Bce, toni da falco, dopo la Fed. Occhi sul calendario macro

Rita Annunziata
29.8.2022
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Bce verso un rialzo significativo dei tassi a settembre. Mentre i mercati guardano ai prossimi appuntamenti macro. Anche negli Usa

Schnabel: “Le banche centrali devono agire con determinazione per combattere l’inflazione, anche a rischio di una crescita più debole e di un aumento della disoccupazione”

Si parte il 2 settembre con i dati sulla disoccupazione Usa, seguiti dall’andamento dei prezzi al consumo di agosto. Quanto all’Europa, i numeri su pil e disoccupazione saranno diffusi il prossimo 7 settembre

Toni da falco anche per la Banca centrale europea a Jackson Hole. All’indomani dell’intervento del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, i membri del comitato direttivo della Bce hanno definito necessario un rialzo “significativo” dei tassi di interesse in occasione della prossima riunione dell’Eurotower. Spingendo i mercati a scommettere su un aumento di 75 punti base. 


“Le banche centrali devono agire con determinazione per combattere l’inflazione, anche a rischio di una crescita più debole e di un aumento della disoccupazione”, ha dichiarato Isabel Schnabel, economista tedesca ed esponente del board della Bce in occasione del simposio annuale dei banchieri centrali in Wyoming. “Possono percorrere due strade di massima: una è quella della cautela, in linea con l’idea che la politica monetaria sia la medicina sbagliata per affrontare gli shock dell’offerta. L’altra è quella della determinazione. Un approccio, quest’ultimo, che minimizza i rischi di risultati economici molto negativi in futuro”.


In questo scenario, il governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau ha avvertito come la Bce potrebbe alzare i tassi oltre la normalizzazione. “Riportare l’inflazione al 2% è una nostra responsabilità”, ha aggiunto. “La nostra volontà e capacità di adempiere al nostro mandato sono incondizionate”.  Anche per Martin Kazaks, governatore della Banca centrale lettone, anticipare i rialzi dei tassi rappresenta una scelta politica ragionevole. “Dovremo essere aperti a discutere sia di 50 che di 75 punti base come possibili mosse. Dal punto di vista attuale, dovrebbe essere almeno di 50”, ha dichiarato.


Il calendario dei mercati: si parte venerdì con gli Usa

A non sbilanciarsi tuttavia sull’entità del rialzo del costo del denaro (se 50 o 75 punti base) atteso a settembre era stato per primo Powell, che lo scorso venerdì ha ribadito come dipenderà dai risultati macroeconomici in arrivo. Quanto agli Usa, si partirà il 2 settembre con i dati sulla disoccupazione, seguiti il 13 settembre da quelli sull’andamento dei prezzi al consumo di agosto. Quanto all’Europa, invece, i numeri su prodotto interno lordo e disoccupazione saranno diffusi il prossimo 7 settembre, mentre bisognerà attendere il 16 settembre per quelli sull’inflazione. I mercati finanziari guardano intanto alla riunione dell’Eurotower dell'8 settembre, cui seguirà il meeting del Federal open market committee (Fomc) il 20-21 settembre.


In vista dei prossimi appuntamenti, c’è chi ritiene che i banchieri centrali si troveranno ad affrontare un panorama economico ben più impegnativo di quanto sperimentato negli ultimi decenni. E che dovranno ripensare i propri obiettivi. “Un ambiente in cui gli shock dell’offerta saranno più volatili, che implicherà compromessi più costosi per la politica monetaria”, ha dichiarato al Financial Times Gita Gopinath, vicedirettore generale del Fondo monetario internazionale. Stando al presidente della Banca Mondiale, David Malpass, gli strumenti a disposizione degli istituti centrali (specie nelle economie avanzate) non sono adatti ad affrontare le pressioni inflazionistiche legate all’offerta che stanno guidando una parte significativa del recente surriscaldamento dei prezzi. A rimbalzare da una parte all’altra del tavolo dei banchieri centrali anche l’obiettivo dell’inflazione al 2% che, secondo alcuni, andrebbe adattato per rispondere a un’economia globale più fratturata. Secondo Stephanie Aaronson, ex membro della Fed ora alla Brooking Institution, alzarlo al 3% darebbe agli istituti centrali una maggiore flessibilità per guardare oltre gli shock dell’offerta e sostenere l’economia.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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