Indagini bancarie: la prova contraria non può essere generica

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Nicola Dimitri
27.6.2022
Tempo di lettura: 3'
Le indagini bancarie danno luogo ad una presunzione sulla capacità reddituale del contribuente da parte del fisco. Al contribuente, tuttavia, è riconosciuta la possibilità di fornire prova contraria

Al contribuente è riconosciuta la possibilità di dimostrare che le movimentazioni sul proprio conto non sono indici rivelatori di una maggiore capacità contributiva rispetto a quella dichiarata

Attraverso un'indagine sui movimenti bancari il fisco potrebbe dimostrare che il contribuente ha più capacità economica di quella dichiarata

Le indagini bancarie sono divenute nel tempo uno dei principali strumenti utilizzati dall’Agenzia delle entrate per verificare, attraverso l’acquisizione di informazioni, notizie e dati relativi ai rapporti con gli istituti finanziari, l’attendibilità fiscale delle dichiarazioni e delle posizioni dei contribuenti. Che siano persone fisiche o società.

Si tratta di uno strumento di accertamento di natura presuntiva: ciò vale a dire che, ad esempio, i movimenti di un contribuente su un conto corrente, se vagliati dall’Agenzia, possono essere da questa utilizzati per sostenere presuntivamente l’esistenza di maggiori redditi da recuperare a tassazione. Ferma restano la prova contraria riconosciuta al contribuente, il quale potrà dimostrare che le movimentazioni contestate non hanno rilevanza reddituale.

Siffatta tipologia di strumento è impiegata dall’Agenzia quando, in linea di massima, gli uffici preposti agli accertamenti non riescono, attraverso altri mezzi, a ricostruire il quadro della base imponibile, ad esempio per via di documentazione carente o assente.

Le indagini bancarie possono avere ad oggetto rapporti finanziari relativi a conti correnti, libretti di deposito, titoli, assegni, bonifici, riconducibili a un’ampia categoria di contribuenti. Tra questi è possibile annoverare professionisti, dipendenti, imprenditori, o imprese che siano titolari o cointestatari di conti.

Attraverso i movimenti bancari, in buona sostanza, il fisco potrebbe dimostrare che il contribuente ha più capacità economica di quella dichiarata, mettendo per tale ragione il contribuente nella condizione di doversi giustificare.


Ma veniamo alla prova contraria. Come chiarito da una recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 10351 del 31 marzo 2022, la presunzione può essere superata solo attraverso la prova analitica di ogni singola movimentazione, non potendo il contribuente limitarsi a dimostrazioni meramente generiche o indiziarie.

Per superare la presunzione del fisco, pertanto, come hanno rilevato i giudici di legittimità, non è sufficiente una prova generica circa ipotetiche distinte causali dell’affluire di somme sul proprio conto corrente, ma è necessario che il contribuente fornisca la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni, ovvero dell’estraneità delle stesse alla sua attività.

Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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