Blockchain: cosa può (e non può) fare per il clima

Rita Annunziata
29.8.2022
Tempo di lettura: 3'
Ecco cosa può fare la blockchain per accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni. E quali sono i rischi da non sottovalutare

Jbs, una delle più grandi aziende di lavorazione della carne a livello internazionale, ha sviluppato una piattaforma blockchain per mappare la catena di approvvigionamento di bestiame nel tentativo di combattere la deforestazione

Altre iniziative si basano sul mercato delle compensazioni di carbonio. È il caso per esempio di Flowcarbon, che punta a emettere token per compensare l’inquinamento introdotto nell’atmosfera

La blockchain può accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni? Secondo i sostenitori del Web3, la più recente evoluzione del World Wide Web, sì. Anche se non manca chi grida al greenwashing. Nell’ultimo anno, come ricordato dal Financial Times in un approfondimento dal titolo Crypto and climate change: can web3 help get us to net zero, sono esplose sulla scena una serie di iniziative tecnologiche con l’intento di fondere le crescenti preoccupazioni sul riscaldamento globale con l’interesse per il Web3.


Blockchain e clima: le ultime iniziative

One River Digital Asset Management, per esempio, ha lanciato lo scorso anno il primo fondo al mondo di criptovalute a zero emissioni. Jbs, una delle più grandi aziende di lavorazione della carne a livello internazionale, ha invece sviluppato una piattaforma blockchain per mappare la catena di approvvigionamento di bestiame nel tentativo di combattere la deforestazione. De Beers, gruppo che si occupa del rinvenimento di diamanti, sta utilizzando la tecnologia blockchain per tracciare la provenienza delle sue gemme.


Altre iniziative si basano poi sul mercato delle compensazioni di carbonio. È il caso di Flowcarbon, che punta a emettere token per compensare l’inquinamento introdotto nell’atmosfera. Una tendenza in crescita se si considera che, stando ai dati raccolti dal quotidiano economico-finanziario britannico, milioni di crediti sono stati digitalizzati dalla fine dello scorso anno. Secondo alcuni analisti, il Web3 potrebbe di fatto garantire una maggiore integrità del mercato delle compensazioni di carbonio, consentendo di verificare le credenziali di prodotti etichettati come “sostenibili”. Per James Cameron, consulente di Systemiq, i registri distribuiti potrebbero consentire inoltre una maggiore trasparenza.


I critici contro l’ambientalismo di facciata

Ma c’è anche chi ritiene che tali iniziative potrebbero contribuire all’ambientalismo di facciata. Secondo Pete Howson, ricercatore della Northumbria University del Regno Unito, dichiara per esempio che alcuni pionieri della tecnologia blokchain “non capiscano il modo in cui funziona il mercato del carbonio”. Questo significa che alcune iniziative potrebbero di fatto non offrire i benefici climatici che promettono. Rendendo difficile per gli investitori meno esperti comprendere cosa acquistare e da chi farlo. Louis Redshaw, amministratore delegato della società di consulenza Redshaw Advisors, avverte inoltre come aggiungere un ulteriore livello di complessità al già confuso mercato del carbonio probabilmente “non lo renderebbe migliore”. Anzi. La complessa natura di molti progetti rappresenterebbe una ragione sufficiente per esercitare cautela.


Un altro rischio riguarda l’utilizzo dei token per speculazioni finanziarie. I token di Toucan, per esempio, sono diventati molto popolari alla fine dello scorso anno soprattutto perché gli acquirenti potevano convertirli in criptovalute (in particolare nella nuova criptovaluta “Klima”). Ma gli esperti hanno evidenziato come molti dei milioni di crediti alla base dei token di Toucan siano rimasti invenduti per anni per problemi di qualità, sebbene la società abbia rassicurato di aver inasprito le proprie regole su quali crediti possano essere tokenizzati.


Altro tema quello delle criptovalute legate alla salvaguardia dell’ambiente. Single.Earth, con sede in Estonia, genera dei token che i proprietari terrieri guadagnano ogni volta che immagazzinano 100 chilogrammi di carbonio nelle loro foreste. Tuttavia, siccome non è prevista alcuna sanzione per chi decida di abbattere gli alberi successivamente (tranne che per il fatto che non guadagnerebbero più token), il carbonio immagazzinato potrebbe essere nuovamente rilasciato nell’atmosfera.


Senza dimenticare infine il consumo di energia coinvolto nelle transazioni crittografiche. I sostenitori del Web3 respingono questa problematica, sostenendo che la blockchain consumi molta meno energia di quanto si possa pensare. A dispetto delle critiche, diversi analisti riconoscono in definitiva il ruolo delle tecnologie digitali nella lotta ai cambiamenti climatici e sono incoraggiati dall’interesse per il green da parte della cripto-comunità. Per Camila Sarmiento, analista di Hsbc, il “riconoscimento dell’enigma energetico da parte dei principali attori potrebbe” a sua volta “segnare un punto di svolta per il mercato delle criptovalute”. Indirizzandolo verso algoritmi sempre più ecologici.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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