Covid 19 vs spagnola: lezioni di storia

Fabrizio Galimberti
24.12.2020
Tempo di lettura: 3'
Per l'economia italiana la pandemia potrebbe rappresentare un'opportunità di rinascita. Ma solo se sapremo usare in maniera efficiente il fiume di denaro in arrivo dalla Ue
La famosa influenza ‘spagnola' del 1918-19 – la più letale pandemia dei tempi moderni, con decine di milioni di morti, e mezzo miliardo di infettati nel mondo – è stata più volte evocata adesso che il nostro pianeta è stato infettato dal Sars-CoV-2.
Sono giustificati questi accostamenti?
Certamente, molte delle fattezze della risposta attuale al covid-19 ricordano quel che successe allora. Vedi i letti degli ospedali intasati, vedi le restrizioni, vedi le proteste. E vedi le inquietanti somiglianze con quel che avvenne allora. I contagiati diminuirono nell'estate del 1918, e, a inizio agosto, c'era una palpabile speranza che il virus avesse terminato la sua corsa. Ma, col senno di poi, era ‘la calma prima della tempesta'. In Europa, una nuova versione del virus era emersa, più virulenta della prima. Del pari, nell'estate del 2020 – 102 anni dopo – sembrava che il contrasto al virus avesse segnato nuovi progressi. Ma, come allora, una seconda ondata emerse, più virulenta della prima, cogliendo di sorpresa tutti i governi, e non solo in Europa ma anche sull'altra sponda dell'Atlantico.
Si trattava di una nuova versione del virus o semplicemente la versione di prima, che era tornata alla carica dopo l'iniziale allentamento delle restrizioni?
La risposta a questa domanda non la conosciamo: perché non sappiamo abbastanza di quel virus e della sua variabile aggressività. Quello che sappiamo per certo, invece, è che ci sono anche molte differenze fra la situazione attuale e quella del 1918. Per cominciare, l'attuale pandemia è causata da un virus completamente differente dal mixovirus di allora. Il Sars-CoV-2 appartiene alla fa- miglia dei coronavirus. Le due famiglie sono molto diverse tra loro per caratteristiche, trasmissibilità, tassi di attacco e letalità. In quegli anni del primo Dopoguerra la popolazione mondiale era di circa 2 miliardi e le stime che danno 500 milioni di infettati implicano che il virus attaccò circa un quarto degli abitanti del pianeta. Naturalmente, queste cifre – sia il numero dei morti che il numero dei contagiati – devono essere prese con cautela. La pandemia si diffuse in anni in cui gli strumenti di raccolta dati per calcoli epidemiologici e di statistica medica erano tendenzialmente incoerenti e di dubbia validità, accuratezza e solidità. Piccola parentesi di colore: la Spagna non c'entra niente con la ‘spagnola', nel senso che non si originò nella penisola iberica. Fu chiamata così perché cominciò a diffondersi verso la fine della Grande Guerra, quando ancora vigeva la censura militare, e non si voleva che notizie allarmistiche sulla nuova pandemia venissero a ferire il morale di civili e combattenti. La Spagna era neutrale, i giornali spagnoli non erano soggetti a censura, e furono loro che diffusero la notizia di questa nuova malattia, da cui il nome ‘spagnola'.

E veniamo all'epilogo: come ci si liberò della ‘spagnola'?
Nel 1918 non c'erano vaccini. La malattia si estinse naturalmente per ‘immunità di gregge'? Forse no, gli studi dicono che ci vorrebbe una più alta percentuale di infettati per raggiungere l'immunità di gregge. È stata avanzata l'ipotesi che il virus del 1918 abbia subito una mutazione rapida verso una forma meno letale, un evento comune nei virus patogeni, poiché gli ospiti dei ceppi più pericolosi tendono a estinguersi. La più importante differenza fra allora e adesso sta nella scienza. Il Sars-CoV-2 è stato immediatamente riconosciuto per quel- lo che era e imponenti risorse di ricerca medica si sono indirizzate verso un vaccino, che sarà certamente disponibile nel corso del 2021. Si può stimare che, entro la fine di quest'anno, meno dell'1% della popolazione mondiale sarà stata contagiata dal covid-19, e il tasso di letalità fra i contagiati è molto più basso rispetto alla ‘spagnola' (nel 1918 non c'erano neanche antibiotici).

Ma la questione più importante sta nelle conseguenze economiche del coronavirus del 2020. La crisi è stata forte – la più grave dal dopo-guerra – ma ne usciremo con l'avvento del vaccino. E l'Italia?
C'è un paradosso nel caso italiano. Le crisi sono anche opportunità (la parola cinese ‘wēijē' significa ambedue le cose) e l'Italia ha un'antica debolezza che può diventare una forza. La fatica di crescere dell'economia italiana dura da vent'anni e passa, e dipende da storiche magagne. Ma i soldi – un fiume – messi a disposizione dall'Europa potrebbero finalmente risolvere molte di quelle magagne – squilibri nei livelli di istruzione, squilibri digitali, squilibri territoriali – e rimettere la penisola su un sentiero di crescita. Certo, il dubbio rimane: sapremo spenderli? E l'incapacità a spendere bene i soldi pubblici (specie per le infrastrutture) è un'altra di quelle magagne che ci hanno fatto scivolare verso il basso nella classifica delle nazioni. La posta in gioco è immensa. Ma, se sarà vinta, il virus potrà essere stato una cura e non solo un flagello.

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