Suisse secrets: un altro Pandora Papers o la fine di un'era?

Francesco Guelfi
Francesco Guelfi
28.2.2022
Tempo di lettura: 3'
L'inchiesta Suisse Secrets può sembrare solo l'ultima di una lunga fila di scoop giornalistici volti a rendere pubblici conti bancari e società offshore nei quali sono nascosti patrimoni ingenti, spesso celati al fisco. Perché è diversa dalle altre che l'hanno preceduta? Cosa potrà succedere dopo?
Suisse secrets è il nome dato a un'inchiesta giornalistica internazionale che ha portato alla pubblicazione dei dati relativi a più di 18mila conti bancari aperti presso la banca svizzera Credit Suisse e riferibili a circa 33mila persone, molte delle quali non residenti in Svizzera.

L'inchiesta trae origine da un whistleblower interno a Credit Suisse che ha fornito i dati di questi conti a due giornalisti del Süddeutsche Zeitung, Frederik Obermaier e Bastian Obermayer, i reporter che hanno coordinato le indagini giornalistiche note come Panama Papers e Paradise Papers. Secondo il Guardian che ha riportato l'inchiesta, il whistleblower, protetto dall'anonimato, ha dichiarato di avere agito in quanto ritiene che il segreto bancario svizzero sia immorale.

Il segreto bancario svizzero è previsto dall'articolo 47 della legge federale bancaria del 1934. Per chi lo viola è prevista la pena del carcere fino a cinque anni. Recentemente, dal 2015, il segreto bancario (e le relative sanzioni in caso di violazione del medesimo) si applicano, oltre che alle banche, anche a chi rivela o sfrutta un segreto la cui origine è una banca svizzera. Per questa ragione, l'inchiesta giornalistica, per quanto internazionale, ha escluso giornali e quotidiani svizzeri, per il timore che l'estensione del 2015 della normativa sul segreto bancario potesse arrivare a comprendere anche i giornalisti che divulgano, sulla base del diritto alla libertà di espressione e di stampa, notizie e informazioni provenienti da banche svizzere e, quindi, coperte da segreto.

Al di là del tema circa la compatibilità di una norma a presidio del segreto bancario con la libertà di espressione e di stampa, alla base del diritto del cittadino di sapere ed essere informato, la domanda che sorge spontanea è: davvero il segreto bancario svizzero è immorale? E se sì, di quanto e perché? Dare una risposta a queste domande non è un esercizio che appartiene al campo dell'etica o, più in generale, della filosofia, ma ha risvolti molto pratici non solo e non tanto per la Confederazione Elvetica, ma, soprattutto, per gli altri paesi, Italia compresa. Infatti, se la risposta alla domanda di cui sopra fosse affermativa, ci si dovrebbe chiedere quanta immoralità siamo disposti ad accettare in cambio di un sistema finanziario efficiente e redditizio e quale sia il livello oltre il quale la legge dovrebbe intervenire con strumenti repressivi.

Questo articolo non darà una risposta univoca a un quesito tanto grande e, per certi versi, anche soggettivo, ma cercherà di dare una chiave di lettura della questione e proverà a collocare il tema in un contesto più ampio, per individuare alcune possibili conseguenze di medio periodo.

Perché Suisse Secrets è diversa dalle altre inchieste che l'hanno preceduta


L'inchiesta Suisse Secrets potrebbe sembrare solo l'ultima di una lunga fila di scoop giornalistici volti a rendere pubblici conti bancari e società offshore nei quali sono nascosti patrimoni ingenti, spesso celati al fisco (i precedenti sono il caso del Lussemburgo nel 2008, i Panama Papers del 2015 e i Paradise Papers del 2017, di ciascuno dei quali si è parlato qui. 
In realtà, la natura delle rivelazioni trapelate da Suisse Secrets è in parte diversa da quella delle altre inchieste: ciò che risultava da queste ultime, infatti, era l'esistenza, in conti offshore e veicoli societari localizzati in paradisi fiscali, di patrimoni anche di grandi dimensioni che risultavano più o meno nascosti. Il tema, in proposito, quanto meno quello percepito dalla maggioranza dell'opinione pubblica, era quello fiscale, cioè quello connesso alla sottrazione di questi patrimoni alla tassazione, patrimoniale e sui redditi, che i medesimi avrebbero subito nei paesi di residenza dei loro titolari effettivi. Si trattava, in sostanza, quanto meno a livello di percezione pubblica, di una questione di evasione fiscale.

Ciò è vero anche nel caso dei Suisse Papers: l'inchiesta ha infatti portato alla luce circa 18mila conti bancari riferibili a circa 33mila persone, sui quali risultava depositata una giacenza media di circa 7,5 milioni di franchi svizzeri ciascuno, dove circa 200 di questi conti presentavano una giacenza di più di 100 milioni di franchi svizzeri e più di 12 registravano consistenze di miliardi di franchi, per un totale riferito a tutti i conti bancari venuti alla luce di circa 100 miliardi di franchi svizzeri. Non si sa quanti di questi 18mila conti siano stati dichiarati alle autorità fiscali competenti, ma, sulla scorta delle precedenti inchieste, è possibile ipotizzare che una parte di essi possa non essere stata dichiarata dai rispettivi titolari, risultando, perciò, sconosciuta alle agenzie fiscali dei paesi in cui vivono i titolari effettivi di queste somme.

Tuttavia, negli Suisse Secrets c'è molto di più. In primo luogo, l'inchiesta giornalistica ha riportato che molti di questi conti (e le relative ricchezze lì depositate) erano riferibili a persone coinvolte in tortura, traffico di droga, riciclaggio, corruzione e altri crimini gravi, molte delle quali già condannate per tali reati al momento dell'apertura del conto, o a politici di elevata caratura aventi accesso alle risorse pubbliche dei loro paesi che non sarebbero stati in grado (o non sarebbe stato loro richiesto) di spiegare l'origine delle somme depositate sul conto.

In altre parole, sembrerebbe che, nell'apertura di questi conti, le ordinarie procedure di identificazione della clientela previste dalla normativa antiriciclaggio di volta in volta applicabile (le cosiddette know your customer rules o Kyc) non siano state in grado di identificare queste criticità e non abbiano, appunto, bloccato l'apertura dei conti e il deposito, protetto dal segreto bancario svizzero, di ingenti somme spesso di ignota provenienza.

Il tema nuovo, rispetto alle precedenti inchieste, è che, in aggiunta all'evasione fiscale, Suisse Secrets rivela un'enorme falla nel funzionamento internazionale delle disposizioni antiriciclaggio che, come noto, sono volte a contrastare alcune delle piaghe del nostro secolo, quali il terrorismo, il traffico di armi e di droga e il riciclaggio dei relativi proventi, tramite il tracciamento dei movimenti di denaro, l'identificazione dei beneficiari effettivi di queste somme e la segnalazione alle autorità competenti delle movimentazioni finanziarie sospette.

In buona sostanza, sostengono i giornalisti investigativi autori dell'inchiesta, la combinazione fra la normativa in tema di segreto bancario e le disposizioni in materia di antiriciclaggio avrebbe generato un sistema di controlli annacquato e non in grado di permettere un efficace monitoraggio dei titolari effettivi dei conti e dell'origine delle somme ivi depositate.

In proposito, la banca si è difesa energicamente e ha “fortemente respinto le accuse e le inferenze a proposito delle presunte prassi commerciali della banca” e ha sostenuto che i risultati dell'investigazione giornalistica sono fondati su “informazioni selettive prese fuori contesto, che risultano in interpretazioni tendenziose delle pratiche commerciali della banca” e che le accuse si riferiscono al passato, quando “le leggi, le prassi e le aspettative circa le istituzioni finanziarie erano molto diverse da quelle di oggi”. La banca ha anche specificato – e questo è forse l'argomento più forte – che il 90% di quei conti sono ora chiusi o in fase di chiusura e che il rimanente 10% è stato soggetto ad appropriato due diligence, e che revisioni e altre azioni sono già state prese, inclusa la chiusura di conti bancari in sospeso.
La banca, in sostanza, ha sostenuto che si tratta di conti aperti quando la normativa in materia era diversa, molto meno stringente di quella attuale, e che già aveva posto in essere quelle procedure di “sanificazione” e “bonifica” che l'inchiesta giornalistica le contesta di non avere effettuato. Va notato, in proposito, che lo stesso anonimo whistleblower ha implicitamente confermato quanto sostenuto dalla banca, osservando che non si devono incolpare solamente le banche che, in fondo, si sono comportate da buoni capitalisti, massimizzando i profitti nel rispetto del sistema legale in cui operano.

