Più innovazione per trasformare la caduta in opportunità

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
21.4.2020
Tempo di lettura: 5'
L'emergenza ha favorito l'abbattimento di importanti barriere al cambiamento da parte di individui, imprese e istituzioni. Così l'Italia che innova potrebbe uscire rafforzata dalla crisi sanitaria. Alessandro Perego, direttore del Dipartimento di ingegneria gestionale del Politecnico di Milano e direttore scientifico degli Osservatori Digital innovation ne ha parlato con We Wealth

 

  • L'emergenza ha indotto singole persone, organizzazioni e l'intero Paese ad adottare l'innovazione ad una velocità e con una pervasività che fino a poche settimane fa sarebbe sembrata inimmaginabile

  • Il Sistema Italia nel complesso uscirà rafforzato, ma nel mondo del business l'emergenza potrebbe accentuare la distanza tra primi e ultimi della classe

  • La tecnologia potrebbe dare un contributo anche per soffisfare la ricerca di liquidità: il caso delle fintech che sviluppano sistemi di valutazione del rischio attraverso big data e sistemi di intelligenza artificiale

Parlare di “opportunità” di fronte a una tragedia costata oltre 10mila vite umane, solo in Italia senza contare i danni gravissimi alle imprese e all'economia nel suo complesso sarebbe, per usare un eufemismo, indelicato. Se però alla ricerca di un dato positivo si prova a leggere il dopo-crisi con lenti asettiche, focalizzate sugli elementi di novità destinati a durare, si dovrebbe volgere lo sguardo in primo luogo al mondo dell'innovazione digitale. Un terreno su cui l'Italia “sta facendo passi in avanti, ma purtroppo sconta un ritardo pressoché in ogni ambito rispetto ad altri Paesi europei: dallo smart working al cloud, dall'e-commerce all'intelligenza artificiale, dai big data alla telemedicina, fino al fintech”, puntualizza Alessandro Perego, direttore del Dipartimento di ingegneria gestionale del Politecnico di Milano e direttore scientifico degli Osservatori Digital innovation.
Lo shock subito dall'Italia potrebbe, spiega Perego, aiutare a ridurre due pesanti barriere che in questi anni hanno ostacolato l'adozione di soluzioni tecnologiche su un tessuto più ampio di cittadini, imprese e istituzioni. “La prima barriera è quella che porta qualcuno a ridimensionare i potenziali benefici dell'innovazione digitale: l'esperienza di queste settimane, al contrario, ha offerto a tutti, singolarmente, numerose evidenze di quanto la tecnologia possa essere utile ed efficace nel mitigare le difficoltà legate al lockdown delle attività”, osserva il docente. La seconda barriera è quella che parte da una domanda: come si fa a vincere le resistenze individuali, culturali, organizzative al cambiamento? “L'emergenza ha indotto singole persone, organizzazioni e l'intero sistema Paese ad adottare l'innovazione ad una velocità e con una pervasività che fino a poche settimane fa sarebbe sembrata inimmaginabile”.
La lezione che il mondo delle imprese in particolare ha tratto da questa dolorosa esperienza si articola in due punti: da un lato, le aziende che avevano già introdotto elementi d'innovazione diffusa hanno potuto beneficiare di un vantaggio competitivo, aumentando significativamente la propria resilienza. Dall'altro, chi è rimasto indietro oggi è più consapevole: ha capito che, superata l'emergenza, dovrà recuperare rapidamente il terreno perso, se non vuole farsi trovare impreparato di fronte alla prossima crisi, di qualsiasi natura essa sia. Il rischio è che si venga ad allargare la forbice tra gli innovatori, destinati a consolidare il proprio vantaggio competitivo durante l'emergenza, e coloro che hanno rimandato gli investimenti e ora, a causa della recessione, potrebbero trovarsi senza le risorse necessarie per correre ai ripari. “Il rischio c'è. Purtroppo tra le pmi è più diffuso qualche ritardo sul piano digitale. E questo le rende più vulnerabili.

 

D'altro canto, l'auspicio è che la marea dell'innovazione che ha inondato l'Italia in queste settimane non cali con la fine dell'emergenza, ma sopravviva e si radichi stabilmente incarnando una nuova normalità”. Molte delle resistenze al cambiamento, del resto, sono state abbattute, l'esempio del commercio elettronico è lampante: prima della crisi, ricorda il docente, solo il 23,9 % degli italiani aveva effettuato acquisti online (dato 2019). Una volta superato il lockdown, il blocco delle attività per contenere il contagio, la propensione agli acquisti sul web sarà molto superiore, argomenta Perego.

 

Un discorso analogo vale per la pubblica amministrazione, ad esempio in riferimento allo diffusione dello smart working (vedi tabella in alto). Secondo quando riportato dal Ministro della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, in una recente intervista a Open, le regioni del Nord hanno dato una risposta molto positiva, con Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna che si attestano intorno all'80% di smart working o telelavoro nella Pa. Nelle aree del Centro-sud questa percentuale si ferma al 50-60%, comunque molto superiore ai livelli pre-crisi. Un ragionamento simile vale per le ricette mediche in formato elettronico, dopo l'ordinanza della Protezione Civile che consente ai cittadini di ottenere dal proprio medico tramite sms, Whatsapp o email il "numero di ricetta elettronica", senza più la necessità di ritirare fisicamente il promemoria cartaceo. "ll contributo essenziale che questa crisi darà al Paese è sul piano dell'educazione al digitale. Vale per cittadini, imprese e istituzioni”, chiosa Perego. “E se è vero che nel mondo del business, l'emergenza potrebbe accentuare la distanza tra primi e ultimi della classe, per il sistema paese nel suo complesso l'impatto sul fronte dell'innovazione sarà senza dubbio positivo.

 

La nostra economia, del resto, è quella più indietro nel processo di digitalizzazione, quindi è maggiore anche lo spazio di miglioramento. E d'altro canto il contesto emergenziale si accompagna con una maggiore flessibilità in Europa e un allentamento della rigidità sul piano dell'aggiustamento dei conti pubblici, che potrebbe favorire un maggiore afflusso di risorse a favore degli investimenti nell'innovazione”, auspica Perego.

 

Al tempo stesso è necessario che il settore bancario non faccia mancare il proprio supporto. Ci aspettano mesi molto difficili, il mondo delle imprese ha una disperata sete di liquidità. Anche qui la tecnologia potrebbe dare un contributo. "Pensiamo alle fintech che sviluppano sistemi di valutazione del rischio attraverso big data e sistemi di intelligenza artificiale. Potrebbe essere il momento propizio per intensificare le partnership tra il settore bancario tradizionale e la parte più avanzata delle startup che operano a cavallo tra finanza e tecnologia”, osserva il direttore degli Osservatori Digital del Politecnico. “Attenzione”, avverte. “Molte fintech sono in una fase ancora acerba dello sviluppo. Sono ancora vulnerabili e saranno messe a dura prova dal tracollo dell'economia. È essenziale che il settore bancario faccia la propria parte nel sostenerle, anche attraverso forme di collaborazione. Non possiamo permetterci che vada a morire una delle componenti a maggior tasso d'innovazione del settore finanziario”. L'opportunità di far emergere – e consolidare – i cambiamenti positivi innescati dall'emergenza covid-19, passa anche da qui.
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti