Costruzioni e Hnwi: una crisi che impatta sul patrimonio

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Il 2018 è stato l'anno nero delle costruzioni. Astaldi, un nome fra tutti, è in profonda crisi. E così anche gli azionisti e i bondholder (molti paperoni), che hanno visto crollare i loro investimenti

La crisi delle costruzioni ha portato alla scomparsa di 120 mila imprese e alla perdita di circa 600 mila posti di lavoro

Cinque tra le grandi imprese di costruzioni si trovano in concordato preventivo o amministrazione controllata: si tratta di Astaldi, Condotte, Cmc, Grandi Lavori Fincosit e Tecnis

Astaldi ha visto crollare le azioni di circa il 65% negli ultimi sei mesi e le quotazioni dei bond del 70%

Nel mirino il codice degli appalti

«L'anno nero delle costruzioni». Così è stato definito il 2018 dall'agenzia S&P Global Ratings, che ha rilevato un peggioramento delle condizioni finanziarie da parte di tutte le principali aziende del settore. Non a caso, cinque tra le grandi imprese di costruzioni si trovano in concordato preventivo o amministrazione controllata: si tratta di Astaldi, Condotte, Cmc, Grandi Lavori Fincosit e Tecnis, la cui situazione critica sta mettendo a rischio – secondo fonti sindacali dell'edilizia - circa 25 mila posti di lavoro (tra diretti e nelle società attive nei cantieri).

Una crisi non di commesse, ma di liquidità, che negli ultimi 10 anni – secondo i dati Ance – ha portato alla scomparsa di 120 mila imprese e alla perdita di circa 600 mila posti di lavoro. Il disallineamento dei flussi di cassa tra le risorse pubbliche destinate alle opere e gli investimenti dei privati per eseguirle — dettato anche dai ritardi con cui le amministrazioni danno il via libera all'esecuzione delle gare — sta facendo collassare, quindi, l'intero comparto. Unico gruppo che si salva in questo scenario è Salini-Impregilo, primo general contractor per dimensioni, che viene visto come alfiere di un possibile consolidamento. In generale, il quadro è nero.

In questo quadro, tutto nero, a farne le spese sono gli stessi investitori. Soprattutto private. Se si prende Astaldi, per esempio, le azioni sono crollate di circa il 65% negli ultimi sei mesi e hanno raggiunto un minino a 0,49 euro il 3 gennaio 2019. E non è andata meglio ai possessori di bond, che hanno visto sprofondare le quotazioni di circa il 70%. Il taglio minimo negoziale da 100.000 euro rende i bond Astaldi accessibili solo a una certa categoria di abbienti investitori (imprenditori, professionisti e clienti private), che hanno prestato i loro capitali ignari dei rischi latenti che venivano abilmente celati dal management. “Fino a settembre 2018, pur sapendo che ci fossero problemi di cash flow, non si sospettava che le difficoltà di Astaldi fossero così gravi”, ha dichiarato Stefania Pensabene, vicepresidente dell'Associazione bondholder Astaldi, che rappresenta oltre 55 milioni di obbligazioni su 890 milioni di bond Astaldi in circolazione. “Il nostro obiettivo? Riprendere i nostri soldi, possibilmente il 100%”, ha precisato Pensabene, che guarda ora al 14 febbraio, data ultima entro la quale Astaldi dovrà presentare al tribunale il piano di rilancio.

Astaldi, però, è solo uno dei tanti casi di società in profonda crisi. Le costruzioni rappresentano, infatti, l'8% del Pil nazionale, ricorda Confapi, che spiega che “un miliardo di euro investiti nel settore è capace di generare effetti pari a 3,5 miliardi e creare 15.500 posti di lavoro”. Per rifar partire il settore serve investire nelle infrastrutture. “In valore assoluto, (in Italia, ndr) la spesa per investimenti pubblici è diminuita da 47 miliardi del 2007 a 36 miliardi nel 2016 sino a 34 miliardi nel 2017, con una riduzione di circa il 27%”, si legge nel rapporto realizzato a dicembre da Assonime.

Inoltre, occorre semplificare la normativa del Codice degli Appalti. “Il Codice appalti ha fallito. La riforma che avrebbe dovuto introdurre efficienza e trasparenza nel mercato dei lavori pubblici, a quasi 3 anni dalla sua entrata in vigore, ha completamente disatteso questi obiettivi. Un groviglio di norme e linee guida confuse e difficili da applicare hanno contribuito a ingessare ancora di più il settore”, ha illustrato il presidente dell'Ance, Gabriele Buia.
Se, tradizionalmente, il codice dei contratti pubblici ha cercato di regolare tutto nel dettaglio, le direttive europee del 2014 hanno tentato di dettare dei principi, lasciando più libertà di scelta alla pubblica amministrazione (procedura, però, che per funzionare richiede delle PA qualificate e capaci di decidere).

“L'idea delle direttive europee era quella di una maggiore flessibilità e responsabilizzazione delle stazioni appaltanti, ma in Italia per ora il focus è rimasto sui profili procedurali”, ha affermato Ginevra Bruzzone, vicedirettore generale di Assonime, che ritiene che, a fronte di una elevata frammentazione dei centri di spesa, occorra far partire il nuovo sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti. “Solo chi dimostra di avere un'adeguata preparazione tecnica può gestire gli appalti più complessi”, ha spiegato Bruzzone, che poi ha aggiunto: “Sono inoltre necessarie modifiche mirate del Codice dei contratti pubblici per rimuovere alcuni appesantimenti procedurali ingiustificati e non richiesti dall'Unione europea”.

Qualcosa, intanto, è stato fatto, ma poco. Un primo intervento è avvenuto nella legge di bilancio, dove è stata data la possibilità di affidare lavori, servizi e forniture fino a 350 mila euro, senza gara. Ma per una revisione complessiva del codice dei contratti pubblici si dovrà attendere il disegno di legge sulle semplificazioni. “Apprezziamo che il Governo abbia deciso di procedere a una revisione, ma non possiamo aspettare i tempi di una legge delega. Il Paese è in perenne codice rosso: con il sito sbloccacantieri.it abbiamo raccolto le segnalazioni di 400 opere bloccate dalla burocrazia su tutto il territorio nazionale, ma nuovi allarmi arrivano quotidianamente”, ha detto Buia, che poi ha concluso dicendo: “È essenziale, quindi, che alcune fondamentali misure anticrisi per sbloccare i cantieri vengano recepite subito. Parliamo della possibilità di attivare oltre 400mila posti di lavoro, con 94 miliardi di ricadute positive per l'economia del Paese. Sarebbe una vera iniezione di fiducia dopo una legge di bilancio che ha tradito tutti i buoni propositi, destinando agli investimenti in infrastrutture solo 550 milioni”.
Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor

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