Defi, ovvero il disruptor del wealth management

Laura Magna
Laura Magna
22.6.2021
Tempo di lettura: 5'
Gli investitori retail e Hnwi si fidano ancora delle banche. Ma i più giovani, si interessano al mondo cripto e chiedono servizi innovativi. Le banche hanno ormai chiaro che sia necessario investire in tecnologia per non restare fuori dal mercato. Ma mostrano ancora un serto scetticismo verso i criptoasset in sé. Ecco quanto emerso fronte banche e wm, nel corso del webinar Deloitte Consulting in collaborazione con Siat “Finanza Decentralizzata e Blockchain”

Secondo il Deloitte Blockchain Survey il 55% dei senior executive considera la blockchain tra le prime 5 priorità della propria azienda, tanto che il 42% è già pronto a investire più di 5 miliardi di dollari nel 2021

Uno studio svolto nel gennaio 2021 dalla Bank of International Settlements, che ha coinvolto circa 60 Banche Centrali, ha evidenziato come l’86% degli Istituti abbia in cantiere almeno un progetto legato alle Central Bank Digital Currencies (Cbdc); il 60% dei quali ancora nella fase di esperimenti o Proof of Concept, e il 14% in fase di sviluppo o di pilot

Anche aziende di pagamento digitale come PayPal o operatori non financial  come Tesla hanno deciso di inserire le criptocurrency nelle proprie strategie, andando a delineare un panorama in cui la possibilità di accettare criptovalute come forma di pagamento diviene sempre più reale

Stiamo andando verso un mondo post-dollaro nel quale la DeFi rappresenterà il vero punto di svolta? È la domanda che si sono posti gli esperti di Deloitte e Siat nel corso di un webinar di avvicinamento al Convegno annuale dell'Osservatorio Investment Management progettato da Deloitte Consulting in collaborazione con Siat (Società italiana degli analisti tecnici). L'evento ha avuto a oggetto il tema “Finanza Decentralizzata e Blockchain”.

Una risposta non univoca


La risposta non è così univoca. È ormai assodato che prodotti finanziari basati sulle cryptocurrencies siano parte del panorama dei Financial Services e suscitino sempre più interesse tra i player del settore. Il Deloitte Blockchain Survey del 2020, l'ultimo pubblicato in ordine di tempo, fotografa bene questa situazione: il 55% dei senior executive intervistati, infatti, considera la blockchain tra le prime 5 priorità della propria azienda, tanto che il 42% di essi è già pronto a investire più di 5 miliardi di dollari sulla blockchain nel corso di quest'anno; mentre l'88% delle organizzazioni a livello mondiale è convinto che questa tecnologia diventerà presto mainstream.
Uno studio svolto nel gennaio 2021 dalla Bank of International Settlements, che ha coinvolto circa 60 Banche Centrali, ha evidenziato come l'86% degli Istituti abbia in cantiere almeno un progetto legato alle Central Bank Digital Currencies (Cbdc); il 60% dei quali ancora nella fase di esperimenti o Proof of Concept, mentre ben il 14% dei progetti si trova già nella fase di sviluppo o in quella di pilot. In contemporanea all'azione delle Banche Centrali, anche aziende di pagamento digitale come PayPal o operatori non legati all'ambito finanziario come Tesla hanno deciso di inserire le criptocurrency nelle proprie strategie per il futuro, andando a delineare un panorama in cui la possibilità di accettare criptovalute come forma di pagamento per le imprese FinTech diviene sempre più reale.

Il panorama dell'innovazione nel wealth management


“Ci sono circa 900 startup che si occupano di investimenti, ma aumenta l'interesse di società diverse nel mondo del tech e dell'automotive, per esempio, che vogliono offrire ai propri clienti tradizionali i propri servizi”. A dirlo è Laura Grassi, responsabile dell'Osservatorio FinTech, Politecnico di Milano. “E se le prime fanno fatica, le seconda si impongono”. Insomma, l'arena finanziaria non è più quella tradizionale. Ma come si approcciano utenti bancari e in particolare gli investitori al nuovo ambiente?
“È interessante che i dati siano polarizzati attorno agli operatori più tradizionali. Il 70% degli intervistati in un nostro sondaggio sul tema andrebbe solo su attori tradizionali, gli altri sono disposti ad affiancare servizi di startup (l'8%) o di operatori non finanziari. Ma quelli che all'operatore tradizionale affiancano quello alternativo comunque polarizzano il risparmio al primo, con o senza consulenza, il resto viene affidati agli operatori emergenti come test. Non c'è invece polarizzazione generazionale”. Se gli operatori tradizionali sono dunque ancora il pilastro, c'è una tematica nuova che è quella dei dati. “C'è una media e grande apertura verso la condivisione dei dati con altri attori: per quello che riguarda i conti e i pagamenti il 22% li condivide, il 33% non avrebbe problemi a condividere, ma esiste in questo caso la Psd2 che impone obblighi e disciplina. Numeri simili (21%-36%) si riscontrano negli investimenti in assenza di alcuna Wsd2 (mentre sui social i numeri sono, anche in questo caso sorprendetemente, più bassi: il 12% condivide i dati e 29% non lo fa ma non avrebbe problemi a farlo)”. Questi numeri sono, secondo la professoressa, il capitale di informazione su cui costruire per usare il Defi come strumento per innovare nel wealth management.

