Le regole della fiscalità internazionale. Verso un giro di boa?

We Wealth
Nicola Dimitri
22.6.2021
Tempo di lettura: 3'
Negli ultimi mesi si è posta al centro del dibattito pubblico la questione relativa alla tassazione dei profitti delle multinazionali

Un recente studio del Fmi si propone di descrivere i vantaggi e gli effetti positivi correlati all’introduzione di un’imposta minima per le grandi società

È necessario continuare a riflettere sulla proposta degli Usa di raggiungere un accordo per fissare una global minimum corporate tax sul reddito delle imprese

A pochi giorni dalla riunione dei Ministri delle finanze dei paesi del G7, il Fondo monetario internazionale rilascia uno studio - The Benefits of Setting a Lower Limit on Corporate Taxation -, con il quale esamina i benefici correlati all'introduzione di imposte fiscali minime a carico delle società, commentando, altresì, la proposta avanzata dall'amministrazione Biden di riformare l'imposizione societaria a livello globale; fissando al 15% l'aliquota fiscale minima per le imprese (global minimum corporate tax).
In un contesto in cui le regole della fiscalità internazionale risultano inadatte ad affrontare le inedite sfide poste dai nuovi modelli di business, soprattutto delle multinazionali, la global minimum corporate tax permetterebbe di contrastare il fenomeno del profit shifting, della delocalizzazione dei profitti delle società in territori a fiscalità ridotta, migliorando, altresì, la trasparenza sul livello d'imposizione effettivo delle imprese.
La proposta di disciplinare a livello globale l'imposizione societaria, discende da numerosi fattori, riconducibili (tra le altre cose) alla necessità di ridurre la competizione fiscale dannosa tra Stati; di proseguire con le più recenti politiche protezionistiche; di risanare l'economia fiaccata dalla crisi economico-sanitaria in corso; nonché di aggiornare le normative fiscali al mutato contesto economico.

Del resto, è sempre più evidente lo scarto che intercorre tra i nuovi modelli di business delle più grandi corporations e gli - inattuali - sistemi fiscali, in cui le stesse imprese operano.

La globalizzazione e l'avvento delle nuove tecnologie, infatti, ha esacerbato le asimmetrie tra la disciplina fiscale che regola la tassazione delle società - ancora in larga parte imperniata su criteri legati alla presenza fisica sul territorio e sulla produzione di beni tangibili -, e le multinazionali.

Queste, soprattutto nell'ambito del digitale, pur senza violare alcuna norma, non solo producono beni immateriali che prescindono dalla localizzazione sul territorio ma, sfruttando le lacune dei sistemi tributari e la competitività fiscale tra gli Stati (race to the bottom), localizzano i propri redditi in Paesi a regime tributario privilegiato. Godendo, da un lato, di un trattamento fiscale favorevole e, dall'altro, erodendo la base imponibile presso il sistema fiscale domestico

In questo contesto, avverte il Fmi, un'aliquota minima di tassazione sui redditi di impresa, rappresenterebbe il primo passo verso una riforma delle regole sulla fiscalità internazionale.

Dai dati messi a disposizione dal Fmi, emerge che sono sempre più gli Stati che introducono a livello domestico la minimum corporate tax, al fine di prevenire l'erosione della base imponibile (dovuta al ricorso indiscriminato alle tax preferences) e garantirsi una soglia minima di gettito, per sostenere le finanze pubbliche.
Il Fondo monetario internazionale, al riguardo, tenta di quantificare l'impatto positivo che, in linea generale, l'introduzione di imposte minime genera sull'attività economica e sui sistemi fiscali: secondo le stime offerte nel report, l'introduzione di imposte minime sulle società mitiga l'erosione della base imponibile derivante da condotte elusive; migliora l'equità dei sistemi fiscali caratterizzati da una più corretta distribuzione del carico fiscale; stimola, altresì, i contribuenti ad assumere comportamenti conformi alle norme.

In questi termini, la minimum corporate tax si presenta come una buona manovra per quegli ordinamenti che cercano di preservare le entrate, impedendo il trasferimento dei profitti verso paradisi fiscali.

La vera sfida, però, è affrancare dall'ambito locale l'applicazione della minimum corporate tax ed estenderla, con un accordo internazionale, a livello globale.

Il progetto proposto da Biden, però, ha suscitato forti contrasti. Per un verso, infatti, la proposta è invisa a quei Paesi che, fino ad ora, hanno adottato politiche fiscali tese ad attrarre le società, garantendo prelievi minimi sulla produzione di redditi e offrendo benefici fiscali particolarmente vantaggiosi; per altro verso, è sostenuta dai governi che hanno assistito, nel tempo, ad un dirottamento verso l'estero dei profitti generati da società nazionali, rinunciando ad entrate significative.

Certamente, poiché gli interessi in gioco sono molti, non è facile, tanto per gli Stati membri dell'Ue quanto per gli Usa, riuscire a livellare il campo di gioco in cui si muovono le società (level the playing field); ponendo in essere regole comuni per le imprese che siano idonee a disincentivare il dirottamento di profitti verso Paesi a fiscalità privilegiata e, al contempo, siano capaci ridurre il divario (anche competitivo) che esiste tra le società multinazionali e quelle nazionali.

E invero, benché siano ancora molti i nodi da sciogliere, la proposta Usa – che ha sollevato e continua a sollevare reazioni contrapposte -, è diffusamente considerata il segno di un passaggio epocale nell'ambito della fiscalità internazionale.

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