Le pensioni migliori al mondo? In Islanda. Bocciata l'Italia

Rita Annunziata
20.10.2021
Tempo di lettura: 3'
Islanda in cima alla classifica delle migliori pensioni al mondo, accanto a Paesi Bassi e Danimarca. Discreta posizione per l'Italia in termini di adeguatezza e integrità. Resta fanalino di coda, invece, per sostenibilità

La classifica (che confronta 43 regimi previdenziali coprendo ben due terzi della popolazione mondiale) si basa su una media ponderata dei sotto-indici di “adeguatezza”, “integrità” e “sostenibilità”

Margaret Franklin, presidente e ceo del Cfa Institute: “Il differenziale di genere in termini di prestazioni pensionistiche solleva ulteriori e pressanti problemi, con le donne ancora una volta in posizione di svantaggio rispetto agli uomini una volta giunte alla pensione”

L'Islanda vanta il regime previdenziale migliore al mondo e debutta nel 13° Global Pension Index annuale realizzato dal Mercer Cfa Institute con un punteggio complessivo pari a 84.2. Seguono i Paesi Bassi e la Danimarca, rispettivamente con 83.5 e 82.0. E l'Italia?
La classifica (che confronta 43 regimi previdenziali coprendo ben due terzi della popolazione mondiale) si basa su una media ponderata dei sotto-indici di “adeguatezza”, “integrità” e “sostenibilità”. L'adeguatezza indica la flessibilità del sistema (come la possibilità di trasferire la posizione pensionistica individuale da un fondo privato a un altro), l'integrità indica il livello di trasparenza e di governance, e la sostenibilità considera il sistema paese nel suo complesso (prodotto interno lordo, demografia, spesa pensionistica e la presenza di un secondo pilastro previdenziale). Per ognuna delle categorie, a guadagnare il podio sono la Finlandia per l'integrità (93.1) e l'Islanda per adeguatezza (82.7) e sostenibilità (84.6). Sul versante opposto, con i punteggi più bassi, troviamo l'India per l'adeguatezza (33.5), le Filippine per l'integrità (35.0) e l'Italia per la sostenibilità (21.3).
Il Belpaese si posiziona infatti 32° con un punteggio complessivo di 53.4, guidato dall'integrità (74.9) e l'adeguatezza (68.2). Quanto al sotto-indice della sostenibilità, spiega Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia e presidente di Assoconsult, le ragioni risiedono nel fatto che “a fronte della buona pratica di assoggettare i fondi pensione a politiche e strategie di investimento esg (environmental, social, governance), soffriamo per la presenza di una bassa quota di previdenza complementare integrativa sul pil del Paese, nonostante un trend crescente di miglioramento”. Il nostro sistema, osserva, “è ancora molto basato sul primo pilastro, che è inserito nel bilancio dello Stato, mentre i sistemi più sostenibili sono quelli che hanno affiancato al primo pilastro sistemi di pensione complementare e individuale di secondo e terzo pilastro che rafforzano di gran lunga la capacità di percepire un'entrata sostenibile quando si esce dal mercato del lavoro.”

Nell'analisi di Morelli, in Italia “viviamo ancora una politica retributiva basata sul reddito fisso”. Qualora “ci si allontanasse da questo modello, avvicinandosi per esempio a quello anglosassone, si potrebbe legare lo stipendio a una parte variabile da dedicare all'investimento pensionistico”. Ma un'altra possibile soluzione “potrebbe essere l'aumento del numero di persone coperte da previdenza pubblica e privata, estendendole a chi oggi non ha una posizione pensionistica regolare”. Senza dimenticare la possibilità di introdurre “un modello di pension credit, dove una quota di contributi figurati rimarrebbe a carico del datore di lavoro”. Una scelta, conclude Morelli, che “garantirebbe continuità previdenziale a chi fosse obbligato a uscire dal mercato del lavoro per un periodo della propria vita”.

In questo contesto, inoltre, le donne continuano a soffrire una condizione di svantaggio rispetto alla controparte maschile quando si parla di pensione. “Le cause del divario di genere sono svariate”, spiega David Knox, senior partner di Mercer e autore principale dello studio. “Ogni paese o regione – aggiunge – presenta aspetti relativi all'occupazione, all'impostazione del sistema previdenziale e ai fattori socioculturali che contribuiscono a creare uno svantaggio per la popolazione femminile in termini di assegno pensionistico percepito”. Quanto all'occupazione, uno degli aspetti che incide sulle disuguaglianze di genere nel trattamento pensionistico è che le donne hanno una maggiore probabilità di svolgere un lavoro part-time, ottengono stipendi inferiori rispetto agli uomini e tendono a versare i contributi meno regolarmente, se si considera il fatto che spesso si trovano costrette a interrompere il lavoro. Problemi legati anche allo stesso sistema pensionistico che, spiegano i ricercatori, non prevede l'obbligo del versamento dei contributi durante il congedo di maternità e non consente di maturarli nei periodi di accudimento dei figli o dei genitori anziani.

“Sappiamo che colmare il divario di genere sulle pensioni è una sfida enorme, vista la stretta correlazione del settore previdenziale con i modelli reddituali e occupazionali. Tuttavia, non possiamo permetterci di stare a guardare, considerato che la povertà che colpisce la popolazione anziana è più diffusa tra le donne”, continua Knox. “Sono molte le azioni che può intraprendere il settore previdenziale. Per prima cosa, eliminare le restrizioni sull'ammissibilità ai piani pensionistici collegati a un'attività lavorativa. Indipendentemente da quanto si guadagni, da quanti anni si lavori e per quante ore, tutti devono poter usufruire di un piano previdenziale che garantisca prestazioni adeguate. I fondi pensione, invece, possono introdurre la possibilità di maturare contributi anche per coloro che prestano attività di accudimento a bambini e anziani”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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