Criptovalute e fisco, gli hedge fund Usa al varco della IRS

Teresa Scarale
Teresa Scarale
21.8.2018
Tempo di lettura: 3'
Nel 2014 gli investitori erano pochi e piccolini. Ma da un paio di anni il mondo delle criptovalute attrae anche i grossi hedge fund. Se n'è accorta l'agenzia delle entrate americana...

Si cresce e arrivano le tasse. Le criptovalute non sfuggono a questa legge, nemmeno negli Stati Uniti

I fondi di investimento in valute virtuali sono il prossimo bersaglio degli accertamenti dell'Internal Revenue Service (IRS)

C'è però ancora molta incertezza sugli esiti dei controlli delle autorità fiscali americane

In particolare, un punto potrebbe inaspettatamente giocare a favore dei contribuenti

E il fisco (americano) si accorse delle criptovalute. L'Internal Revenue Service, l'agenzia delle entrate americana, ha annunciato a luglio che sta valutando la capacità contributiva di bitcoin & company. Una doccia tiepida per tutti gli investitori, privati e istituzionali. Tiepida perché sarebbe stato chiaro che l'assenza di regolamentazione sarebbe stata in qualche modo colmata dalle autorità.

I fondi di investimento in valute virtuali sono il prossimo bersaglio degli accertamenti IRS. Controlli che nella più rosea delle ipotesi potranno risolversi in un maggior gettito fiscale, se non in vere e proprie sanzioni. Di sicuro, l'elemento “crypto” potrebbe restare un pallido ricordo degli albori della tecnofinanza, se è vero come si vocifera che sarà obbligatorio pubblicare dei report sulle proprie attività.

L'incertezza nella tassazione delle criptovalute


La verità è che c'è ancora molta incertezza sugli esiti dei controlli delle autorità fiscali americane. I consulenti legali dei vari fondi stanno cercando di capire se sarà possibile applicare o meno il principio dell'analogia. Ma di quali analogie si potrebbe parlare, per un fenomeno che è del tutto nuovo? Parte del problema deriva dalla lentezza del legislatore. L'agenzia delle entrate Usa non considera le criptovalute moneta, ma beni di proprietà. Secondo la Commodity Futures Trading Commission, esse sono                                                                                                                               niente altro che delle commodity, al pari di petrolio, caffè, zucchero, legname. Se la IRS dovesse seguire questo orientamento, potrebbero esserci dei vantaggi fiscali per questi fondi.

L'evoluzione del quadro


Nel 2014 la IRS affermava senza dubbio che le criptovalute fossero dei beni, per cui gli investitori avrebbero dovuto riportare nella dichiarazione dei redditi guadagni e perdite derivanti dal loro scambio. Ma è anche vero che quattro anni fa il trade in bitcoin era effettuato da piccoli investitori. I grandi fondi ne stavano alla larga. Poi però le cose sono cambiate. Gli hedge fund in criptovalute creati lo scorso anno sono stati 84, per un ammontare di moneta virtuale pari a due miliardi di dollari (dati Morgan Stanley). Si sono aperte dunque nuove questioni fiscali, lasciate ancora senza risposta.

Un accordo al sapore di caffè?


Un possibile ammorbidimento delle sanzioni potrebbe stare proprio nel problema che le sta generando: la lentezza del regolamentatore. Se è vero infatti che molte società stanno brancolando fra veicoli offshore e la “speranza” che la moneta virtuale venga definita una commodity con tutti i vantaggi fiscali connessi, è anche vero che appellarsi alla colpa del legislatore per la mancanza di regole ufficiali rappresenta un indubbio vantaggio difensivo in sede di contenzioso.
caporedattore

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