Gli effetti della pandemia sul pil? Tutti ancora da capire

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Un recente rapporto del G30 spiega che il danno reale sull'economia si potrà osservare solo alla fine del tunnel. Le misure di sostegno che hanno ovviato all'illiquidità, infatti, hanno anche mascherato le insolvenze future. Per farvi fronte, bisognerà mettere in campo una nuova edizione di quella "immaginazione al potere" di cui i Governi, fortunatamente, hanno dato finora buona prova
La sfera di cristallo per l'anno nuovo è particolarmente annebbiata in questo inizio del 2021. C'è chi dice che non ci sono limiti al peggio. E c'è chi dice che l'annus horribilis 2020 è stato così brutto che il 2021 non può che essere migliore. I grandi previsori – Fondo monetario, Ocse, Banca mondiale, Commissione Ue – sono unanimi nel secondo campo e proiettano un rimbalzo dell'economia per tutti i Paesi. Il problema è che in moltissimi casi il rimbalzo non basterà a compensare le perdite del 2020, e a fine 2021 l'economia sarà ancora al di sotto del livello del 2019. Questo è vero per il complesso delle economie avanzate (Usa, Europa, Giappone), ma non è vero per l'Asia dove, grazie alla forte tenuta della Cina, il 2021 vedrà livelli di attività economica superiori a quelli pre-crisi.
I rischi sono verso l'alto o verso il basso? Purtroppo, non sappiamo ancora abbastanza della variabile e virulenta aggressività del SARS-CoV-19 per poter rispondere con sicurezza: ma le preoccupazioni ci sono. Il miglior modo per scrutare nel 2021 allora sta nell'imparare le lezioni del 2020. E per far questo possiamo prendere a bussola la recente analisi del ‘Gruppo dei 30', una squadra prestigiosa di accademici, banchieri centrali e reggitori delle politiche economiche, che ha sfornato un recente Rapporto sulle sfide della pandemia. Questo documento, frutto di uno studio collettivo capitanato da Mario Draghi e Raghuram Rajan, può essere utilizzato come filo d'Arianna in chiave previsiva. Un tempo, per guardare nel futuro, gli aruspici ricorrevano alla balbuzie fortunosa degli uccelli. Oggi ricorriamo ai numeri, conditi dalla ragione, dall'esperienza e dall'intuito.

Le lezioni del 2020 cominciano con una grande e reverente scappellata al ruolo delle politiche economiche. Qui ha soccorso l'esperienza della prima grande crisi di questo XXI° secolo, quella della Grande recessione. Nel 2008-2009 la risposta delle politiche economiche fu pronta e massiccia, sia a livello delle politiche di bilancio che a livello delle politiche monetarie. Questa volta la reazione delle banche centrali è stata ancora più pronta e ancora più massiccia, sui due livelli. Sono definitivamente tramontate le ossessioni sul bilancio in pareggio ed è stata abbracciata la nozione che vede il bilancio pubblico al servizio dell'economia (e non viceversa). Mentre, per quanto riguarda le politiche monetarie, i ‘soldi dall'elicottero' e la monetizzazione del debito sono, giustamente, entrati a far parte delle munizioni anticrisi di cui dispongono gli Stati.
Ma... attenti alla seconda ondata, dice Mario Draghi. Non si tratta però del Covid-19, bensì delle sue conseguenze. In questo Rapporto del G30 si argomenta come il peggio debba ancora venire: si argomenta come le misure di sostegno abbiano potuto lenire le perdite di reddito e ovviare all'illiquidità, ma abbiano anche mascherato il fatto che le devastazioni della pandemia hanno cacciato molte imprese – grandi e piccole, ma soprattutto piccole e medie – nell'angolo dell'insolvenza.

Talché, quando il polverone del Covid-19 si sarà depositato, quando le acque della virulenta tsunami si ritireranno, rivelando danni e macerie, ci troveremo con grosse fette dell'apparato produttivo piagate da inguaribili divari fra costi e ricavi. Insomma, consapevolmente o inconsapevolmente si è creata una situazione di azzardo morale, finendo col supportare imprese ‘zombie', che non potranno rimanere sul mercato anche quando dovesse finire la pandemia. Nel 2021, allora, le politiche dovranno essere più mirate, lasciando gli zombie al loro destino, ma allo stesso tempo creando le condizioni per generare posti di lavoro nei settori toccati dai fondi per il Next Generation.
Il Rapporto lancia un allarme e lo documenta. Per esempio, a livello globale, nel secondo trimestre del 2020, 147 società con fatturato superiore a 50 milioni di euro erano già diventate insolventi: un aumento del 99% rispetto al corrispondente trimestre del 2019. L'aumento più elevato è stato in Europa e in America e nei settori delle vendite al dettaglio, nei servizi e nell'energia. E poi ci sono i fallen angel (gli ‘angeli caduti', cioè le obbligazioni il cui merito di credito è stato ridotto a livello ‘spazzatura'): ce ne sono stati per 323 miliardi di dollari nella prima metà del 2020, e ce ne saranno ancora molti. Draghi raccomanda di non addossare altri debiti alle imprese che sono meritevoli, ma di studiare invece conversioni di debito in capitale di rischio. Una raccomandazione, questa, che apre un vaso di Pandora, dato che queste conversioni, che non potrebbero avvenire senza un robusto ruolo pubblico, hanno grossi risvolti ideologici.

La "Grande chiusura" ha portato inevitabilmente a innalzare la presenza pubblica nell'economia. Non è una novità: la stessa cosa era successa con la Grande recessione del 2008- 2009, basti pensare ai salvataggi di banche, assicurazione e anche grandi società industrial. È un crinale sottile quello che bisogna percorrere, fra la ‘distruzione creativa' raccomandata da Schumpeter e la difesa dell'esistente a prezzo di una più pervasiva presenza pubblica nell'economia. La conclusione? Per far fronte alle insolvenze che si profilano bisognerà mettere in campo una nuova edizione di quella sessantottina ‘immaginazione al potere' di cui i Governi, fortunatamente, hanno finora dato prova.

 

Articolo tratto dal magazine We Wealth di febbraio 2021

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