Imprese familiari: il ruolo del coniuge-collaboratore

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Nicola Dimitri
12.4.2022
Tempo di lettura: 3'
La qualifica di collaboratore dell'impresa familiare è subordinata all'esistenza di un rapporto di coniugio, di parentela o di affinità con il titolare e alla partecipazione continuativa all'attività di impresa

L’intervenuta separazione non incide sui diritti e benefici riconosciuti al coniuge collaboratore dell’impresa familiare

Al convivente, nell’ambito delle cd. famiglie di fatto, sono riconosciuti gli stessi diritti del coniuge che collabora nell’impresa a favore del titolare

Come noto, l'impresa familiare è una fattispecie, disciplinata ai sensi dell'art. 230-bis, che si caratterizza per l'assenza un vincolo societario e per l'insussistenza del rapporto di lavoro subordinato tra l'imprenditore e i suoi familiari.
Tale fattispecie, pur in assenza di vincolo societario, è stata prevista dal legislatore per incentivare l'attività di impresa portata avanti dal nucleo familiare e, al contempo, garantire effettiva tutela ai collaboratori dell'imprenditore che, in quanto coniugati o parenti, in via di fatto, prestano in modo continuativo la loro attività di lavoro nella famiglia.
L' impresa familiare, però, ha natura residuale: la disciplina ad essa correlata trova applicazione quando non è possibile ricondurre il rapporto tra le parti ad altra categoria, e quando titolare e collaboratore non abbiano espressamente pattuito di regolare il rapporto di lavoro in modo diverso.

Ai familiari (coniuge, parenti fino al terzo grado, affini fino al secondo), legati all'imprenditore, che dimostrano di essere partecipi all'attività in modo continuativo, sono riconosciuti una serie di benefici, quali, il diritto al mantenimento, il diritto di partecipare agli utili dell'impresa, il diritto di partecipare agli incrementi dell'azienda; benché, in questi ultimi due casi, la partecipazione sarà commisurata in forza della qualità e della quantità del lavoro prestato dalle parti.

Ebbene, poiché l'impresa familiare oltre all'attività in essa esercitate si fonda sulla partecipazione dei parenti del titolare, che tramite il loro lavoro questa attività rendono possibile, è evidente l'importanza rivestita dal collaboratore.

Per poter rientrare nella qualifica di collaboratore dell'impresa familiare occorre guardare, nuovamente, alla summenzionata norma, art. 230-bis cc., a mente della quale il rapporto di collaborazione è subordinato all'esistenza di un rapporto di coniugio, di parentela o affinità con il titolare dell'impresa e, detto rapporto, si manifesta tramite la partecipazione continuativa alle attività dell'impresa.

Ciò considerato, è opportuno chiedersi cosa accade se tra il titolare e il coniuge che presta attività nell'impresa si interrompano i rapporti affettivi, con una separazione. Sul punto, si pone la necessità di comprendere se la separazione incida anche sui diritti e benefici di cui il coniuge ha diritto in funzione dell'attività prestata a favore del titolare dell'impresa familiare.
Secondo alcuni orientamenti giurisprudenziali, la sola separazione dei coniugi non dovrebbe incidere sul rapporto e sui diritti che discendono dal fatto di svolgere il lavoro nell'ambito dell'impresa familiare. Ciò in quanto la coabitazione non sarebbe requisito necessario o fondamentale per garantire i diritti che discendono dalla partecipazione all'impresa.

Diversa è, invece, la circostanza del divorzio o della cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso: l'impresa familiare, infatti, richiede l'esistenza del vincolo di coniugio.

È opportuno, inoltre, comprendere se e in che termini i diritti che competono al coniuge, vincolato civilmente al titolare dell'impresa, siano validi anche per il partner (collaboratore d'impresa) unito civilmente al titolare.

Si entra perciò nel campo delle cd. famiglie di fatto. Ebbene, una risposta a questo quesito, viene offerta dall'art. 230-ter, introdotto dalla L. 76/2016, recante disposizioni sulla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e sulla disciplina delle convivenze.

La norma in questione, infatti, recita che: al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all'interno dell'impresa dell'altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato.
Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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