Finanza sostenibile: 5 normative da tenere sotto osservazione

Rita Annunziata
7.10.2021
Tempo di lettura: 7'
Gli operatori del settore fanno luce sul puzzle normativo che incide maggiormente sull'attività degli asset manager. E i nodi regolamentari ancora aperti

Il 71% dei fondi d’investimento esg non risulta allineato agli obiettivi di sostenibilità definiti dall’Accordo di Parigi

Il 52% degli italiani non ha mai sentito parlare di sustainable and responsible investment e appena il 27% è interessato a questa tipologia di investimenti

Mazzoleni, Assogestioni: “Le norme che maggiormente toccano l’attività degli asset manager sono cinque: Sfdr, Tassonomia, Ecolabel, Mifid Esg e Csrd”

Gli investimenti sostenibili, secondo gli ultimi dati della Global sustainable investment alliance sui principali mercati finanziari globali, hanno raggiunto quota 35,3 trilioni di dollari. Si parla di un incremento del 15% negli ultimi due anni (2018-2020). Ma nonostante il trend non sembra destinato ad arrestarsi, permangono ancora una serie di dubbi e criticità che potrebbero rappresentare un ostacolo per lo sviluppo della finanza green. Specie sul fronte regolamentare. Durante la seconda edizione della Finance for sustainability conference organizzata dalla Banking research school dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, gli operatori del settore hanno fatto luce sulle cinque normative che incidono maggiormente sull'attività degli asset manager. Lanciando uno sguardo anche ai temi ancora aperti, dalla fase 2 della Sustainable finance disclosure regulation (Sfdr) alla proposta della Commissione europea sulla Corporate sustainability reporting directive (Csrd).

L'assenza di un linguaggio comune


“La finanza sostenibile mostra da tempo una crescita significativa, ma alcuni ostacoli possono pregiudicarne lo sviluppo: la mancanza di un linguaggio comune, l'assenza di una tassonomia delle attività sostenibili e la carenza di informazioni affidabili e comparabili”, osserva Nadia Linciano, head of economic studies unit di Consob. “C'è dunque chi lamenta il rischio di greenwashing e socialwashing, vale a dire di un ricorso al marketing per descrivere prodotti, attività e politiche aziendali come ecocompatibili o in linea con gli obiettivi sociali quando in realtà non lo sono”. Come dimostrano alcune indagini svolte dalla Commissione europea nel mese di gennaio in relazione a uno screening dei siti web per individuare eventuali violazioni del diritto dell'Ue in materia di tutela dei consumatori nei mercati online, aggiunge Linciano, in oltre la metà dei casi emerge come le aziende non forniscano informazioni e dati sufficienti per valutare la veridicità delle affermazioni. Un altro studio di InfluenceMap, inoltre, mostra che il 71% dei fondi d'investimento esg (environmental, social, governance) non sarebbe allineato agli obiettivi di sostenibilità definiti dall'Accordo di Parigi.
“Si tratta di un tema importante perché può comportare un calo della fiducia nei prodotti di finanza sostenibile e nel sistema finanziario nel suo complesso e creare un pregiudizio rispetto alla capacità del mercato di prezzare correttamente le attività e far affluire risorse a quelle sostenibili”, continua l'esperta. “Un'indagine Consob del 2020, infatti, evidenzia che tra i fattori che possono scoraggiare la propensione agli investimenti sostenibili il rischio di greenwashing è uno dei più rilevanti”. Un contesto che si cala su una realtà in cui le conoscenze e le attitudini degli investitori sono in “work in progress” (il 52% degli italiani non ha mai sentito parlare di sustainable and responsible investment e appena il 27% è interessato a questa tipologia di investimenti); e che si innesta in quello che Manuela Mazzoleni, direttore sostenibilità e capitale umano di Assogestioni, definisce un “puzzle normativo”.