Il whistleblower, inoltre, e qui sta il secondo elemento distintivo di Suisse Secrets rispetto alle precedenti inchieste, ha affermato che il problema è il legislatore svizzero che, mediante una legislazione opaca, di fatto permette queste prassi. È chiaro che il successo economico della Svizzera dipende in parte dal sistema bancario, ma, ha dichiarato, “è mia opinione forte che una nazione così ricca dovrebbe essere in grado di permettersi una coscienza”.

In che modo la legislazione svizzera favorisce l'occultamento di grandi patrimoni, anche di provenienza illecita e, in certi casi, obiettivamente ripugnante? Un tassello è costituito dal segreto bancario particolarmente pervasivo e dalle pesanti sanzioni comminate a chi lo viola, di cui si è già detto. Un altro è dovuto al funzionamento dello scambio di informazioni fra autorità fiscali (il cosiddetto Common reporting srtandard o Crs), cui la Svizzera è stata spinta (ed è un eufemismo) ad aderire con efficacia dal 2018.

Il Crs prevede l'obbligo, per determinati soggetti, inclusi gli intermediari finanziari, di fornire informazioni finanziarie (incluse quelle relative a conti correnti e relative giacenze e titolari) alla propria autorità fiscale. L'autorità fiscale in questione ha, correlativamente, l'obbligo di scambiare tali informazioni con tutte le autorità fiscali dei paesi aderenti al Crs. Qui, in pratica, si annida il problema, perché, come osservato da Joseph Stiglitz (premio Nobel per l'economia nel 2001) in un articolo sulla Stampa rilanciato anche dall'Huffington Post."Dai Suisse Secrets scopriamo due aspetti inquietanti. La collaborazione giornalistica internazionale ha fatto luce solo su una minima parte delle informazioni sui clienti della banca, eppure in quella minima parte vi erano già molti clienti inquietanti, dittatori e loro famigliari, criminali di guerra, funzionari e capi delle intelligence, manager corrotti, trafficanti di uomini, capi di Stato, uomini d'affari soggetti a sanzioni, violatori dei diritti umani – una vera e propria galleria di canaglie. Che cosa vedremmo se lo squarcio in quella banca fosse più grande? In secondo luogo, sembra che i Paesi che subiscono le peggiori conseguenze per l'assistenza che la banca offre a personaggi di pessima lega siano i Paesi in via di sviluppo e i mercati emergenti. Questa rivelazione conferma ciò da cui gli esperti ci stavano mettendo in guardia già da molto tempo: la Svizzera ha acconsentito a uno scambio automatico delle informazioni perlopiù con altri Paesi avanzati, non con quelli poveri, e ancor meno con quelli che potrebbero ospitare attività illegali. Pertanto, cleptocrazia e corruzione possono benissimo prosperare ancora a lungo".

Stiglitz mette, in effetti, il dito nella piaga. Quello che dice, al netto della complessità tecnica della legislazione in materia, è che l'accordo internazionale che istituisce il Crs è firmato per lo più da paesi ricchi (che così si scambiano fra loro le informazioni circa le attività finanziarie di cui sopra), mentre più di 90 fra quelli poveri non lo hanno firmato e, quindi, rimangono al buio, mentre i loro ricchi nascondono i soldi in Svizzera.

