Euro sempre più forte, l'imprevedibile corso delle valute

Teresa Scarale
Teresa Scarale
4.12.2020
Tempo di lettura: 3'
Fra le valute, l'euro è ora molto forte, ai massimi sul dollaro da aprile 2018. Ora che il vaccino è realtà, il trend proseguirà, quali sono le implicazioni di scenario, cosa farà la Bce? Lo abbiamo chiesto al professor Andrea Beltratti, Academic Director Executive Master in Finance Sda Bocconi. E le risposte non sono state affatto scontate
Con il 2020 ormai quasi tutto alle spalle, l'euro continua a guadagnare terreno sul dollaro. Il Dollar Index (3/12/2020) scende dello 0,6% a 90,5110, ai minimi da aprile 2018. Di contro, il cambio euro/usd sale a oltre 1,21, ai massimi da aprile 2018. Alcuni osservatori vedono la debole domanda di biglietto verde come la naturale conseguenza dell'ottimismo degli investitori, non più interessati alla divisa statunitense come bene rifugio. «La verità è che – dalla mia esperienza – determinare ex ante il corso di una valuta è molto difficile, se non impossibile», osserva il professor Andrea Beltratti, Academic Director Executive Master in Finance Sda Bocconi.

L'euro forte vincerà nel paniere delle valute?


Grazie ai vaccini, i mercati – sempre protesi al futuro – hanno quasi rimosso il tema della pandemia. Fino a pochi mesi fa, la fine del tunnel non si intravedeva nemmeno. Adesso, appare un filo di luce. «Permangono inoltre misure economiche estremamente espansive, sia dal lato fiscale che da quello monetario. Siamo in una di quelle rare occasioni di sincronizzazione massima delle politiche economiche. I danni alle economie sono stati rilevanti, ma si guarda con speranza a quello che potrà succedere. Questa è la considerazione di fondo», prosegue il prof. Beltratti. Che poi si tratti di una situazione che andrà a favorire durevolmente il dollaro o l'euro, non è chiaro.

«Quello che sta succedendo alla valuta non è necessariamente legato a interpretazioni strutturali. Potrebbe dipendere da fenomeni più tecnici, non legati alle variabili fondamentali». Negli Usa, la reazione di politica economica sarà estremamente vigorosa. Anche in passato, «gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter dare una risposta di politica economica anche più efficace di quella europea».

In Europa, invece, ci sono al momento due ordini di rischio. È vero che, dal punto di vista monetario, la Bce continua con le sue politiche non convenzionali di acquisti e interventi. Ma, dal lato fiscale, «c'è un margine di rischio istituzionale». Si pensi solo alla questione del recovery fund, per cui devono attuarsi ancora una serie di passaggi istituzionali per arrivare all'operatività. «Né sappiamo come i governi utilizzeranno questi fondi. In Europa, non solo in Italia, c'è la cattiva abitudine di spendere le risorse europee per il consumo immediato, senza pensare agli investimenti futuri». Un altro elemento di incertezza in Ue è quello politico. Non solo a livello continentale, ma anche italiano: basti pensare alle persistenti politiche sull'utilizzo del Mes sanitario o sulla riforma dello strumento. In Europa «vi è quindi qualche difficoltà istituzionale in più, rispetto agli Usa».

Lo spettro della deflazione


Dal punto di vista degli investitori, la forza della nostra valuta è un fattore che porta a preferire gli asset denominati in euro. Ma l'euro forte ha un duplice problema. Il primo è quello di rendere meno competitive le esportazioni dell'area euro (Germania e Italia sono paesi esportatori). Il secondo è legato alla deflazione: l'euro in rafforzamento si riflette in prezzi calanti. Il combinato disposto di questi fattori indurrà i funzionari della Bce ad affilare strumenti «ancora più aggressivi di politica monetaria». In passato, la Bce – anche se non esplicitamente – in qualche modo aveva tenuto conto dell'andamento della valuta.

Ora però, «procedere ulteriormente con i tassi negativi è problematico» poiché mette sempre più sotto pressione il sistema bancario. Vi è poi il gap crescente fra le performance e le valutazioni borsistiche delle banche americane e di quelle europee, molto penalizzate rispetto alle colleghe a stelle e strisce. «Le banche Ue sono grandi detentrici di debito pubblico e non possono sfruttare il normale margine di interesse». È sotto stress la sostenibilità del business model degli istituti di credito europei, nel Vecchio Continente più nevralgici che negli Usa. Le economie europee sono più banco-centriche, mentre quelle statunitensi sono più legate ai mercati.

Se l'euro è in rafforzamento, come ci libereremo dalla deflazione allora? «Nel medio-lungo periodo il trend che potrebbe far tornare un po' di benefica inflazione è quello della deglobalizzazione. La riduzione del commercio internazionale, frammentando la catena del valore globale potrebbe portare a delle value chain locali, più facilmente prone a pressioni sulla domanda e a carenze d'offerta», con conseguente aumento del livello dei prezzi al consumo.
caporedattore

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