Colpa del cliente? Ecco i casi in cui il commercialista è responsabile

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Nicola Dimitri
13.1.2022
Tempo di lettura: 3'
Il commercialista di una società può concorrere nel reato di dichiarazione fraudolenta, mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, a titolo di dolo eventuale

Il concorso del consulente fiscale nella condotta criminosa può manifestarsi tanto da un punto di vista materiale, quanto morale o psichico

Si configura una responsabilità penale in capo al consulente fiscale se, lo stesso, pur consapevole dei propositi illeciti dei clienti non si oppone all’inoltro delle dichiarazioni né segnali le anomalie

Si configura una responsabilità per dolo eventuale in capo al commercialista quando questo è consapevole delle condotte illecite tenute dai suoi clienti (volte ad evadere le imposte e l'Iva) ma, per paura di perdere le società per cui presta consulenza, non si adoperi in senso opposto.È questo il principio ricavabile dalla sentenza emessa dai giudici della Corte di Cassazione, n. 156 del 2022, ad avviso dei quali il consulente fiscale è considerato responsabile del reato di dichiarazione fraudolenta ove si dimostri che, questo, pur consapevole delle condotte illecite tenute dai suoi clienti, non faccia niente per impedirle.
A parere della Corte, infatti, l'inerzia del consulente rispetto all'evidenza delle condotte illecite dei suoi clienti, determina – stante il suo ruolo e la sua professionalità – un coinvolgimento (sotto forma di contributo causale) nella commissione dell'illecito tributario.

Nel caso di specie, prima del vaglio dei giudici di legittimità, la Corte d'Appello di Milano, a conferma della decisione già emessa dal Tribunale di prime cure, condannava il consulente fiscale in quanto ritenuto responsabile, in concorso con i suoi clienti, del reato di dichiarazione fraudolenta di cui all'art. 2 D.Lgs. n. 74/2000.

Secondo le Corti di merito, infatti, il consulente, non opponendosi alle condotte dei clienti aveva di fatto aderito all'attività illecita, consistente nell'indicazione all'interno delle scritture contabili della società – di cui il commercialista era depositario – di elementi passivi fittizi, relativi ad operazioni inesistenti; con il solo fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto.

Secondo il percorso argomentativo seguito dai giudici, vi è un vero e proprio contributo causale del consulente. Egli, nella sua qualità di commercialista, aveva infatti tenuto la contabilità delle società, curandone la registrazione delle fatture ed effettuando le dichiarazioni dei redditi; addirittura, con il suo codice fiscale aveva firmato tutte le dichiarazioni e depositato i bilanci della società.

Una simile circostanza è sufficiente a integrare il dolo eventuale e rendere responsabile il commercialista in concorso con i clienti nella determinazione dell'illecito, posto che il concorso nella condotta criminosa può manifestarsi attraverso forme differenziate: tanto da un punto di vista materiale, quanto morale o psichico.

In buona sostanza, vi è un contributo rilevante nella causazione dell'illecito da parte del consulente anche quando questo, non ostacolando la condotta illecita, rafforzi in via di fatto il proposito criminoso; agevolando, di conseguenza, la commissione del reato.
In questi termini, la responsabilità per dolo eventuale del professionista si integra nella misura in cui, ad avviso della Corte, questo ha accettato il rischio di presentare per conto dei clienti una dichiarazione fraudolenta, che potrebbe comportare l'evasione delle imposte dirette o dell'Iva.

Più in particolare, il contributo causale del consulente alla commissione del reato di cui all'art. 2 DLgs. n. 74 del 2000 si individua nell'aver predisposto e inoltrato per conto dei clienti le dichiarazioni fiscali contenenti l'indicazione di elementi passivi fittizi supportati da fatture per operazioni inesistenti. Inoltre, un'ulteriore forma di contributo partecipativo, va individuata nell' omessa segnalazione di una serie di anomalie rilevate nella contabilità delle società e nella prosecuzione dell'attività di assistenza fiscale.

A nulla, pertanto, sono valse le argomentazioni difensive del consulente fiscale, che non solo sosteneva di non aver partecipato alla creazione del meccanismo fraudolento posto in essere dagli amministratori della società ma, al contrario, di essere egli stesso vittima di questo disegno illecito.

Più nel dettaglio, il commercialista affermava di essere stato all'oscuro delle gravi anomalie contabili attuate dagli amministratori, motivo per cui non poteva dirsi responsabile dell'illecito tributario a titolo di dolo eventuale. Tuttalpiù, evidenziava il professionista nelle linee di difesa, poteva essere tacciato di negligenza e superficialità nel controllo.

In conclusione, si configura una responsabilità penale in capo al consulente fiscale (nel caso di specie commercialista) se si dimostra che lo stesso pur consapevole dei propositi illeciti dei clienti o, ad ogni modo, cosciente delle alterazioni apportate dagli stessi sulla documentazione contabile, non si opponga all'inoltro delle dichiarazioni né segnali le anomalie.

È bene, infine, osservare che il medesimo discorso in termini di responsabilità che ricade sul professionista in concorso con i clienti, può valere – per analogia argomentativa – anche per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti e in relazione al reato di indebita compensazione.

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