Fintech, banche e startup si alleano: investimenti per 530 milioni

Rita Annunziata
22.11.2021
Tempo di lettura: 3'
Una nuova indagine di Bankitalia rivela quanti sono oggi gli intermediari che investono in progetti fintech. E quanti quelli che li sviluppano in collaborazione con società e istituzioni terze

La spesa nell’innovazione tecnologico-finanziaria prevista per il biennio 2021-2022 ammonta a 530 milioni di euro, in crescita dai 456 milioni del biennio precedente

Quattro quinti delle iniziative d’investimento hanno visto la compartecipazione di società e istituzioni terze, cui in alcuni casi è stato affidato l’intero ciclo di realizzazione del progetto

La crisi pandemica ha determinato una rimodulazione degli investimenti solo nell’11% dei casi. Al contrario, 29 progetti hanno registrato un’accelerazione

L'industria finanziaria italiana continua a investire nel fintech. Secondo una nuova rilevazione di Banca d'Italia (che coinvolto 59 gruppi bancari, 53 banche non appartenenti a gruppi e 51 intermediari non bancari nel primo semestre dell'anno) la spesa nell'innovazione tecnologico-finanziaria prevista per il biennio 2021-2022 ammonta a 530 milioni di euro, in crescita dai 456 milioni del biennio precedente. A incrementare, parallelamente, è anche il numero degli intermediari investitori (da 77 a 96 unità) e dei progetti (da 267 a 329). Ma, soprattutto, la collaborazione con società e istituzioni terze.
Alcuni intermediari, spiega Via Nazionale, hanno infatti sviluppato “un modello d'investimento che prevede la partecipazione diretta in imprese fintech: il valore di queste partecipazioni ammonta a 204 milioni di euro ed è riferibile a 28 intermediari”. Quattro quinti delle iniziative d'investimento in tal senso hanno visto dunque la compartecipazione di società e istituzioni terze, cui in alcuni casi è stato affidato l'intero ciclo di realizzazione del progetto. “Il ricorso alle collaborazioni risponde principalmente all'esigenza degli intermediari di assicurarsi tecnologie avanzate altrimenti non disponibili al proprio interno e di accelerare i tempi di realizzazione dei progetti, riducendo il time to market”, precisa l'istituto guidato da Ignazio Visco. Si parla di 330 accordi di partnership individuati nel biennio analizzato, che hanno coinvolto 199 imprese, di cui circa due terzi con sede legale in Italia.
Nel 21,3% dei casi i progetti sono destinati alla realizzazione di nuovi prodotti e servizi, mentre intorno al 18% al conseguimento di nuovi canali e processi, alla riduzione dei costi e a una maggiore soddisfazione della clientela. Nel dettaglio, tra le iniziative dedicate all'erogazione del credito e della raccolta del risparmio prevale la realizzazione di prodotti e canali distributivi, nei pagamenti e nei servizi d'investimento la soddisfazione della clientela, e nella governance e nell'area delle business operations i progetti rivolti all'innovazione e alla semplificazione dei processi operativi o all'abbattimento dei costi.

Nel comparto specifico del mobile banking, si segnala lo sviluppo di servizi per la disposizione di bonifici istantanei, l'apertura di conti, la raccolta di depositi online e l'implementazione di app per gestire conti di pagamento detenuti presso banche diverse da quelle di radicamento del conto. Ma anche soluzioni più innovative volte a migliorare la user experience, come lo sviluppo di canali per comunicare con la banca tramite smart speaker, il riconoscimento del titolare del conto tramite videoselfie, l'ampliamento degli strumenti finanziari offerti in consulenza tramite dispositivi mobili e lo sviluppo di canali accessibili da app mobile per la gestione dei consigli d'investimento.

A rallentare o bloccare gli investimenti hanno contribuito fattori di ordine economico (per il 40% del campione) e tecnologico (30%). Nel primo caso viene citata l'insufficiente domanda attesa per i prodotti e servizi generati dagli investimenti (16%), il costo finanziario dell'investimento (12%) e il reperimento del personale (11%). Nel secondo invece “la scarsa interoperabilità tra vecchi e nuovi sistemi e la complessità nel controllo dei rischi per la sicurezza informatica”, osservano i ricercatori. Quanto all'incertezza “sull'evoluzione del quadro regolamentare e aspetti propriamente aziendali, come la gestione della riorganizzazione o la scarsa cultura aziendale nei confronti dell'innovazione tecnologica”, rappresentano ostacoli di minore importanza. La crisi pandemica, infine, ha determinato una rimodulazione degli investimenti solo nell'11% dei casi. Al contrario, 29 progetti hanno registrato un'accelerazione, essendo “iniziative funzionali all'acquisizione della clientela digitale oppure strumenti per rafforzare la business community”, conclude Bankitalia.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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