La titolarità effettiva nel trust

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Rispetto al passato, oggi la nuova definizione di titolare effettivo del trust risulta concettualmente allargata, sia sul piano soggettivo che oggettivo. Attenzione però: nella massa di informazioni che si acquisiscono, molte finiscono per essere inutili e talvolta svianti, contribuendo in un certo senso a confondere i risultati, piuttosto che a fornire chiarezza
Il trust, come si sa, è uno strumento atipico che può assumere diverse forme operative in grado di assolvere alle funzioni e agli utilizzi economici più disparati. Per questo motivo a livello internazionale si sta cercando, con non poche difficoltà e riottosità da parte di talune giurisdizioni, di introdurre alcuni standard in materia di prevenzione e contrasto del riciclaggio, in modo da prevenire e combattere gli utilizzi abusivi del trust.
In tale direzione, ad esempio, sono degne di nota le raccomandazioni diramate dal Gruppo di Azione Finanziaria (Gafi) volte appunto a rafforzare gli standard in materia di trasparenza dei trust, e aventi particolare riguardo agli obblighi di acquisizione e conservazione di informazioni complete e aggiornate sui beneficiari effettivi degli stessi.  Occorre, infatti, ricordare che ad oggi i destinatari degli obblighi antiriciclaggio (banche, finanziarie, professionisti, notai, ecc.), che a vario titolo entrano in rapporto con il trust, dovrebbero prestare particolare attenzione alle caratteristiche e alla finalità dello stesso.

A ciò si aggiunga che la nuova definizione di titolare effettivo del trust è ormai allargata sia sul piano soggettivo che oggettivo, anche per effetto dell'art. 22 d.lgs n.231/2007, e quindi non è più confinata entro soglie percentuali di controllo predeterminate.  Alla luce della nuova disciplina è evidente il tentativo di generare una discontinuità rispetto alla normativa previgente di cui all'art. 4 del Dl n.167 del 1990. In quella sede si prevedeva un'indagine caso per caso circa la titolarità effettiva basata sui concetti di controllo e beneficiario effettivo, individuati laddove fossero titolari del 25% o più del patrimonio di una persona giuridica, o comunque qualora non ancora individuati, riferendosi alla categoria di persone nel cui interesse fosse istituito il trust, o chi esercitava un controllo pari o superiore alla soglia del 25% sul patrimonio dello stesso.

Oggi la nuova definizione di titolare effettivo del trust risulta invece concettualmente allargata. Non è più strettamente correlata alle predette soglie percentuali predeterminate, benché in Italia l'art. 21 del D.lgs 231 del 2007 richieda che i trust produttivi di effetti giuridici e fiscali siano tenuti all'iscrizione presso la speciale sezione del Registro delle imprese, ove il fiduciario/trustee debba indicare i titolari effettivi del rapporto, se determinati.  Dunque, per effetto di ciò, coloro che entrano a vario titolo in rapporti economico-giuridici con il trust, dovrebbero ottenere e conservare idonee informazioni adeguate e accurate sulla titolarità del trust, ovvero: identità del fondatore, dei fiduciari, del guardiano e - ove esistenti - dei beneficiari e di tutte le persone che esercitano il controllo sui beni conferiti in trust attraverso la proprietà diretta o indiretta o attraverso altri mezzi.

Tuttavia, nell'esperienza quotidiana della realtà dei trust, quanto indicato precedentemente trova in talune giurisdizioni, una labile applicazione. Infatti, per effetto anche di talune genericità delle definizioni utilizzate, queste finiscono per rendere evanescente o quanto meno affievoliscono il tentativo di circoscrivere il perimetro entro il quale individuare i titolari effettivi. Nella massa di informazioni che si acquisiscono, molte delle stesse finiscono per essere inutili oppure inutilizzate e talvolta svianti, contribuendo in un certo senso a confondere i risultati, piuttosto che a fornire chiarezza.
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