Iva: nel bene o nel male, purché se ne parli

Livia Caivano
Livia Caivano
11.5.2018
Tempo di lettura: 3'
Se entro il 1° gennaio 2019 il (nuovo) Governo non sarà in grado di stanziare le misure necessarie per raccogliere i 12,4 miliardi che mancano al bilancio per rientrare nei vincoli economici europei, l'aliquota dell'Iva aumenterà dal 22% al 24,2%. Terrorizzati mercati e industria, vediamo perché

Il 1° gennaio 2019 scattano le clausole di salvaguardia

I partiti dicono di volerle disinnescare ma non spiegano con quali misure alternative

Secondo il Def un aumento dell'Iva è sostenibile dall'economia italiana

Le associazioni di imprenditori e consumatori insorgono

Dopo oltre due mesi di accese consultazioni, Movimento 5stelle e Lega sembrano aver trovato un accordo per la formazione di Governo: dubbi e veti si rincorrono, ma su un tema sono certamente tutti d'accordo: disinnescare le clausole di salvaguardia ed evitare l'aumento dell'Iva.

Ma cosa sono e a cosa servono le clausole che oggi pendono come una spada di Damocle sulle nostre teste e sui nostri portafogli?

Si tratta di una misura economica automatica che il Governo ha predisposto che scattasse nel caso in cui le finanze pubbliche non fossero in grado di rispettare i vincoli imposti dall'Unione Europea. La crisi dei conti pubblici del 2011 che portò, com'è noto alle dimissioni dell'allora Premier Silvio Berlusconi, spinse il Governo a aumentare l'aliquota Iva e a inserire nel Def una la cosiddetta “clausola di salvaguardia”: la clausola prevedeva, e prevede, che allo scadere di una certa scadenza il Governo che non fosse riuscito a trovare i fondi necessari alla razionalizzazione della spesa sociale, avrebbe dovuto reperirli con un taglio delle agevolazioni fiscali o un aumento delle imposte indirette. Quindi Iva e le accise sui carburanti.

Nella situazione attuale, il problema delle accise è ormai risolto ma la cassa dello Stato per essere in regola con i cugini europei abbisogna ancora di 12,5 miliardi per il bilancio del 2019 e di altri 19,1 miliardi per quello del 2019. Se entro il primo gennaio del prossimo anno, quindi, non dovessero essere stanziate misure adatte alla raccolta di questi importi, l'aliquota dell'Iva ridotta aumenterà dal 10 all'11,5% e fino al 13% a decorrere invece dall'1 gennaio 2020. Quella ordinaria passerà dal 22 al 24,2% il prossimo anno, e fino al 24,9%  dall'1 gennaio 2020, per arrivare poi al 25% nel 2021.

Non rimane molto tempo ai partiti che andranno a formare il nuovo Governo: le ultime audizioni sul Def si svolgeranno martedì 15. "Secondo me non dobbiamo aspettare neanche la formazione del governo: c'è il Def e lì dentro va scongiurato l'aumento dell'Iva e poi fissato in un provvedimento di legge", ha detto il leader di M5S, Luigi Di Maio.

Tutti vogliono evitare questo scatto delle aliquote, ma quali assi nella manica hanno i due maggiori partiti per reperire i 12,4 miliardi necessari al bilancio?

Il centrodestra prevede di reperire le risorse mediante tax expenditures, ossia le agevolazioni fiscali sottoutilizzate ma comunque costose che riducono il prelievo per alcuni contribuenti.

Il Movimento 5Stelle parla di un generico taglio degli sprechi e lascia intendere che la richiesta all'Unione europea di ulteriore flessibilità sia un'opzione.

Proprio il Def conferma che l'economia italiana sta comunque crescendo e che nessuna normativa viene radicalmente modificata. Inoltre, il riassorbimento degli squilibri accelererebbe negli anni a venire, portando il bilancio in pareggio già nel 2019 e avviando così una riduzione rilevante del rapporto tra il debito pubblico e il Pil. Queste previsioni sono già comprensive degli aumenti dell'Iva e il documento specifica che il ricorso a misure alternative potrebbe comportare il rallentamento del Pil. Il quadro tendenziale mostra, quindi, che l'aumento dell'Iva sarebbe ben sopportato dall'economia.

Non sembrano però d'accordo i mercati: si stima che possa causare contrazioni importanti, per esempio, del 2-10% per il solo settore delle auto.
Il presidente di Federauto, Adolfo De Stefani Cosentino, si dice infatti preoccupato: “Ci uniamo alle dichiarazioni già espresse dal presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, sulla imprescindibile necessità di disinnescare le clausole di salvaguardia che porterebbero un aumento dell'aliquota Iva al 25%. Il nostro settore ne sarebbe colpito in modo pesantissimo: vale la pena ricordare che detto aumento, misurato sul valore medio delle vetture vendute, comporterebbe un incremento del prezzo di circa 630 euro a veicolo.

L'aumento dell'Iva riguarda poi i consumi alimentari, che secondo una stima fatta da Coldiretti valgono 215 miliardi. “Il pericolo dell'aumento dell'Iva riguarda beni di prima necessità come carne, pesce, yogurt, uova, riso, miele e zucchero con aliquota al 10% e il vino e la birra al 22% che rappresentano componenti importanti nei consumi delle famiglie”, riporta in una nota l'Associazione degli agricoltori italiani.

Si unisce al coro ha dichiarato il presidente dell'Associazione Industrie Beni di Consumo Aldo Sutter: “In Italia la debolezza della domanda pesa sulla scarsa dinamicità dell'economia. Per questo è fondamentale sterilizzare l'aumento dell'Iva previsto nel 2019”. Il presidente ha poi invitato le forze politiche a non sottovalutare il pesante impatto negativo che l'incremento dell'Iva avrebbe su bilanci delle famiglie, consumi e ripresa economica.

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