Tax gap. Negli Usa l'1% più ricco evade 163 miliardi di dollari all'anno

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Nicola Dimitri
13.9.2021
Tempo di lettura: 3'
Il 5% più ricco dei contribuenti statunitensi rappresenta il 50% delle entrate fiscali perse ogni anno mentre l'1% più ricco degli americani è responsabile di oltre 160 miliardi di dollari di entrate fiscali perse ogni anno. Equivalente al 28% del gap fiscale

Il divario fiscale è alimentato dall'alto ed è una delle principali fonti di iniquità negli Usa. Per questo il Ministero del Tesoro propone di colmare il tax gap autorizzando l'Internal Revenue Service (Irs) a perseguire in modo più aggressivo i ricchi che non pagano le tasse

Negli Usa le false dichiarazioni aumentano con l’aumentare del reddito e i contribuenti più facoltosi alimentano, più di qualunque categoria, l’evasione fiscale. Secondo il dipartimento del Tesoro le entrate perse a causa di questo fenomeno sfiorano il 3% del Pil

Il tax gap rappresenta il divario che intercorre tra il gettito teorico e il gettito effettivo. Altrimenti detto, il tax gap si manifesta nella differenza tra le imposte che i contribuenti effettivamente versano e le imposte che, invece, avrebbero dovuto versare.

Il fenomeno che determina il divario fiscale può essere letto almeno in due modi diversi che, però, non cambiano il risultato. In questo senso, il divario fiscale può essere interpretato: come derivante dalla tendenza dei contribuenti ad assumere condotte di tax non compliance, dunque di inadempimento tributario; oppure discendente dall'incapacità del sistema tributario di essere performante e di instaurare un rapporto virtuoso con i soggetti passivi d'imposta, favorendo la propensione di questi ultimi alla collaborazione e all'adempimento.
Ebbene, è evidente che ogni sistema fiscale è marchiato da un tax gap stante il fatto che non esistono, fisiologicamente, regimi perfetti di adempimento tributario e gli obblighi tributari sono, in molti casi, facilmente aggirabili. Allo stesso tempo, è importante comprendere per quale ragione si crea questo spazio vuoto tra gettito teorico e gettito effettivo e, soprattutto, quale categoria di contribuente tende ad alimentarlo.

Sul punto, il Dipartimento del Tesoro americano ha rilasciato uno studio che, oltre a monitorare l'ampiezza della tax non compliance negli Usa, la qualifica; individuando quali sono i soggetti – contribuenti – che negli Stati Uniti tendono, più di altre categorie, a sfuggire agli obblighi tributari.

Dalla lettura del report “The case for a robust attack on the tax gap”, si apprende che, attualmente, negli Usa la differenza tra le imposte dovute e quelle effettivamente riscosse ammonta a circa 600 miliardi di dollari per anno, con un ammanco pari al 3% del Pil. Secondo le stime del tesoro, questa tendenza – se perpetrata nel prossimo decennio – porterebbe a perdere una cifra impressionante di entrate: oltre 7 mila miliardi di dollari.

Il divario fiscale in America rappresenta una delle principali fonti di iniquità e viene alimentato non tanto dai soggetti che versano in condizioni, se non di indigenza, quanto meno di precarietà economica ma, al contrario, dagli individui più facoltosi i cd. wealthy taxpayers. Questi ultimi, infatti, a differenza dei contribuenti dipendenti e salariati che, anche in automatico, sono portati a dichiarare tutto ciò che guadagnano, da un lato, sono colpiti da tasse non particolarmente significative in rapporto a quanto guadagnano e, dall'altro, grazie ad alcune strategie fiscali – anche del tutto legali - riescono a sottrare parte dei propri capitali a imposizione, evitando di versare quanto effettivamente dovuto.

Dalle stime rese note all'interno del report, in effetti, si evince che il solo 1% degli americani – vale a dire la fascia sociale degli individui più ricchi – riesce a sottrarre all'attenzione del fisco, ogni anno, 160 miliardi di dollari.

Nel rapporto del Dipartimento del Tesoro, scritto da Natasha Sarin, vice segretario aggiunto per la microeconomia, questo fenomeno è confermato dai dati, da cui si evince che la tax compliance dei soggetti dipendenti è quasi perfetta (tasso di non conformità dell'1%); mentre la tax compliance degli ultraricchi è a dir poco opaca, con una soglia di non conformità che può raggiungere il 55%.

I tassi di conformità fiscale sono alti per i lavoratori a basso e medio reddito perché hanno le tasse detratte automaticamente dai loro stipendi. I ricchi, invece, che non ricevono salari o stipendi, sono in grado di utilizzare le migliori strategie fiscali e contabili per proteggere i propri patrimoni dal fisco.


Come esplicitato all'interno del documento, questa tendenza è – per certi versi – tollerata dalla classe politica americana e - per altri - resa possibile dal fatto che l'Internal Revenue Service (Irs), l'agenzia governativa deputata alla riscossione dei tributi all'interno del sistema tributario Usa, è a corto di personale e lavora sfruttando una tecnologia obsoleta; non in grado di accedere alle informazioni relative ai guadagni e ai redditi dei contribuenti ultraricchi, o di incrociare le dichiarazioni fiscali o, ancora, di monitorare il flusso di capitali contrastando le strategie di pianificazione fiscale, spesso aggressiva, poste in essere da società e individui ad alta capacità reddituale.

Per queste ragioni, negli Usa è attualmente al centro del dibattito pubblico la questione relativa alla necessità di abbattere un sistema fiscale che, per così dire, corre su due livelli: in un senso, per i contribuenti ordinari, su cui il prelievo fiscale si manifesta efficacemente; in un altro, per i contribuenti ad alto reddito i quali, invece, proprio in ragione delle loro più alte capacità economiche, riescono facilmente – anche mediante consulenti esperti – a proteggersi dalle pretese del fisco e ridurre così la portata delle loro effettive responsabilità con l'erario.

In questi termini, per assicurarsi che tutti facciano, equamente, la loro parte, il Dipartimento del Tesoro americano insiste per aumentare significativamente il budget dell'Irs, e di agevolare l'accesso alle informazioni detenute dagli enti finanziari, dalle banche, dai fondi di investimento, nella consapevolezza che questo porterebbe nei prossimi anni a riscuotere quasi 2 mila miliardi di dollari, altrimenti persi.







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