Molti titolari e co-titolari di conti, fra i 33mila circa rivelati dall'inchiesta sono, con ogni probabilità, assolutamente legittimi. Tuttavia, fra quelli problematici, la maggior parte è riferibile a paesi come Ucraina, Thailandia, Egitto e Venezuela. Inoltre, vi rientrano membri apicali di intelligence e delle forze armate di paesi come Pakistan, Giordania, Yemen e Iraq. Paesi, in buona sostanza, che avrebbero sicuramente un interesse a sapere che certi loro cittadini hanno accumulato ingenti ricchezze offshore, ma che non possono saperlo perché, appunto, non sono destinatari dello scambio di informazioni fra autorità fiscali.

Un'ultima, inquietante, particolarità dell'inchiesta Suisse Secrets rispetto alle precedenti è che, come rilevato da Stiglitz, “questa volta non si sta parlando di un'isoletta sperduta, di un paradiso fiscale chissà dove, di un Paese in via di sviluppo e in difficoltà che cerca di escogitare un modello alternativo alla produzione ed esportazione di stupefacenti”, ma di un paese fra i più ricchi al mondo, nel cuore dell'Europa, dove la legalità dovrebbe regnare incontrastata.

Arrivati a questo punto, è il momento di tornare alla domanda iniziale: davvero il segreto bancario svizzero è immorale? E se sì, di quanto e perché? Ancora, se lo è davvero, quanta immoralità siamo disposti ad accettare in cambio di un sistema finanziario efficiente e redditizio e qual è la soglia oltre la quale la legge dovrebbe intervenire?

La definizione di immoralità è chiaramente in parte soggettiva, vero è che aiutare un dittatore (fra i conti scoperti dall'inchiesta ci sono anche quelli intestati al famigerato Ferdinand Marcos, di fatto dittatore delle Filippine dal 1965 al 1986, e alla moglie Imelda) a nascondere denaro di provenienza quanto meno dubbia risulta difficilmente coerente con una qualsiasi definizione di moralità.

Di quanto e perché il segreto bancario svizzero e tutto ciò che lo circonda sia immorale è abbastanza chiaro dalle evidenze dell'inchiesta (assumendo, naturalmente, che le fonti giornalistiche siano attendibili).

Quanta di questa immoralità sia ancora accettabile, nel mondo odierno, fortemente interconnesso e fortemente instabile, è probabilmente la domanda più importante fra quelle che ci possiamo fare, perché in economia e in finanza, ogni cosa, compresa l'immoralità, ha un costo e ci sono indizi che sempre meno paesi siano disposti a sostenerlo.

Alcune, azzardate, ipotesi su cosa potrà succedere dopo Suisse Secrets


L'immoralità, che qui potremmo anche tradurre con opacità, ha un costo che si declina in molte componenti. In primo luogo, l'opacità circa le reali disponibilità finanziarie di un criminale rende difficile punirlo efficacemente, portandogli via il profitto dei suoi crimini e, comunque, restituirlo alle vittime (o risarcirle). È chiaro, infatti, che scontare una pena di qualche anno di prigione e poter godere, una volta averla scontata, di un centinaio di milioni può essere un buon affare per chi prima non aveva niente.

Un altro costo dell'opacità è dato dalla sua efficacia nello spuntare le armi della repressione del terrorismo, del traffico di armi e di droga e del conseguente riciclaggio. Se il denaro proveniente da quelle attività è nascosto e rimane occulto, può essere riutilizzato per finanziare quelle stesse attività, allargandone ulteriormente lo spettro: tutte le attività, quelle criminali comprese, richiedono risorse e aggredire le risorse è uno dei modi più efficaci per colpire quelle attività. Non solo: la normativa antiriciclaggio chiede alle banche di monitorare clienti e movimenti di denaro al fine di segnalare quelli sospetti. Lo scopo è chiaro: queste segnalazioni sono uno strumento fondamentale per le autorità competenti dei vari paesi per avviare indagini nei confronti di soggetti altrimenti insospettabili. Se le banche non sono messe in condizione di eseguire controlli efficaci, di fatto ostacolano la repressione di attività criminali (terrorismo, traffico di armi e stupefacenti etc.) potenti abbastanza da avere impatto sugli equilibri geopolitici globali.

