Ricerca finanziaria più povera
 con la Mifid2

Tempo di lettura: 5'
Mifid2 mette a repentaglio la ricerca finanziaria, stravolgendo le regole del mercato e limitando l'accesso delle aziende di media e piccola dimensione al mercato dei capitali. Intervista a Marco Turrina, amministratore delegato di Banca Akros
La Mifid2 sta mettendo a repentaglio la ricerca finanziaria. Quella normativa sulla ricerca finanziaria “ha stravolto le regole del mercato e limita l'accesso delle aziende di media e piccola dimensione al mercato dei capitali”! Non usa mezzi termini Marco Turrina, amministratore delegato di Banca Akros, corporate ed investment bank del gruppo Banco Bpm. Da quando quelle disposizioni sono diventate operative - aggiunge - i team di ricerca azionaria in Europa si sono ridotti di almeno il 20% ed è aumentato considerevolmente il numero di società seguito da ciascun analista: 15 società è il numero limite, se quell'analista deve esaminarne di più non è in grado di capire ed analizzare bene i dati e ha picchi di attività, quando vengono diffusi i dati del bilancio o delle semestrali, che non consentono di estrarre un grande valore aggiunto dal suo lavoro”.

Ciò che sta accadendo è la conseguenza dell'umbundling, la separazione contabile delle attività di negoziazione da quelle di ricerca, imposta dalla Mifid 2 con propositi nobili ma che, tradotti in pratica, hanno sortito l'effetto opposto a quello desiderato. La ricerca è un prodotto/servizio ad alta professionalità che, nel contesto italiano ed europeo, serve soprattutto per analizzare le aziende di medie capitalizzazioni.

Nel business model precedente la nuova regolamentazione, i report sulle società quotate erano pagati dai gestori a chi svolgeva attività di ricerca e brokeraggio - come nel caso di Banca Akros – quindi, ricerca pagata assieme all'attività di negoziazione. Il costo del servizio era “all-inclusive” e remunerava anche le professionalità necessarie per offrire report e servizi di qualità. Banca Akros segue 120 società quotate nel mercato domestico ma che arrivano a 450 grazie a Esn, la partnership strategica costituita con altre banche d'investimento indipendenti in Europa: l'European Securities Network guidata da Giorgio Zancan. “Lo sbocco naturale di questo approccio era quello di allargare la ricerca dalle blue chip alle società di piccola e media capitalizzazione europee, consentendo a quest'ultime di essere maggiormente conosciute e favorendone pertanto l'accesso al mercato dei capitali”. 
E che cosa è accaduto con la Mifid 2? “La nuova normativa si proponeva, con l'umbundling, di favorire la best execution nella negoziazione e, allo stesso tempo, evitare i c.d. “inducements” e incoraggiare l'ingresso, nella ricerca, di nuovi player, anche di analisti indipendenti. Ma le aspettative sono state deluse. Il servizio di negoziazione è svilito, si è ridotta la parte di valore aggiunto, le fee sono progressivamente diminuite favorendo un processo di concentrazione del mercato a favore di global player anglosassoni che si concentrano solo sulle blue chips invece che di apertura del mercato dei capitali alle medie aziende, con l'aumento della liquidità degli scambi sui singoli titoli e/o del flottante. Quanto alla ricerca, la parte tangibile scritta, che poteva essere più facilmente prezzata, si è concentrata, per la crescente penuria di risorse, sulle società più liquide scoraggiando peraltro tutte quelle ulteriori attività a valore aggiunto (incontri tra analisti/sales e gestori, approfondimenti ad hoc, etc.) assai importanti per gli investitori nella ricerca di alpha, quindi nella selezione dei titoli su cui investire o disinvestire. Ma la ricerca che costa di meno non è quella migliore, che realizza il miglior servizio sulla base delle esigenze del cliente. Ne è nato un circolo vizioso di cui hanno fatto principalmente le spese le Pmi ed in particolare quelle più piccole vista la specificità della struttura industriale del nostro paese. Le Pmi, infatti, diventano meno seguite dagli analisti e, pertanto, anche meno liquide”. Anche nell'intenzione di attribuire con precisione il costo pagato all'effettivo servizio prestato, la Direttiva Europea sembra aver fallito l'obiettivo. L'onere della ricerca può essere addebitato al cliente finale o assorbito in proprio dal gestore. Ma il primo metodo, quello di addebitare i costi al cliente, è talmente complesso che - sottolinea Marco Turrina -“non lo applica nessuno” e pertanto i costi rimangono in carico a chi compra le ricerche azionarie. D'altra parte non è detto che acquistando un report su una determinata società il portfolio manager alla fine decida di investirvi o disinvestirvi. “Tuttavia la Mifid 2 indica principi che non dappertutto sono stati recepiti allo stesso modo. Nei fatti i gestori, soprattutto quelli internazionali e di maggiori dimensioni, sono spinti a seguire le interpretazioni più restrittive della normativa e si dichiarano: ‘in scope'”.

Se queste sono le conseguenze, la richiesta ai regolamentatori è quella di tornare sui propri passi. “Il metodo precedente c.d. 'bundled' era, nella sostanza, più rispettoso dei veri interessi degli investitori finali. Tra l'altro, in Italia, era intervenuta sull'argomento una comunicazione della Consob che, non imponendo l'umbundling, evidenziava la necessità di una disclosure percentuale sulle diverse componenti dell'attività svolta dal broker. Sono indicazioni di cui tener conto nel momento in cui ha preso avvio il processo di revisione della Mifid 2”. Ma c'è anche un problema di tempi di cui tener conto. “Sì - conclude Turrina - occorre far presto nell'interesse degli emittenti e degli investitori finali”.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti