Il doppio gioco dei cambi sulle catene globali

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La svalutazione delle divise esercita una duplice azione, riducendo il vantaggio competitivo generato da un deprezzamento della moneta locale. Ma al tempo stesso il peso dell'export sul pil aumenta
I tassi di cambio contano ancora? La domanda è provocatoria ed è posta in un recente working paper del Fondo monetario, Global value chains and external adjustment: do exchange rates still matter?, di Gustavo Adler, Sergii Meleshchuk e Carolina Osorio Buitron, che risale a dicembre. La ragione per la quale ci si pone questa domanda sta nelle famose catene globali di offerta (global value chain o semplicemente gvc). L'avanzare intrepido della globalizzazione, questa manciata di sillabe che domina il nostro tempo, ha fatto sì che un tipico prodotto finito abbia dentro, in misura maggiore rispetto al passato, semilavorati e componenti che provengono da altri paesi.
Prendiamo il caso di una macchina Fiat degli anni ‘80. Veniva prodotta in Italia, a Torino, e attorno alla Fiat fioriva un indotto tutto italiano. Qualcosa veniva dall'estero, è vero, ma non molto, a livello di componenti. Naturalmente, c'era però una parte, a livello di materie prime - il minerale di ferro nell'acciaio delle lamiere, la gomma per i pneumatici, il cromo, il rame ecc. - che finiva, direttamente o indirettamente, nei costi della Fiat. Talché, quando la lira si svalutava, c'era sì un vantaggio per l'export delle macchine italiane, temperato però dal rialzo dei prezzi di tutto quello che veniva importato e finiva, in un modo o nell'altro, nel costo dell'auto. Tuttavia, il vantaggio dal lato dell'export era nettamente più grosso dello svantaggio dal lato dell'import.

Questo semplice meccanismo è ancora valido in tempi di gvc? È interessante osservare come le catene di offerta siano andate ispessendosi dall'inizio del secolo. Si tenga presente che il contenuto di import nell'export, è più alto nei paesi medio-piccoli o piccoli, in cui la quota dell'import/export su pil è molto alta e che scambiano intensamente col resto del mondo, e meno alta in economie grandi come gli Stati Uniti e la Cina, che sono relativamente chiuse (più bassa quota dell'interscambio nel pil). Il working paper citato sembra dimostrare che quando una moneta si svaluta, il maggior prezzo degli input importati viene ad assottigliare, più di prima, il vantaggio competitivo del paese la cui moneta si deprezza. Certo, la trama si infittisce, perché il Paese da cui provengono i componenti ha anche lui i suoi costi, che dipendono anche dai tassi di cambio di tutti i Paesi da cui il fornitore a sua volta si rifornisce. Lo studio del Fondo ha fatto ricorso a statistiche dettagliate sui rapporti, bilaterali e multilaterali, degli scambi e dei tassi di cambio per 37 economie manifatturiere, e gli scambi fra ognuna delle economie con ognuna delle altre sono stati raccolti sia per i prezzi che per i volumi.

Il risultato? Sì, i tassi di cambio sono importanti come prima, perché sono in gioco due fattori contrastanti. Primo, è vero che le gvc attutiscono, come è intuitivo, il ruolo dei cambi, dato che, come detto prima, rimpiccioliscono i vantaggi del deprezzamento. Secondo, la globalizzazione porta a una maggiore interpenetrazione delle economie e porta quindi a ingrandire il rapporto fra export e pil. Talché il più limitato vantaggio competitivo della svalutazione viene a esercitarsi su un flusso maggiore di export. Le due cose, secondo le conclusioni degli autori, si compensano, e la risposta all'angosciosa domanda - I tassi di cambio contano ancora? – è positiva. Naturalmente, la domanda non si porrebbe se nel pianeta ci fosse una sola moneta. Prendiamo il caso dell'euro. Quando la moneta unica fu introdotta, gli scambi interni all'Eurozona non conobbero più vantaggi e svantaggi legati a svalutazioni o rivalutazioni. E la stessa cosa accadrebbe se il sogno di alcuni – Keynes la chiamava Bancor, Pierre Werner la chiamava ‘Mondo' – si avverasse.

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