Il macigno fiscale sulla strada delle nuove pensioni

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Una delle ipotesi che si sta vagliando a livello Ue, per cercare di superare il problema fiscale è la soluzione pro-rata. L'obiettivo è dunque  quello di riprodurre, nel momento del decumulo, la stessa scansione, in proporzione ai periodi trascorsi dal contribuente in ciascun paese

I PEPP devono affrontare il problema fiscale se vogliono diventare veramente una soluzione allettante per i giovani lavoratori

Il problema più grande è legato al fatto che il comparto fiscale è di competenza esclusiva dello stato. E dunque l'Ue non può intromettersi nelle decisioni nazionali

C'è un macigno fiscale sulla strada dei Pepp. Il successo del progetto per creare prodotti pensionistici paneuropei dipenderà, come sempre accade nelle forme di previdenza complementare, dai benefici fi scali di cui gli iscritti potranno fruire.

La strada, al momento è ancora molto accidentata. Vediamo perché. Il legislatore europeo non ha prescritto un sistema fiscale armonizzato (avrebbe richiesto il via libero preventivo di tutti i paesi dell'unione) auspicando, con una raccomandazione, che ciascun paese accordi le stesse facilitazioni previste sui fondi pensione. Non è detto che ciò accada. Inoltre, i recensori del progetto hanno costruito un complicato meccanismo per garantire la mobilità dei lavoratori ed in particolare che, in ciascun paese di residenza, al contribuente sia applicato il regime fiscale e contributivo previsto da quel paese nella fase di accumulo.

Ma come verranno gestiti fiscalmente i Pepp quando si andrà in pensione?

La risposta non è delle più semplici, visto il quadro frammentato a livello europeo e la non chiarezza dal punto di vista normativo. Al momento in Ue si stanno valutando diverse opzioni. Teoricamente sono disponibili due soluzioni: il sistema pro-rata e la tassazione nel paese finale. Nell'ipotesi pro-rata si andrebbe a riprodurre nel momento del decumulo la stessa scansione, in proporzione ai periodi trascorsi dal contribuente in ciascun paese. La rendita (o i capitali) dovrebbero dunque essere tassati secondo le regole di quel paese e le relative trattenute versate a quella amministrazione tributaria.

Questo significa dunque che se nell'arco della vita lavorativa si è stati in Spagna per sei mesi, in Italia per un anno, in Germania per due anni e in Francia per 10 anni, i capitali verranno tassati
secondo le regole spagnole, italiane, tedesche e francesi in base agli anni di lavoro trascorsi nel paese in questione. Dunque, per esempio, i capitali versati nei sei mesi in Spagna verranno tassati secondo le regole spagnole e così via.

Questo porterà dunque ad una frammentazione del sistema fi scale, che mal si concilia con i trattati contro le doppie imposizioni fiscali, perché secondo quanto stabilito, la tassazione avviene nel paese dove si ha la residenza.

Come possono essere applicati questi accordi bilaterali se si applicata il sistema pro-rata sui capitali versati?

A questa domanda la Commissione e il Parlamento non hanno ancora trovato una risposta. Anche perché, si dovesse optare per questa soluzione il “sistema Pepp” dovrebbe essere isolato dal resto dei vigenti trattati europei contro la doppia tassazione. Questa è però una strada in salita visto che, anche in questo caso, sarebbe necessaria una decisione all'unanimità di tutti gli Stati membri dell'Unione europea.

La seconda soluzione teorica prevede invece una via più semplice, quella di applicare le aliquote fiscali dell'ultimo paese dove il soggetto risiede. In questo caso ci si imbatte in ulteriori difficoltà perché si darebbe vita ad un meccanismo fortemente distorsivo. In primo luogo perché la tassazione nel momento dell'accumulo non sarebbe più correlata a quella relativa alle prestazioni (ad esempio converrebbe risiedere in Italia dove il regime fiscale sulle prestazioni della previdenza complementare è più favorevole) e poi perché sul tutto gravano gli accordi bilaterali contro la doppia imposizione fiscale che consentono ai contribuenti di trasferirsi in paesi dove sono assoggettati ad imposte inferiori rispetto a quelle del paese di origine (l'esempio è la tassazione agevolata del Portogallo sulle pensioni) .

A questo punto occorrerebbe rivedere questi tipi di accordi per evitare il dumping fiscale, ma difficilmente i paesi che offrono soluzioni per attirare i ricchi pensionarti europei ci rinuncerebbero volentieri.

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