Donazioni: come fare filantropia in modo efficace e sostenibile

Rita Annunziata
6.5.2022
Tempo di lettura: 5'
Il patrimonio filantropico mondiale sfiora oggi i 1.500 miliardi di dollari. E potrebbe raggiungere i 5mila miliardi entro il 2030. L'identikit del donatore sostenibile e responsabile

Pasinelli, Fondazione Telethon: “Il donatore sostenibile e responsabile ha ben presente che un ente che chiede denaro deve possedere una macchina amministrativa capace di gestirlo, che sappia monitorare i progetti e dimostrare di avere un impatto”

Secondo l’ultimo World giving index della Charities aid foundation condotto su 114 paesi, oltre 3 miliardi di persone hanno aiutato qualcuno senza conoscerlo nel 2020. Il 33% degli italiani ha fatto lo stesso

Ogni anno vengono investiti in attività filantropiche 1.500 miliardi di dollari a livello globale. Una tendenza destinata a crescere e a toccare, stando a recenti stime di Ubs, i 5mila miliardi entro il 2030. Nel 2020, secondo l'ultimo World giving index della Charities aid foundation, oltre 3 miliardi di persone in tutto il mondo hanno aiutato qualcuno senza conoscerlo. Un desiderio che travalica i confini nazionali. E che, almeno in Italia, si scontra con quello che Francesca Pasinelli (direttore generale della Fondazione Telethon intervenuta in occasione dell'evento Filantropia, società benefit e comunicazione nell'attuale contesto economico organizzato da Axelcomm nella cornice del Palazzo Serbelloni di Milano) definisce un “atteggiamento moralista”: c'è chi preferisce non donare perché dichiara di non sapere “dove vanno a finire i soldi” e chi invece “adotta in modo emotivo qualunque buona causa per una raccolta fondi”. Ma il filantropo auspicabile, secondo Pasinelli, è il “filantropo sostenibile e responsabile”.
“Spesso si tende a trascurare quanto la finanza responsabile e gli investimenti sostenibili debbano essere considerati nel non profit”, racconta Pasinelli. “Il donatore responsabile e sostenibile ha ben presente che un ente che chiede denaro deve essere in grado di spendere quel denaro, deve possedere una macchina amministrativa che sia capace di gestirlo, che sappia monitorare i progetti e dimostrare di avere un impatto. Attraverso una serie di regole che non distingue un ente non profit da una società quotata in Borsa”. Chi dona invece sulla base di “un impulso emotivo una tantum” o sostenendo di volta in volta diverse tipologie di imprese o progetti, continua la numero uno della fondazione nata nel 1990 per rispondere all'appello di pazienti affetti da malattie rare, inciampa in una forma di donazione “un po' meno responsabile”. Un ente che vive di programmi di ricerca scientifica, per esempio, “deve finanziare eventi di lunga durata. Quindi una donazione occasionale potrebbe diventare controproducente”, conclude Pasinelli.

Il ruolo delle società benefit


“L'evoluzione e l'involuzione economica e sociale cui stiamo assistendo richiede una nuova consapevolezza e coerenza nell'ambito dei comportamenti, dove ognuno è chiamato a dare il proprio contributo”, interviene Franco Moscetti, presidente dell'advisory board di Axelcomm. La Treccani, aggiunge, definisce la filantropia come l'amore verso il prossimo, come disposizione d'animo e sforzo operoso, di un individuo o anche di gruppi sociali, a promuovere la felicità e il benessere degli altri. “In passato si trattava di scelte individuali di persone spesso benestanti o di imprenditori illuminati come Adriano Olivetti, uno dei primi che pensò alla responsabilità sociale d'impresa”, ricorda Moscetti. La società benefit, in questo contesto, rappresenta un'evoluzione del concetto stesso di azienda.

“Mentre le società tradizionali esistono con l'obiettivo di distribuire dividendi agli azionisti, le società benefit sono espressione di un paradigma più evoluto e integrano nel proprio progetto (oltre ai naturali obiettivi di profitto) lo scopo di avere un impatto positivo sulla società nel rispetto dell'ambiente e delle generazioni future”. In questo contesto, secondo Moscetti, le realtà (individuali o aziendali) dai comportamenti virtuosi non possono più essere solo il frutto di scelte volontarie di alcuni ma dovrebbero essere integrate strutturalmente in una “nuova cultura del fare” che abbia a cuore i meno fortunati, l'ambiente e la comunità. E la comunicazione, diretta e trasparente, dovrebbe supportarne lo sviluppo in un contesto in cui post-pandemia e conflitto russo-ucraino “tracciano un momento storico che produce nuove categorie di povertà”, spiega Moscetti.

La filantropia in numeri


Guardando ai dati, come anticipato in apertura, l'ultimo World giving index della Charities aid foundation condotto su 114 paesi rivela come nel 2020 oltre 3 miliardi di persone abbiano aiutato qualcuno senza conoscerlo. “Il 33% degli italiani ha fatto la stessa cosa, un quinto ha puntato su attività di volontariato e il 23% ha donato per charity o simili scopi”, osserva Federico Ghizzoni, presidente di Rothschild & Co. Italia ed ex amministratore delegato di UniCredit. “L'ammontare che gira intorno a tutta questa attività benefica restituisce numeri impressionanti. Secondo una ricerca di Ubs ogni anno vengono investiti in attività filantropiche 1.500 miliardi di dollari. Una cifra destinata a raggiungere i 5mila miliardi entro il 2030”. Ma ancora molto resta da fare. Secondo Moscetti, occorre infatti “una presa di coscienza, un atteggiamento comportamentale coerente e la consapevolezza che nessuno possa risolvere tutto da solo. Dobbiamo assolutamente occuparci di chi è stato meno fortunato di noi. E le istituzioni dovrebbero adoperarsi per creare condizioni di contesto in cui anche il privato possa dare il suo contributo”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
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