Il ruolo delle holding nel passaggio intergenerazionale

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Roberto Pellizzari, Matteo Esposito
29.4.2022
Tempo di lettura: 3'
All'interno del passaggio intergenerazionale dei patrimoniali familiari ci si trova spesso a doversi confrontare con le holding. In questi casi, trova applicazione o meno il regime di esenzione dall'imposta sulle successioni e donazioni?
Nell'ambito del complesso e delicato processo del passaggio intergenerazionale dei patrimoniali familiari, il wealth planner si trova spesso a doversi confrontare – tra i vari asset costituenti il patrimonio familiare – con le holding. Rispetto a tale veicolo societario, si discute in dottrina se trovi applicazione o meno il regime di esenzione dall'imposta sulle successioni e donazioni ex art. 3, comma 4-ter del Dpr 346/1990 (cosiddetto Tus).

L'art. 3, comma 4-ter del Tus prevede che non siano soggetti ad applicazione dell'imposta sulle successioni e donazioni i trasferimenti inter vivos o mortis causa di quote sociali o di aziende in favore del coniuge e dei discendenti in linea retta a condizione che:

(i) con riferimento alle società di capitali, la quota trasferita consenta al beneficiario di acquisire o integrare il controllo cosiddetto “di diritto” (come, per esempio, una quota che consenta al beneficiario di disporre della maggioranza dei voti esercitabili nell'assemblea ordinaria) e che tale controllo sia mantenuto dal beneficiario per almeno cinque anni dalla data del trasferimento;
(ii) con riferimento alle società di persone, il beneficiario (unica condizione) si impegni a mantenere la quota per almeno cinque anni dalla data del trasferimento (tesi sposata dal consiglio nazionale del notariato nello studio 17-2020/T);
(iii) Con riferimento alle aziende (o rami di esse), il beneficiario (unica condizione) si impegni a proseguire nell'attività d'impresa per almeno cinque anni dalla data del trasferimento.

Il regime in commento, di matrice europea è stato “voluto” dal legislatore al fine di favorire la continuità dell'impresa in capo al medesimo nucleo familiare “di origine”. In dottrina è sempre più discussa l'applicabilità della previsione di cui all'art. 3, comma 4-ter del Tus, con riferimento alle holding, rispetto alle quali è stato affermato - tesi restrittiva - che ove la loro attività consista nel mero godimento dei beni posseduti dalla società, non potendosi configurare lo svolgimento di attività d'impesa in senso stretto, non sia possibile riconoscere l'agevolazione de quo alle trasferende quote delle holding stesse.
La tesi più estensiva – condivisa da chi scrive – suggerisce che anche una società principalmente preordinata alla gestione patrimoniale può, in principio, soddisfare tutti i connotati richiesti dalla normativa – tra cui quello di essere considerata una società che svolge a tutti gli effetti attività d'impresa – a patto che quest'ultima svolga, di fatto, un'attività economica finalizzata alla gestione attiva dei beni apportati dai soci, beni che devono essere collegati funzionalmente tra di loro in modo da essere sfruttabili economicamente, anche in senso lato (passive income).

Alla luce di tale ultima interpretazione, pertanto, l'attività tipica delle holding dovrebbe essere riconosciuta come attività d'impresa, almeno nell'ipotesi in cui questa si realizzi attraverso una gestione attiva del patrimonio posseduto, finalizzata alla produzione di ulteriore ricchezza patrimoniale (o altre utilità) rispetto a quella che deriverebbero dalla mera detenzione “statica” degli asset di proprietà.

(Articolo scritto in collaborazione con Matteo Esposito, di Lca Studio Legale)
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Roberto Pellizzari, Matteo Esposito
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Roberto è socio dello Studio e membro del dipartimento tax. Si occupa prevalentemente di fiscalità d’impresa, in ambito domestico e internazionale. Ha maturato una significativa esperienza nell’assistenza a società in materia di fiscalità finanziaria e connessa alle operazioni di M&A e real estate.

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