Dopo il caos Superlega, i fondi credono ancora nel pallone

Rita Annunziata
29.4.2021
Tempo di lettura: 3'
Tra le società quotate che godono oggi del maggior interesse dei fondi comuni d'investimento ci sono la Juventus e il Manchester United, due dei club fondatori della Superlega. Ecco perché i grandi e piccoli investitori puntano ancora sul pallone (e non solo), secondo Nicolò Nunziata di Marzotto Investment House

Il Lindsell train global equity punta nella Juventus 1,09 euro ogni 100 euro investiti, che diventano sette per l’Etf mvp Roundhill

L’etf di Roundhill investe anche nella Formula 1 (9,49%), nella Ferrari (2,85%) e nello sportswear con Nike (4,21%) e Adidas (3,35%)

Nicolò Nunziata: “Sembra che il mercato scommetta sul fatto che a un certo punto si tornerà alla normalità. Al business as usual”

Il tramonto della Superlega non frena l'interesse dei grandi investitori per il pallone. Ma anche dei piccoli risparmiatori. Secondo un'analisi dello Studio Enca per Il Sole 24 Ore, i club quotati che godono oggi del maggior favore dei fondi comuni d'investimento sono proprio la Juventus e il Manchester United, tra i fondatori del progetto che ha minacciato l'esistenza della Champions League. Ma il calcio non è l'unico sport nel mirino.
Come evidenziato dal quotidiano economico-finanziario, il Lindsell train global equity punta nel club bianconero 1,09 euro ogni 100 euro investiti, che diventano sette per l'Etf mvp Roundhill. Nel caso di Roma e Lazio, sempre quest'ultimo investe rispettivamente 2,53 euro per i giallorossi e 51 centesimi per i bianco-celesti. In Gran Bretagna, invece, è il Manchester United a raccogliere il maggior interesse da parte dei fondi comuni, con nove strumenti che allocano oltre un euro ogni 100 investiti, tra cui Roundhill mvp etf (6,94), Invesco dynamic leisure & entertainment etf (2,49), Baron focused growth retail (2,41) e Lf Lindsell train Uk equity fund (1,60). Da segnalare anche il fondo Mapfre am behavioral, che indirizza circa il 5% del proprio patrimonio al Borussia Dortumund, il 2% nell'Ajax e un ulteriore 2% circa nell'Olympique Lyonnais. Per il Dortumund, spiccano le partecipazioni del Roundhill (6,15%), del Gran Cru Eur (2,33%) e del Dasym Global (2,06%), mentre l'etf di Roundhill annovera anche percentuali importanti per Galatasaray (1,75%), Fenerbahce (3,78%) e Besiktas (3,45%). Per non dimenticare che quest'ultimo, oltre al pallone, investe anche nella Formula 1 (9,49%), nella Ferrari (2,85%) e nello sportswear con Nike (4,21%) e Adidas (3,35%).

“In America NBA, NFL e, in misura minore, baseball e hockey hanno sempre goduto di una grandissima attrazione per i grandi investitori, prima unicamente imprenditori poi società specializzate nelle attività sportive o gestori di hedge fund”, spiega a We Wealth Nicolò Nunziata, strategist azionario di Marzotto Investment House. “Di fatto, essere azionisti di maggioranza di queste società garantisce evidentemente un ritorno mediatico, perché non sono mai state particolarmente profittevoli. Ma cosa è cambiato rispetto al passato, strutturalmente? Se prima dipendevano dai ricavi da stadio, oggi i ricavi da stadio sono un nice to have, perché ci sono gli sponsor e le pay tv che fanno da padrone. E, nel modello americano in particolare, il valore di queste aziende è rafforzato anche dalla parte immobiliare e da tutto il network di servizi legato alla proprietà dello stadio”, osserva lo strategist.
Successivamente, spiega, gli americani “si sono lanciati sul calcio europeo perché hanno compreso che godeva di una visibilità maggiore rispetto agli altri sport e di prezzi enormemente inferiori. Tra l'altro, erano in grado di percepire e carpire meglio le potenzialità del business sportivo, proprio perché facevano leva su una storia molto più strutturata nel tempo”. Certo, la crisi pandemica ha avuto poi i suoi effetti sul settore (basti pensare che 20 delle big del calcio europeo hanno registrato nella stagione 2019-2020 ricavi operativi in calo per oltre un miliardo di euro complessivi, secondo una recente indagine di Kpmg). Ma, secondo lo strategist, si tratta solo di uno “stallo” temporaneo. “Il covid ha interrotto in un certo qual modo quella creazione di valore continua perché, mancando il pubblico, è mancata una fetta di interessi. Ma queste società restano interessanti”, spiega Nunziata.

Volgendo lo sguardo anche agli investitori privati. “Questi ultimi si trovano in una situazione estremamente più svantaggiata rispetto a chi cerca la proprietà di un grande club, perché non contano sullo stesso parterre di informazioni, possono semplicemente andare sul single-stock o su fondi specializzati. Quanto ai rischi, il covid sta ridimensionando l'industria e, più a lungo impedirà il ritorno negli stadi, più la ridimensionerà. Ma c'è da dire che il mercato scommette sul fatto che a un certo punto si tornerà alla normalità. Al business as usual”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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