Il puzzle normativo “green”


“Le norme che maggiormente toccano l'attività degli asset manager sono cinque: Sfdr, Tassonomia, Ecolabel, Mifid Esg e Csrd. Dal 10 marzo 2021, data dell'entrata in vigore dell'Sfdr, siamo passati dall'auto-regolamentazione all'introduzione di obblighi di trasparenza”, spiega Mazzoleni. Ricordiamo che, ai sensi della normativa, è opinione condivisa tra gli operatori che vengano identificati come articolo 9 quei prodotti finanziari che hanno un esplicito obiettivo sostenibile, mentre come articolo 8 quelli che promuovono, tra le altre caratteristiche, fattori ambientali e sociali attraverso l'integrazione dei parametri esg nell'analisi finanziaria tradizionale. “L'idea del regulator è quella di fornire all'investitore finale tutti gli strumenti per valutare la sostenibilità o meno di un prodotto e l'allineamento dello stesso alle proprie preferenze”. Il problema, osserva Mazzoleni, è che al momento “è entrata in vigore solo la normativa di primo livello e non quella di secondo, che definisce il dettaglio di trasparenza, le modalità di presentazione, il template che dovrà assumere la documentazione precontrattuale, le informazioni che dovrà contenere nel dettaglio, con che struttura e in che modo. La data attesa per l'entrata in vigore della normativa è luglio 2022, ma non è ancora stata pubblicata. Un problema aggiuntivo per gli asset manager, che si trovano a dover rispettare gli obblighi di primo livello senza avere il dettaglio della normativa di secondo livello, con dubbi interpretativi conseguenti di vario genere”.

L'altro pilastro fondamentale della finanza sostenibile, aggiunge, è la Tassonomia. Applicabile dal 1° gennaio 2022, definisce quali attività economiche possano essere considerate sostenibili e quali meno. “Al momento sono state individuate sei aree relative agli aspetti ambientali, di cui due legate alle questioni climatiche (adattamento e mitigazione delle problematiche climatiche) e quattro legate alla produzione di sostanze inquinanti, la gestione delle acque, l'economia circolare e l'impatto sulla biodiversità. Ma esistono standard tecnici solo sulle prime due. La Commissione sta lavorando alle altre quattro. E anche alla Tassonomia sociale”, precisa Mazzoleni.

L'Ecolabel, invece, è un'etichettatura di sostenibilità utilizzata inizialmente per i prodotti di consumo (come i detersivi) e poi estesa ai prodotti finanziari. “L'obiettivo, in questo caso, è garantire standard minimi di attenzione agli aspetti ambientali e sociali, in modo che l'investitore che intenda selezionare un prodotto ad alto standard possa far riferimento a un'etichettatura senza approfondire gli elementi tecnici e le caratteristiche del prodotto stesso”, spiega l'esperta. A chiudere il cerchio regolamentare sono infine la Mifid Esg, che entrerà in vigore nell'agosto 2022 e introdurrà l'obbligo per i collocatori di raccogliere le preferenze dei clienti finali, e la Csrd, che riguarda tutte le modalità di raccolta, pubblicazione e diffusione in capo alle emittenti. “Implica che le imprese garantiscano trasparenza e informativa rispetto ai criteri di sostenibilità. C'è già una normativa (la Non-financial reporting directive, Nfrd, ndr) che richiede un primo livello di trasparenza, ma la Csrd si propone di standardizzare tutta l'informazione resa disponibile dagli emittenti”, conclude Mazzoleni.

I temi regolamentari ancora aperti


Come spiega infine Alessandro Asmundo, research and policy officer del Forum per la finanza sostenibile, si tratta dunque di un quadro regolamentare in continuo divenire e che incrocia numerosi punti di criticità. “La proposta di normativa più rilevante attualmente è quella legata all'aggiornamento della direttiva sul reporting non finanziario (la Csrd, ndr) presentata lo scorso luglio e attualmente in fase di discussione”, racconta Asmundo. Tra le novità principali a tal proposito si segnala l'ampliamento del perimetro di applicazione della regolamentazione, estesa alle imprese con più di 250 dipendenti (non più 500) e alle pmi quotate sui mercati europei. “Le imprese non quotate, le microimprese e quelle con meno di 250 dipendenti potranno fare reporting di sostenibilità su base volontaria”, precisa Asmundo. Quanto alla Tassonomia sociale, conclude, si aprono una serie di complessità legate alla definizione di requisiti minimi che “dipendono dagli approcci dei diversi Stati”. L'obiettivo, spiega, è evitare una standardizzazione delle diseguaglianze “perché paesi diversi possono avere esigenze diverse in termini di diritti sociali da rispettare”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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