Banche e asset manager: cosa pensano della Defi


Ma se banche e asset manager non hanno più remore rispetto alla tecnologia, quello che emerge verso il mondo dei criproasset è ancora un certo scettimismo. “Il mondo sta cambiando e le tecnologie lo influenzano: questo è incontrovertibile. Ma non sono certo che sarà così veloce per tre ragioni – secondo Luca Anzola - Head of Multimanager and Alternative Investment, Fideuram
- Perché le pastoie burocratiche nelle banche che sono viste come un male, sono spesso invece una difesa. Il secondo motivo è che l'ultimo bear market è stato 13 anni fa, prima delle cripto e quando c'è bear market la liquidità sparisce: non sappiamo quale effetto farà nel mondo delle cripto. Ma certamente quello è un mondo che vive di liquidità. Terzo elemento, bisogna capire sempre perché un titolo sale o scende sul fronte fondamentale. Sulle cripto non riesco ancora a capire questa causa effetto. Ed è per questo che la volatilità è enorme e mina il mercato. Non ci sono logiche fondamentali dietro”.

Non dicotomia, ma collaborazione


Gli operatori tradizionali, in ogni caso rifiutano che ci sia una dicotomia tra banca e fintech. “Sono certo che le avremo entrambe – sostiene Paolo Biamino - Portfolio Manager, Euromobiliare Asset Management SGR - Per le banche creare efficienza è ragione di vita e per questo la tecnologia sarà determinante. Quanto alla gestione finanziaria, essa si basa su una legge del 1830, la Prudent-man rule, per cui la gestione del risparmio sottende la capacità di prendere scelte basate su regole chiare. Del resto quando si gestiscono soldi di qualcuno si assume un'obbligazione di mezzi, non necessariamente di risultati. Questo ha condotto la gestione finanziaria a essere un'attività che ha al suo centro un'alta intensità di lavoro di relazioni e intervento umano. Nel futuro il rapporto tra capitale e lavoro si va a rovesciare e la gestione diventa un fenomeno digitale? Questo è possibile? Non ho una risposta diretta, ma la domanda pone non pochi problemi perché sconvolge alcuni degli assunti di base della gestione che diamo talmente per scontati che non la mettiamo neanche in discussione”. Quanto alle cripto il settore tradizionale ha iniziato a guardare tra il 2017 e il 2018 “e la risposta è stata di considerarla bolla speculativa – continua Biamino – Il fair value dovrebbe dipendere da aspettative correnti e future di questa riserva di valore. Ma il tema vero è che fino al 2017 si poteva dire che la domanda delle cripto fosse di carattere speculativo. Oggi non è più così”.

Cosa chiedono i clienti


Oggi, però, il 27% dei Millennial ha criptoasset in portafoglio contro il 3% dei boomer, secondo una ricerca di Morgan Stanley. Ma si tratta davvero per quanto fin qui di asset adatti a diversificare e decorrelare un portafoglio equilibrato?
Secondo Manuela Maccia - Chief Investment Officer, BNL-BNP Paribas, oggi “ci sono due o tre approcci che si integrano alle asset class tradioznali, nel mondo hnwi, e in particolare gestioni tematiche e private asset. Quindi in primo luogo, la consapevolezza che gli investimenti che il modo in cui si alloca il patrimonio possa avere un impatto sull'economia, ha posto l'attenzione del clienti su tematiche più secolari. Dunque una terza dimensione che è la sostenibilità entra nel set di criteri, insieme ai rischio/rendimento, quando si fa asset allocation. È un trend che potrebbe attirare nuovi investitori potenziali che hanno tutto in cash. E poi ci sono mattoncini di private asset che consentono di cercare rendimenti e decorrelare e svolgere ruolo di capitale paziente a favore dell'economia reale”. Anche secondo Maccia non esiste contrapposizione tra finanza nuova e vecchia, ma si va verso la collaborazione. “Durante la crisi i clienti hanno confermato la fiducia alle banche almeno quelle che hanno dato una risposta di tipo innovativo – dice il cio di Bnl-Bnp Paribas - I nostri clienti ci chiedono un'interazione più snella e agile, e dobbiamo gestire i dati, da qualche anno ci sono i data scientist per dare alle persone in maniera semplificata quello che serve. Ho la speranza che la banca cambi. Sviluppando relazioni umane molto più spinte attraverso uso dei dati e tech. Per questo vedo coabitare l'innovazione con la tradizione”.

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