Qui vale fare una riflessione ulteriore che, forse, è anche un salto verso un ordine di grandezza se possibile più grande. Questo articolo è scritto in un momento paradigmatico per l'Occidente e, forse, non solo per esso: mentre le parole si formano sul monitor, in Ucraina si combatte casa per casa contro un'armata di occupazione. La via scelta dall'Occidente è quella delle sanzioni economiche. Ecco, quanto possono essere efficaci queste sanzioni, se poi i destinatari delle medesime possono tranquillamente celare le proprie ricchezze in caveau compiacenti? La risposta è ovvia ed è molto difficile che questa domanda e la sua risposta non siano all'ordine del giorno in questo preciso momento in qualche stanza dei bottoni.

Quindi, in che direzione andrà il consenso internazionale in tema di trasparenza, titolarità effettiva e segreto bancario sembra abbastanza chiaro: non vi può essere rule of law, legalità, senza trasparenza e non vi può essere trasparenza senza rendicontazione e, quindi, senza una drastica rimodulazione in senso restrittivo del segreto bancario.

D'altronde, i segnali già ci sono: le nozioni di beneficiario effettivo ai fini fiscali e ai fini antiriciclaggio stanno convergendo, ne è un esempio la bozza di direttiva dell'Unione europea Atad 3 (in materia di contrasto all'utilizzo di shell companies) che usa ai fini fiscali la nozione di beneficiario effettivo valida ai fini antiriciclaggio. Un altro esempio è la proposta alla Commissione Ue del Ppe (il partito di maggioranza relativa nel Parlamento europeo) di inserire la Svizzera nella black-list ai fini antiriciclaggio, sulla base, appunto, della mancanza di trasparenza derivante dalla sua normativa in materia di segreto bancario.

Per concludere, una considerazione che potrebbe sembrare fantascientifica, se non fosse attuale: la scienza è al lavoro dagli anni 80 sul computer quantistico. Al di là delle complicazioni, si tratta di un computer con una capacità di calcolo molto superiore a quella dei normali computer. Una delle cose che si dice un computer quantistico sia capace di fare molto bene è decrittare un file protetto dalle chiavi crittografiche attualmente in uso. Con queste chiavi di crittografia, un file (che sia un testo, una mail o l'estratto conto di un conto bancario) può essere crittografato e reso illeggibile a chi non possieda la chiave in grado di decodificarlo. I computer attuali, inclusi i super computer, sono in grado di decodificare il file anche senza la chiave, ma solo impiegando un tempo spropositato, mentre un computer quantistico richiederebbe un tempo relativamente breve, rendendo accessibili le informazioni criptate a chiunque.

Bene, si dice: basta sostituire la chiave di crittografia in uso adesso con una chiave crittografica a prova di computer quantistico (cioè elaborata usando un computer quantistico) e ritorneremmo ai livelli di sicurezza (leggi: segretezza) attuali. Ma non è proprio così: come fra l'altro osservato da Edward Luttwak (American Affairs, vol. IV, number 3 (fall 2020): 136-41) qualunque hacker abbastanza bravo, attualmente, può bucare il firewall di una banca e copiare i file lì custoditi. Certo, non è una grande minaccia, adesso, perché i file sono crittografati e, appunto, un computer tradizionale impiegherebbe decine o centinaia di anni per decrittarli e renderli leggibili. Ma cosa succederà quando il computer quantistico sarà disponibile e sarà messo al lavoro su questi dati, ancora crittografati con metodi tradizionali e, quindi, facilmente decodificabili e leggibili da chiunque disponga di un computer quantistico?

Considerazioni, queste ultime, forse premature. Ma sembra proprio che il mondo sia orientato verso una maggiore trasparenza. Se questo sia un bene o un male, si vedrà. Ma sembra abbastanza chiaro che il segreto dei caveau ne uscirà probabilmente malconcio.
Opinione personale dell’autore
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Avvocato e dottore commercialista, è partner e responsabile del dipartimento Tax di Allen & Overy. Ha 25
anni di esperienza nell’assistenza a fondi di investimento, investitori istituzionali, family offices, hnwi e
istituti finanziari italiani e internazionali e vanta una riconosciuta expertise che spazia da tutte le tematiche
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