2020 come il 2008? No, per gli investitori è come il 2018

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I consulenti finanziari reputano il 2020 decisamente più simile al 2018 che al 2008. Lo dicono i rendimenti attesi
-34% di perdite? Niente di grave. Sembrerebbe questo il sentiment della ricerca di Natixis sulle aspettative dei professionisti della finanza Usa. Consulenti, gestori patrimoniali, broker/dealer e pianificatori finanziari, si aspettano infatti che i rendimenti delle azioni Usa recuperino dalle forti perdite delle prime settimane dell'emergenza coronavirus (-34%, appunto) per chiudere l'anno in calo di appena il 3,6%.

Il sondaggio evidenzia che il 51% dei professionisti finanziari a livello globale ha percepito la volatilità iniziale del covid come estemporanea, non legata ai fondamentali. Sono anche sulla possibilità che il mercato continui a riprendersi nel secondo semestre.
Tra il 16 marzo e il 24 aprile di quest'anno, la società ha intervistato 2.700 professionisti della finanza in 16 Paesi, tra cui 300 negli Stati Uniti, rilevando che, a livello globale, gli intervistati prevedono una flessione del 7% per l'S&P 500 e una del 7,3% per l'indice Msci World Index a fine anno. Le loro aspettative di rendimento per il 2020 sono più simili ai modesti cali registrati nel 2018 rispetto all'andamento del 2008, quando l'S&P lasciò sul terreno il 37% e l'Msci il 40,33%. Nel mercato statunitense le prospettive sono più ottimistiche, ma altrove i professionisti della finanza sono notevolmente più pessimisti sull'andamento dei listini nei propri mercati: quelli di Hong Kong, Australia, Italia e Germania prevedono che l'anno si chiuderà con perdite a due cifre.

La volatilità continua a rappresentare il principale rischio per la performance di portafoglio e per le prospettive di mercato. Due terzi (69%) dei professionisti su scala globale indicano nella volatilità una delle principali fonti di preoccupazione, seguita da vicino dai timori di recessione (67%). Quasi la metà (47%) individua anche l'incertezza legata agli eventi geopolitici tra i rischi per i propri portafogli. In un drastico spostamento delle preoccupazioni causate dal rischio rispetto ai sondaggi degli anni precedenti, un quinto degli intervistati (19%) ha espresso preoccupazione per i bassi rendimenti, mentre i problemi relativi alla liquidità sono stati citati dal 17% degli intervistati.

"Con la graduale riapertura delle economie e l'allentamento delle tensioni su scala globale, i consulenti finanziari sono nel complesso ottimisti per quanto riguarda la ripresa", dichiara Antonio Bottillo, country head ed executive managing director per l'Italia di Natixis Investment Managers. "Tuttavia sono ancora concentrati sulle modalità di protezione dei clienti dalla volatilità che si aspettano. La crisi ha rappresentato la tempesta perfetta per coloro che tendono a prendere decisioni di investimento su base emotiva e con la crisi che ha messo a nudo i limiti delle strategie di investimento passivo, la larga maggioranza dei consulenti si sta orientando verso una gestione attiva nell'attuale contesto".

Lezioni dal passato


Dopo un periodo di 12 anni in cui l'S&P 500 ha prodotto rendimenti medi annui di quasi il 13% e ha raggiunto livelli record a gennaio e febbraio, l'entità delle perdite causate dalla pandemia è stata rapida e sorprendente. Non importa che quasi la metà dei consulenti finanziari (47%) sia d'accordo sul fatto che i mercati fossero sopravvalutati; otto su dieci (81%) ritengono che il prolungato bull market abbia reso gli investitori generalmente compiacenti nei confronti del rischio. E finché i mercati sono in rialzo, il 49% degli intervistati afferma che i propri clienti sono restii al ribilanciamento del portafoglio.

Il sondaggio evidenzia che:

- il 67% dei consulenti finanziari ritenga che i singoli investitori non fossero preparati a una flessione di mercato.

- Il 75% sospetti che gli investitori abbiano dimenticato come la durata del bull market fosse senza precedenti e rappresentasse un'eccezione su base storica.

- Il 76% pensi che i singoli investitori, in generale, facciano fatica a comprendere la propria disponibilità al rischio e la medesima percentuale afferma che i clienti non riconoscono il rischio fino a quando non lo stesso non si sia manifestato.

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