Piani pensionistici: alternativi e esg per resistere a tassi e demografia

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
10.12.2021
Tempo di lettura: 2'
Un cocktail esplosivo sta mettendo a repentaglio la sostenibilità dei fondi pensionistici a prestazione definita. Urge una nuova asset allocation e nuovi criteri di gestione

Amundi e Create Research hanno pubblicato un nuovo studio sulla sostenibilità dei piani pensionistici europei a prestazione definita

Per la maggior parte dei piani pensionistici, poiché le loro passività giungono a scadenza rapidamente, l’opzione preferita di intervento di un assicuratore esterno rimane fuori dalla loro portata

Un mix tossico di invecchiamento demografico, rigida regolamentazione, aumento dell'inflazione e calo dei tassi di interesse ha gravemente danneggiato la sostenibilità finanziaria delle pensioni a prestazione definita. È quanto emerge da una nuova ricerca a firma Amundi e CREATE-Research ha interessato 152 piani pensionistici a prestazione definita in 17 mercati in Europa, di settori sia pubblici che privati, che gestiscono collettivamente asset per 2.100 miliardi di euro.
Dallo studio in particolare emerge come la pandemia abbia ulteriormente aggravato il problema. Quasi la metà dei soggetti coinvolti nell'indagine (48%) ne conferma l'impatto negativo sulla sostenibilità finanziaria a più lungo termine dei piani, mentre solo il 6% segnala un impatto positivo. Anche l'impatto netto sui coefficienti di finanziamento e sui flussi di cassa regolari è stato negativo. Pertanto, il 60% prevede di migrare gli iscritti dei piani a prestazione definita verso piani a contribuzione definita.

Piani pensionistici alle strette 


Allo stato attuale, i piani pensionistici sono costretti a ricorrere a due opzioni. La prima è la liquidazione (cd. run-off): avere riserve finanziarie certe in grado di pagare le pensioni fino a quando l'ultimo iscritto lascerà il fondo (opzione scelta dal 41%). La seconda opzione è l'autosufficienza (30% degli intervistati): in tal caso il piano pensionistico dispone di una posizione di finanziamento e non dovrebbe ricorrere all'impresa sponsor per ottenere contributi supplementari ed è dunque in grado di generare in autonomia il flusso di cassa necessario per pagare i beneficiari. In queste due opzioni il piano pensionistico fa affidamento sul suo bilancio per far fronte ai suoi impegni, senza affidarsi allo sponsor per continuare a sostenere tutti i rischi pensionistici. Solo il 38% dei piani dispone dei finanziamenti necessari per farlo.

I tassi a zero hanno messo a repentaglio le due soluzioni assicurative privilegiate dai fondi pensione, largamente considerate come la soluzione ideale per ridurre i rischi legati alla gestione della loro solvibilità fino all'estinzione dei loro impegni. Queste soluzioni prevedono il trasferimento, parziale o totale, a un assicuratore esterno degli impegni pensionistici. Solo il 25% degli intervistati è in grado di perseguire queste opzioni.

Nuova asset allocation


Mentre le soluzioni assicurative non sono più praticabili, i piani pensionistici sono obbligati ad adottare un approccio più innovativo per l'asset allocation e a trovare un equilibrio tra tre obiettivi contrastanti: incrementare i rendimenti per migliorare il coefficiente di finanziamento, ridurre il rischio rispetto alle passività e aumentare i flussi di cassa man mano che un numero crescente di iscritti va in pensione. Ciò significa suddividere i portafogli in tre categorie: attivi per la ricerca di rendimento, attivi di copertura del rischio e attivi “cross-asset”.

Gli attivi per la ricerca di rendimento sono tipicamente rappresentati dalle azioni. Tra queste spiccano le azioni globali (citate dal 63% degli intervistati), le azioni dei mercati emergenti (57%) e le azioni europee (43%). Per quanto riguarda gli attivi di copertura, ancora una volta, il reddito fisso europeo e quello dei mercati emergenti sono privilegiati rispetto a quello statunitense, considerato troppo costoso.

Gli attivi “cross-asset” stanno diventando sempre più importanti. Con rendimenti simili a quelli delle azioni e caratteristiche comparabili alle obbligazioni, mirano a realizzare una crescita del capitale per mitigare i disavanzi del piano, a generare un reddito regolare per il pagamento delle pensioni e a fornire una protezione dall'inflazione per finanziare la rivalutazione delle prestazioni. Le asset class preferite includono infrastrutture (59%), real estate (56%) e private equity (48%).

Nuovi criteri di gestione


Poiché l'asset allocation dei fondi pensione che consenta loro di gestire la solvibilità fino all'estinzione delle passività (End game) è diventata più complessa, i criteri di selezione dei gestori esterni sono diventati più articolati e si suddividono in tre categorie.

La prima categoria si concentra su esg e una più ampia competenza tematica. Gli intervistati citano la capacità di integrazione dei criteri esg (76%) e l'investimento tematico in generale (50%) come fondamentali per l'assegnazione di nuovi mandati.

La seconda categoria è incentrata sulla generazione di liquidità necessaria all'"End game" (63%), e su una conoscenza approfondita dell'investimento orientato al passivo (ALM) e della gestione del bilancio di un fondo pensione (52%).

L'ultima categoria cerca di evolvere in un contesto in cui le valutazioni delle attività sono ai massimi storici e la liquidità può scomparire. Ciò richiede una conoscenza approfondita della gestione della liquidità in un periodo di elevata volatilità, secondo il 49% degli intervistati; una comprensione dei motori di performance a fronte di mercati distorti dall'azione delle banche centrali (49%) e un vantaggio nell'asset allocation tattica in risposta alle correlazioni tra classi di attività nel tempo (44 %).
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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