Dai nonni ai nipoti: questo il nuovo passaggio generazionale

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In Italia sempre più spesso il passaggio generazionale avviene tra nonni e nipoti. La generazione dei figli risulta essere schiacciata tra i due estremi famigliari

Il 40% degli imprenditori ha dichiarato di non aver pensato al passaggio generazionale perché “è ancora troppo presto"

Le medie imprese italiane sono caratterizzate da over 72 che ricoprono più cariche dirigenziali (presidente - ad) e non delegano nulla

Nelle piccole e medie imprese italiane è il tempo dei nipoti. I fondatori sempre più spesso lasciano lo scettro del potere ai nipoti piuttosto che ai figli. Ma come mai? Secondo la ricerca “medie imprese familiari: squadra che vince non si cambia oppure si?” presentata da Gabriele Barbaresco del centro studi di Mediobanca, durante l'ultimo osservatorio Aipb sugli imprenditori, i padri/fondatori fanno fatica a lasciare il comando, allungando a dismisura la loro permanenza all'interno della società di famiglia, tanto da trovarsi a lavorare con i nipoti neoassunti. La generazione dei figli è dunque quella più penalizzata, dato che entra in azienda ad età avanzata (55 anni) e si trova ad essere schiacciata dai due estremi famigliari: vecchio e giovane.

I dati parlano chiaro. Su un campione di 3.500 medie imprese famigliari analizzate, in 572 casi ci sono soggetti over 72 che ricoprono più cariche (amministratore delegato e presidente). E che non hanno ancora pensato e programmato il passaggio generazionale (40%), perché “risulta essere ancora troppo presto” o perché mancano gli eredi.

La presenza di successori, non rende però la situazione più semplice. Non mancano infatti i casi in cui l'imprenditore fa fatica a trovare le competenze giuste, all'interno della famiglia, o esistono dissidi tra gli eredi o ancora, lo stesso imprenditore e fondatore ha dei “blocchi psicologici” a lasciare il comando alle generazioni future. Molti problemi legati al passaggio generazionale riguardano inoltre l'introduzione di un manager esterno. Nel caso in cui non ci siano eredi, o quelli che ci sono non risultano avere le giuste capacità per prendere le redini dell'azienda, la scelta di un manager esterno alla famiglia può rivelarsi vincente; così come nel caso in cui ci siano tensioni fra gli eredi. Per stemperare il clima teso un soggetto terzo, può infatti essere la carta vincente per riportare equilibrio e pace tra le due parti. Molto spesso, però, l'introduzione di un soggetto esterno viene vissuta male. Si pensa infatti che il manager, non famigliare, non sia in grado di capire la società e le sue logiche. O che voglia “rubare” il lavoro ai membri della famiglia. L'85% delle medie imprese italiane continua infatti a mantenere il board aziendale non aperto a soggetti esterni alla famiglia. Il motivo di questa scelta, secondo Barbaresco, è tutto psicologico. Anche perché molte evidenze sottolineano come, dal punto di vista economico, un manager esterno porti a un aumento della redditività del 30%, rispetto alla chiusura aziendale.

Lo straniero, percepito quasi sempre come “il cattivo” molto spesso è invece capace di iniettare nuova linfa alla società ed a rafforzarla. Diversi studi mostrano infatti come quando il comando viene ceduto completamente ad un soggetto terzo (perché si vende la società) la redditività e l'occupazione aziendale migliorano. “Probabilmente – conclude Barbaresco - perché si riescono a rimuovere le resistenze in cui l'imprenditore era rimasto intrappolato” .

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