Pepp, pensioni europee ancora in mezzo al guado

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Il documento pubblicato dall'Ania sottolinea come il progetto europeo dei Pepp non sia nato sotto i migliori auspici a causa dei trattati europei che non consentono di trasferire alle leggi dell'Unione, la giurisdizione dei sistemi pensionistici e fiscali

Il progetto dei Pepp deve affrontare diverse sfide legislative che ne rendono difficili lo sviluppo definitivo

Il testo, modificato dal Parlamento, indebolisce il livello normativo di armonizzazione che il legislatore aveva cercato di inserire inizialmente

Tra 40 anni in 17 stati dell'Unione Europea il livello di pensione complessiva diminuirà. Per evitare dunque che il continente del futuro sia popolato da anziani sempre più indigenti, il numero di soggetti iscritti ad una forma previdenziale complementare, deve aumentare. Con questo obiettivo è nato il progetto Pepp (Pan-European Personal Pension product), il 29 giugno 2017. La relazione “la sfida dei Pepp” pubblicata da Ania, associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, mette dunque in luce le criticità e le opportunità legate al progetto europeo.

Il progetto non è nato sotto i migliori auspici, dato che i trattati europei non consentono di trasferire alle leggi dell'Unione, la giurisdizione dei sistemi pensionistici e fiscali. Due elementi necessari, dato che il finanziamento della previdenza, di primo e secondo pilastro, poggia sulla possibilità di utilizzare contributi previdenziali deducibili fiscalmente. Il legislatore comunitario, non potendo dunque agire sull'armonizzazione fiscale, si è concentrato sulla costruzione di uno schema pensionistico valido in ciascun paese. Resta però il vincolo delle scelte dei singoli stati. I paesi potranno infatti decidere i limiti di età per dare avvio alla fase di accumulo, la durata minima della fase di accumulo, il periodo minimo di partecipazione allo schema Pepp, il periodo massimo prima del raggiungimento dell'età pensionabile per aderire a uno schema Pepp, il trattamento fiscale di contributi, rendimenti e prestazioni, le condizioni relative al diritto del lavoro nazionale e le condizioni per il riscatto o per altre forme di parziale difficoltà o importanti esigenze.

Dopo un anno di discussioni, il testo modificato dal Consiglio, ha indebolito il livello di armonizzazione che il legislatore aveva cercato di inserire inizialmente nel testo redatto dal Parlamento. L'autorizzazione all'esercizio dei nuovi provider dei prodotti pensionistici, per esempio, non verrebbe più affidata all'Eiopa (Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali) ma alle singole autorità nazionale (affidare l'autorizzazione all'Eiopa avrebbe garantito un'uniformità di giudizio). Se dunque dovesse essere confermato il testo della Commissione, ogni singolo stato deciderà come esercitare la supervisione sui Pepp e come assicurare il rispetto delle nuove regole. Inoltre, nel testo del Consiglio, sono state anche rafforzate le misure difensive che ciascun supervisor locale potrà far valere per evitare l'ingresso nel proprio mercato di operatori considerati non in regola con la nuova disciplina. Il testo del Parlamento aveva invece deciso di affidare sia alle autorità locali sia all'Eiopa la prerogativa di autorizzare o no il Pepp. Si era dunque prevista una stretta collaborazione tra le Autorità nazionali e comunitarie.

Aspetto che resta invariato è invece la protezione del capitale investito. Nei testi del Consiglio e del Parlamento l'orientamento si è infatti confermato. L'opzione di default potrà essere caratterizzata sia da una garanzia vera e propria di restituzione del capitale, come quella fornita dalle compagnie assicurative, sia da strategie di investimento volte a proteggere il capitale senza però alcun obbligo del provider di garantire un certo risultato, sia la garanzia di protezione dalle perdite mediante strumenti finanziari.

Infine, resta la questione dei trasferimenti transfrontalieri delle singole posizioni contributive. In un primo momento la soluzione era stata demandata alla costituzione di singoli comparti per ciascun paese dell'Ue, per seguire i possibili cambi di residenza dei lavoratori europei nel corso della loro vita attiva. Il sistema risultava però essere troppo complesso, e dunque nella versione del Consiglio i compartimenti sono invece stati sostituiti dai “sub-account” e i provider dei Pepp non saranno più obbligati a costituire i sub-account nei diversi paesi dell'Unione. Potranno, se vorranno, convenzionarsi con un altro provider operativo in un altro paese, per esternalizzare il servizio.

Pepp e fisco, un legame indelebile

Il successo dei Pepp dipenderà dal sistema tributario. Il problema principale è che il fisco è materia di competenza esclusiva dei singoli stati membri. Ogni decisione, a livello Ue in materia fiscale, prevede infatti l'accordo di tutti e 28 gli stati membri. Nonostante ciò, in una fase iniziale il legislatore aveva valutato di introdurre il tema fiscale nel testo dei Pepp. Strada che però non si è deciso di percorre. Se fosse stato seguito quell'indirizzo – si legge nel report- sarebbero stati risolti quasi d'incanto gran parte dei problemi che incontrano attualmente i contribuenti europei di un piano pensionistico quando spostano la residenza in un altro paese dell'Unione europea.

Bruxelles è però consapevole che il futuro dei Pepp dipenderà dalla possibilità che i nuovi prodotti pensionistici possano usufruire dei benefici fiscali di cui godono attualmente, in tutti i paesi, le forme previdenziali complementari. Senza gli incentivi fiscali, sottolinea il report, il Pepp sarà una scommessa persa. E dunque, essendo consapevoli di questa esigenza, la Commissione ha diffuso il testo di una raccomandazione in cui auspica che i singoli paesi membri garantiscano ai Pepp gli stessi vantaggi fiscali di cui godono i prodotti pensionistici integrativi, che circolano all'interno dei confini.

Andrea Lesca, responsabile Relazioni e Reti Welfare aziendale di Intesa Sanpaolo Vita, pur riconoscendo i limiti dei Pepp e le incongruenze normative, resta possibilista per il futuro. “Oggi il quadro normativo non è ancora completo e dobbiamo attendere la versione finale del testo per dare un giudizio complessivo, infatti, ci sono ancora molti punti aperti che possono fare la differenza in termini di sviluppo" dichiara Lesca. "L'auspicio è che il quadro normativo definitivo" continua il responsabile "possa dare l'opportunità, sia ai lavoratori che si spostano per lavoro tra i vari Paesi dell'Ue, sia a chiunque desideri aderire in Italia, di accedere a un prodotto di previdenza individuale con un “passaporto” europeo, magari grazie a qualche vantaggio in più del prodotto domestico”.

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