Il conto (salato) dell'inattività femminile

Laura Magna
Laura Magna
17.3.2021
Tempo di lettura: 5'
Solo la metà delle donne italiane partecipa al mondo del lavoro nel nostro Paese: un dato che ci costa il 5,7% del prodotto interno lordo. Per la parità economica ci vogliono ancora due secoli e mezzo secondo il Wef. Anche se le ragazze italiane hanno le stesse competenze degli uomini e spiccano su cloud e stem. Ciò che le frena? La mancanza di asili nido.

Secondo Eurofund, solo il 54,4% delle donne italiane lavora, fa peggio solo Malta nel Vecchio Continente; la media europea è al 63,5% e la prima della classe è la Svezia, con una partecipazione del 77,6%. La sottooccupazione femminile in Italia ha un costo pari al 5,7% del Pil

Siamo ultimi anche in termini di gap rispetto all'occupazione maschile, con un delta del 17,9%. E se si guarda ai Neet, chi non studia e non lavora e ha perso le speranze di trovare un lavoro, le donne italiane lo sono per la stragrande maggioranza dei casi, per esigenze di cura familiari, verso i figli piccoli o verso i genitori anziani

Poco è cambiato da quando l'analista giapponese Kathy Matsui elaborò per Goldman Sachs la teoria della Womenomics nel 1999. L'idea era che, incentivando le donne a partecipare al mondo del lavoro, si sarebbe data forza alla debole crescita economica del suo Paese. Nel 2014, Matsui ha calcolato che la partecipazione femminile al mondo del lavoro avrebbe aumentato il  Pil del 13%. Sarebbe stata anche l'unico modo per compensare, sui luoghi di lavoro, il calo demografico in atto per il rapido invecchiamento della popolazione: le stime prevedono che nel 2060 i giapponesi saranno il 30% in meno di oggi e per il 40% over 65enni. E per l'Italia, che dal punto di visto della demografia e dei tassi occupazionali è molto affine al Giappone, non sarebbe molto diverso. Secondo l'agenzia europea Eurofund, solo il 54,4% delle donne italiane lavora, fa peggio solo Malta; la media europea è al 63,5% e la prima della classe è la Svezia, con una partecipazione del 77,6%. La sottooccupazione femminile in Italia ha un costo pari al 5,7% del Pil e la rimozione di questo gap avrebbe un impatto positivo sullo stesso nella misura dell'11%. Un numero che consentirebbe, in un solo anno, di recuperare il -9,2% generato dalla pandemia.
Eurofund rileva anche che siamo ultimi in termini di gap rispetto all'occupazione maschile, con un delta del 17,9%. E se si guarda ai Neet, chi non studia e non lavora e ha perso le speranze di trovare un lavoro, le donne italiane lo sono per la stragrande maggioranza dei casi, per esigenze di cura familiari, verso i figli piccoli o verso i genitori anziani. La via da seguire è dunque chiara (e lo stesso report la indica): bisogna aiutare le donne a gestire i bambini piccoli con misure ad hoc che coinvolgano i padri nei congedi parentali, che sgravino fiscalmente la frequenza degli asili nido. Ma bisogna anche “garantire che queste strutture siano presenti e disponibili. Incentivando forme di lavoro flessibili ed eventualmente potenziando i congedi di maternità. Così si portano le donne nel mondo del lavoro. Cento asili nido fanno per l'occupazione più di quello che fanno 100 startup”, a dirlo è Ignazio Rocco di Torrepadula, ceo e founder della Fintech Credimi ma anche membro dell'Associazione M&M – Idee per un Paese migliore. Il suo intervento afferisce all'attività che svolge nell'ambito della sua partecipazione all'associazione, che riunisce 250 manager, economisti, scienziati, diplomatici, giornalisti, dirigenti pubblici, imprenditori, rappresentanti del terzo settore e accademici con background ed interessi diversi e l'obiettivo di partecipare al dibattito sulle politiche, di proporre soluzioni ai problemi comuni e di realizzare progetti nell'interesse generale.

M&M ha messo nero su bianco in un paper le azioni da compiere per costruire la Next Generation Italia: tra i capisaldi ci sono l'istruzione e appunto la questione femminile, due annosi punti dolenti per la sesta potenza industriale del mondo.

D'altronde il gender gap, nonostante tutte le evidenze delle inefficienze che produce, resiste non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Per esempio, non c'è paese in cui gli uomini trascorrano la stessa quantità di tempo che trascorrono le donne facendo un lavoro non retribuito, per esempio. Nei paesi in cui il rapporto è più basso, è ancora 2:1: lo scrive il Wef nel suo Rapporto annuale sul Gender Gap, secondo cui ai ritmi attuali, per colmarlo ci vorranno 100 anni, circa 95 anni sul fronte della rappresentanza politica e 257 su quello economico. Il report del Wef ci dice che anche se siamo ultimi siamo in buona compagnia.

A livello globale, in media solo il 55% delle donne (di età compresa tra 15 e 64 anni) lavora, rispetto al 78% degli uomini. In 72 Paesi alle donne è vietato aprire conti bancari o ottenere crediti. Anche sul fronte della rappresentanza politica la situazione è drammatica: le donne nel 2019 detengono il 25,2% dei seggi parlamentari (camera bassa) e il 21,2% delle posizioni ministeriali), mentre è insignificante in termini di accesso all'istruzione, per cui la parità richiede in media appena 12 anni ed è stata pienamente raggiunta in 40 dei 153 paesi analizzati. Dati che suggeriscono una amara conclusione: le donne hanno più difficoltà degli uomini ad accedere al mondo del lavoro e del potere, nonostante abbiano pari competenze.

E questo è tanto più vero se si torna a guardare all'Italia: le donne del nostre Paese sono al 117esimo posto sul fronte della partecipazione economica. Che vuol dire terzultimi nel mondo Occidentale (fanno peggio solo Corea e Giappone). Ma ci collochiamo molto più su (76seiesimi) nell'indice generale: solo Grecia, Malta e Cipro fanno peggio in Europa.

La partecipazione politica appare buona al confronto (in quel sottoindice per cui siamo 44esimi). Per dire dell'istruzione: per ogni cento maschi che frequentano l'università in corso, ci siano 135 donne. Paradossale anche che le competenze in Cloud Computing, la professione più maschile del futuro, siano vicine alla parità in India e in Italia, che hanno anche gender gap relativamente limitati nelle discipline Stem quando si parla di educazione universitaria (relativamente: parliamo di una proporzione di 83 a 17 contro però 92-8 della Germania e di 88-12 della media globale). La strada, davvero, è ancora lunga. Ma qualche scorciatoia esiste.

“Per esempio le quote rosa – conclude Rocco di Torrepadula -Non è per essere gentili che dobbiamo concederle e le abbiamo concesse. È necessario che ci siano più donne nei luoghi di potere per rappresentare le esigenze delle altre donne. Per forzare un cambiamento culturale che riequilibri il peso dei doveri domestici e di assistenza e facilitare le carriere femminili. È necessario aumentare il livello di istruzione e spingere sempre più ragazze verso le competenze richieste dalla quarta rivoluzione industriale, per colmare il mismatching tra domanda e offerta di lavori digitali. Per aumentare la diversity e anche, cinicamente, perché le startup hanno bisogno di clienti a cui vendere le proprie innovazioni. La metà dei clienti potenziali, le donne che non hanno reddito e non lavorano, sono pressoché oggi fuori dal mercato. E sarebbero, invece, un motore potente per far correre questo Paese”.

(articolo tratto dal magazine We Wealth di marzo 2021)

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