Tra dicembre e gennaio, la Federal Reserve nelle politiche ha compiuto un'inversione di 180 gradi. Cosa succederà adesso? L'analisi di Sonal Desai, chief investment officer per Franklin Templeton Fixed Income Group

I dati dicono che negli ultimi cinque-sei anni il tasso di risparmio delle famiglie è rimasto sostanzialmente costante, anche se il patrimonio netto delle famiglie è salito a un massimo storico

La correlazione storica tra patrimonio netto delle famiglie e risparmi personali è cessata dopo la crisi finanziaria

L'effetto ricchezza non è forte come un tempo

"Il 19 dicembre, sulla pagina delle opinioni del Wall Street Journal campeggiava il titolo “Powell to Markets: Take That”, con il sottotitolo “The Fed says more rate increases are coming, so get used to it” (“Powell ai mercati: operazione compiuta”, “La Fed dichiara che altri aumenti dei tassi sono in arrivo, quindi sarà meglio farci l'abitudine”). Appena un mese dopo, sulla stessa pagina campeggiava un altro titolo “The Fed Apologizes”, con il sottotitolo “Powell continues his rehabilitation tour and the markets applaud”.

In altre parole, il presidente della Fed Jay Powell perpetua la tradizione della cosiddetta “Fed put” come Yellen, Bernanke e Greenspan prima di lui. Il mercato viene meno, la Fed diventa accomodante. Questa critica pungente ha più di un fondo di verità. Ma non significa che la Fed non effettuerà altri aumenti.

La Fed ha deciso di fare una pausa perché ritiene che sia prudente e perché può farlo. L'inflazione rimane sotto controllo e, secondo quanto sostiene la Fed, anche la stabilità finanziaria. Di conseguenza, un rallentamento o persino un arresto della normalizzazione della politica non comporta alcun rischio e la Fed può permettersi di aspettare.

Concordo sul fatto che i rischi finanziari siano ampiamente sotto controllo; ma a mio avviso questo prospetta altri rialzi, e non tagli, dei tassi.

La salute finanziaria dei consumatori statunitensi è migliore di quanto ritenuto in precedenza. Il fattore più importante è che la nostra ricerca dimostra che sono molto meno vulnerabili di un tempo alle fluttuazioni dei mercati azionari.

Considerate: i dati dimostrano che negli ultimi cinque-sei anni il tasso di risparmio delle famiglie è rimasto sostanzialmente costante (a un robusto [6%]), anche se il patrimonio netto delle famiglie è salito a un massimo storico: 700% del reddito disponibile. In confronto, quando il patrimonio familiare salì in modo marcato nel periodo precedente la crisi finanziaria globale, il tasso di risparmio scese dal 6% a un modesto 2%.

La correlazione storica tra patrimonio netto delle famiglie e risparmi personali è cessata dopo la crisi finanziaria. In altre parole, l'effetto ricchezza non è forte come un tempo: a un aumento della ricchezza non corrisponde più alcun aumento significativo dei consumi del settore delle famiglie.

I livelli più elevati di disuguaglianza economica svolgono un importante ruolo sotto questo aspetto: una maggiore disuguaglianza fa sì che il recente aumento del patrimonio netto vada in misura sproporzionata a beneficio delle famiglie più ricche, soprattutto nella misura in cui deriva dai crescenti valori degli asset finanziari. Le famiglie più ricche hanno una minore propensione a spendere di più a mano a mano che la loro ricchezza aumenta. Per contro, la bolla immobiliare del 2006 fu molto più egalitaria, favorendo un'ampia gamma di famiglie che, in reazione, spesero in misura eccessiva e consumarono di più.

Questa mancanza di dipendenza dall'effetto ricchezza colloca il consumo delle famiglie su una base molto sostenibile, supportata dai crescenti livelli di reddito e meno esposta alle rotazioni dei mercati azionari.

I consumatori statunitensi devono inoltre far fronte a un onere di debito notevolmente inferiore rispetto a quello precedente la crisi finanziaria: il debito delle famiglie è di circa un terzo inferiore al picco del 2008, sia in termini di percentuale del Pil (prodotto interno lordo) che di percentuale di reddito disponibile. Gli indici del debito delle famiglie e del servizio dei mutui ipotecari sono scesi a minimi record e i tassi d'insolvenza dei consumatori in percentuale dei prestiti bancari totali sono meno della metà rispetto ai livelli del 2009 (2,3% vs. 4,9%).

Questi dati trasmettono un chiaro messaggio: la Fed ha pochi motivi per temere che un'ulteriore stretta della politica monetaria danneggi i consumi delle famiglie. I consumatori contano su livelli elevati di patrimonio netto, alti tassi di risparmio e bassi indici di servizio del debito; inoltre, le loro decisioni in tema di consumo non sembrano reagire molto alle variazioni del patrimonio netto, soprattutto se dettate dai prezzi delle azioni. La Fed può alzare ancora un po' i tassi e i consumatori reagiranno con tranquillità, anche se vi sarà qualche correzione dei mercati azionari.

La Fed ha dichiarato che intende essere prudente e sentire il polso della crescita interna, dell'economia globale e delle condizioni finanziarie statunitensi. Se si considera la robusta situazione finanziaria delle famiglie statunitensi in combinazione con un mercato del lavoro altrettanto robusto che alimenta solidi incrementi salariali, si ottiene una prospettiva molto resiliente per i consumi privati, che rappresentano il principale motore della crescita interna. La crescita globale ha subito un certo indebolimento, ma l'economia europea marcia ancora a un ritmo superiore al potenziale e la Cina cresce a un rispettabile ritmo del 6%. In assenza di shock significativi, ci aspettiamo una modestissima decelerazione della crescita globale, non un rallentamento marcato. Le condizioni finanziarie interne hanno subito una stretta causata principalmente dal calo dei mercati azionari, che successivamente hanno registrato un'inversione di rotta; ciò sembra comunque avere un impatto limitato sui consumi, come sopra illustrato.

Nei prossimi mesi, prevedo che le prospettive economiche globali si dimostreranno più resilienti di quanto atteso ora dai mercati, il che renderà gli investitori azionari meno inclini al panico. Ritengo che la Fed a quel punto potrebbe effettuare altri due rialzi, perché sarebbe prudente farlo e perché può farlo.

Se pensiamo che Powell ha appena promesso che non ci saranno altri rialzi, dobbiamo riflettere su un aspetto: Bill Dudley, che fino allo scorso anno era a capo della Fed di New York, ha dichiarato che “…gli annunci della scorsa settimana non hanno implicazioni significative per le prospettive per i tassi d'interesse.

In ultima analisi, saranno i fondamentali economici a dettare il passo ed è su questi che dovremmo concentrare l'attenzione".

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