L'inflazione è già qua: le banche centrali hanno fallito?

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
22.4.2022
Tempo di lettura: 2'
Le banche centrali, in primis la Fed, sembrano per ora non avere saputo frenare l'inflazione. Ora il rischio è la recessione

Secondo il The Economist la Fed ha peccato d'ottimismo, con il risultato che ora l'inflazione è ai livelli più alti da 40 anni a questa parte

A marzo negli Stati Uniti i prezzi al consumo erano infatti dell'8,5% più alti di un anno prima, l'aumento annuale più veloce dal 1981

Da manuale le banche centrali dovrebbero ispirare fiducia nell'economia mantenendo l'inflazione bassa e stabile. Eppure negli ultimi mesi, così non è stato con la Federal Reserve che guida le file delle autorità monetaria che non hanno assolto al loro compito principale: la stabilità dei prezzi. A marzo negli Stati Uniti i prezzi al consumo erano infatti dell'8,5% più alti di un anno prima, l'aumento annuale più veloce dal 1981. Attraversando l'atlantico lo scenario non cambia di molto. L'aumento di prezzo nella zona euro e nel Regno Unito è rispettivamente del 7,5% e del 7%.
Secondo il The Economist tuttavia si tratta di due inflazioni diverse. Quella europea è in larga parte da ricollegarsi al rincaro energetico e delle materie prime, quella americana no. Tant'è che l'inflazione al netto della componente energetica ed alimentare sarebbe del solo 3% nel vecchio continente, mentre del 6,5% nel nuovo. Nella terra dello Zio Sam, la causa è da ricercarsi più nell'eccessivo stimolo fiscale iniettato nell'economia dall'amministrazione Biden. Nessuno come gli Stati Uniti ha infatti speso tanto per far fronte al covid. Gli 1,9 mila miliardi di dollari a sostegno della ripresa hanno portato il pacchetto pandemico al 25% del pil americano. Mentre la Casa Bianca premeva l'acceleratore, la Fed avrebbe potuto e dovuto premere il freno.
E invece così non è stato. Venendo da un decennio in cui l'inflazione si dava per dispersa, la banca centrale americana, sostenuta dagli attivisti di sinistra, ha peccato di ottimismo. Nel settembre 2020 la Fed ha codificato le sue nuove opinioni promettendo di non alzare affatto i tassi d'interesse, finché l'occupazione non avesse già raggiunto il suo livello massimo sostenibile. A dicembre una nuova previsione: aumentare i tassi di 0,75% nel 2022. Ora ci si aspetta un aumento del 2,5% e i politici e i mercati finanziari sembrano pensare che ciò sarà sufficiente per domare l'inflazione. Potrebbero peccare nuovamente di eccessivo ottimismo. Per il The Economist, per tenere a freno l'inflazione è necessario infatti aumentare i tassi al di sopra del loro livello neutrale - che si pensa sia circa il 2-3% - in più rispetto al livello dell'inflazione. Ciò comporterebbe un tasso dei fondi federali del 5-6%, livello mai visto dal 2007, con il rischio di innescare una recessione.

Negli ultimi 60 anni la Fed è riuscita solo in tre occasioni a rallentare significativamente l'economia americana senza causare una recessione. Non lo ha mai fatto dopo aver lasciato che l'inflazione salisse così in alto come oggi. Lasciarla correre è un'opzione che ha un costo. Danneggia gli obbligazionisti a lungo termine, comprese le banche centrali straniere e i governi che possiedono 4 mila miliardi di dollari in obbligazioni del Tesoro. Per intenderci, un decennio di inflazione al 4% invece che al 2% taglierebbe il potere d'acquisto del denaro rimborsato alla fine di quel periodo del 18%. Anche il costo dei prestiti potrebbe di riflesso incorporare un premio più alto d'inflazione.
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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