembra essere sufficiente, perché mentre una parte dell'inflazione può moderarsi naturalmente... ci sarà una sua componente che non lo farà". Pertanto, il rallentamento dell'economia è qualcosa che, consapevolmente, la Fed ricercherà nei prossimi mesi. La speranza di Bullard, tuttavia, è che questo non significhi arrivare alla recessione (ossia a osservare una riduzione del Pil).

Nel frattempo, il 13 aprile, la banca centrale del Canada ha dato inizio alla riduzione del suo bilancio e ha operato un aumento dei tassi da mezzo punto, portandoli all'1%; a febbraio il Paese aveva registrato un'inflazione al 5,7%.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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