Brexit un anno dopo: imprese nel frullatore e ripresa in bilico

Rita Annunziata
4.1.2022
Tempo di lettura: 5'
A un anno dall'entrata in vigore degli accordi post-Brexit, i potenziali effetti positivi faticano a materializzarsi. Oneri burocratici, controlli doganali e mancanza di personale sono solo alcune delle problematiche lamentate dalle imprese britanniche. Mentre la ripresa resta un miraggio

Il 45% delle imprese definisce l’adattamento ai cambiamenti introdotti dall’accordo di commercio e cooperazione tra Unione europea e Regno Unito sull’acquisto e la vendita dei beni “molto” o “relativamente complicato”

Tra le principali problematiche lamentate si segnalano quelle relative alle procedure e ai controlli doganali, le nuove regole sull’origine delle merci, e il reclutamento del personale a causa del rientro dei lavoratori europei

Stando a un nuovo sondaggio del Financial Times su circa 100 economisti, la maggioranza ritiene che il tenore di vita dei britannici peggiorerà nel 2022, specie per le famiglie più povere (colpite dall’aumento dell’inflazione e da tasse più elevate)

Accantonati gli scenari più catastrofisti, dallo svuotamento degli scaffali nei supermercati alle code chilometriche al varco della Manica, gli effetti positivi della Brexit tanto auspicati dai suoi sostenitori faticano a materializzarsi. Anche a distanza di un anno dall'entrata in vigore dell'accordo di commercio e cooperazione sottoscritto tra Ue, Euratom e Uk dopo otto mesi di negoziati. Oneri burocratici, controlli doganali e mancanza di personale sono solo alcune delle problematiche lamentate dalla maggioranza delle imprese britanniche. Che, mentre il quadro congiunturale mostra un'Europa travolta dalla crisi pandemica, continuano a registrare difficoltà alle frontiere. Ma non solo.
Secondo un recente sondaggio delle British chambers of commerce condotto su 981 aziende nel mese di novembre, a un anno dalla Brexit il 45% definisce l'adattamento ai cambiamenti introdotti dagli accordi Ue-Regno Unito sull'acquisto e vendita dei beni “molto” o “relativamente complicato” (ben 15 punti percentuali in più rispetto alla precedente rilevazione del mese di gennaio). Il 15% lo definisce “molto” o “relativamente” semplice (contro il 10% di gennaio) mentre il 9% ritiene sia “troppo presto” per pronunciarsi a riguardo (contro il 16%). Il 23%, invece, segnala difficoltà più o meno decisive nell'adattamento ai cambiamenti e alle regole di acquisto e vendita di servizi (contro il 14% di gennaio). Il 20% ha incontrato difficoltà nella circolazione delle persone (contro il 9% di gennaio) e il 9% nel trasferimento di dati (variabile che non era stata considerata nella precedente rilevazione).
In questo contesto, gli esportatori britannici risultano essere ancor più propensi a segnalare difficoltà nelle aree analizzate: il 60% ne ha riscontrate nell'acquisto e nella vendita di beni, il 30% nell'acquisto e nella vendita di servizi, il 24% negli spostamenti e l'11% nel trasferimento di dati. Alle aziende che hanno riferito di aver incontrato alcuni ostacoli è stato poi chiesto quali fossero nello specifico. E gli oltre 400 casi studio raccolti hanno mostrato un'ampia gamma di aree, dai requisiti Iva alle procedure e i controlli doganali (che richiedono documenti aggiuntivi e causano ritardi), dalle nuove regole sull'origine delle merci (che hanno spinto alcune aziende a modificare i processi di produzione o rivedere la supply chain) alle difficoltà nel reclutare personale a causa del rientro a casa dei lavoratori europei. Fino alle norme del Protocollo dell'Irlanda del Nord.

Haviland: “Necessario un dialogo onesto”


“Sebbene i dati suggeriscano che il commercio stia diventando più difficile anziché più agevole, crediamo che ci siano delle soluzioni che possano migliorare le condizioni per le nostre attività di importazione ed esportazione”, osserva Shevaun Haviland, direttore generale delle British chambers of commerce. “I problemi con l'accordo di commercio e cooperazione tra Ue e Uk (Tca, dall'inglese Trade and cooperation agreement, ndr) non sono solo iniziali ma difetti strutturali che, sebbene risolvibili, se non curati scateneranno danni a lungo termine per la nostra economica”. Secondo Haviland, le aziende desiderano che i leader politici si allontanino dai dibattiti del passato e trovino nuovi modi per consentire loro di commerciare più liberamente. “Speriamo che queste evidenze forniscano un'opportunità di dialogo onesto su come possiamo migliorare le nostre relazioni commerciali con l'Ue”.

Ripresa post-covid a rischio anche nel 2022


Ma la Brexit non è l'unica variabile che potrebbe incidere negativamente sulla ripresa del Regno Unito nell'era post-covid. Stando a un nuovo sondaggio del Financial Times su circa 100 economisti, la maggioranza ritiene che il tenore di vita dei britannici peggiorerà nel 2022, specie per le famiglie più povere (colpite dall'aumento dell'inflazione e da tasse più elevate). Molte delle sfide che il Paese ha dovuto affrontare lo scorso anno erano di natura globale (dall'aumento dei prezzi dell'energia alla carenza di manodopera, dalle continue ondate del virus ai crescenti rischi legati al climate change) ma per gli intervistati il Regno Unito ha incontrato maggiori difficoltà perché la Brexit ne ha danneggiato il commercio e aggravato i colli di bottiglia e l'incertezza politica ha scoraggiato gli investimenti.

Via a nuove regole doganali dal 1° gennaio


Tale combinazione (Brexit e incertezza politica) “continuerà a ostacolare quella che altrimenti sarebbe stata una forte ripresa”, secondo Jagjit Chadha, direttore del National institute of economic and social research. “Le riprese sono guidate dall'ottimismo per il futuro”, ha dichiarato al quotidiano economico-finanziario Paul de Grauwe, docente della London school of economics, sottolineando come la Brexit “imporrà un pessimismo cronico sul futuro dell'economia britannica”. Certo, diversi intervistati hanno auspicato che il tasso di crescita del prodotto interno lordo del Regno Unito dovrebbe superare o quantomeno eguagliare quello della zona euro entro la fine dell'anno. Ma Paul Dales, capo economista della società di consulenza Capital Economics, ha definito una crescita robusta come “un miraggio statistico generato dalla pandemia”. Lui e molti altri hanno infatti evidenziato come l'economia del Regno Unito si stesse riprendendo più velocemente semplicemente perché era sprofondata in un buco ancor più profondo. Ma con l'entrata in vigore a pieno delle nuove regole doganali a partire dal 1° gennaio 2022, avvertono, la Brexit potrebbe aggravare gli attriti commerciali legati alla pandemia, con blocchi alle catene di approvvigionamento e carenze di manodopera più persistenti che in altri paesi. Oltre a pressioni inflazionistiche più pronunciate.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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