Patrimoni nei paradisi fiscali. Quali rischi? Il punto sull'Italia

foto digitale - Nicola Dimitri
Nicola Dimitri
5.7.2021
Tempo di lettura: 5'
L'evasione fiscale è un fenomeno in continua espansione, sostenuto dal proliferare in tutto il mondo dei paradisi fiscali

L’Italia, come dimostrato dai più recenti dati, è un paese particolarmente attivo negli scambi di capitali con i paradisi fiscali

È importante comprendere a quali rischi ci si espone quando si effettuano operazioni finanziarie verso ordinamenti a fiscalità ridotta

L'Italia, come è noto, esporta valore in tutto il mondo e vanta eccellenze accreditate in molti settori. In particolare in quello dell'agroalimentare, della moda, del design.

Non è un caso, in effetti, se l'export del Made in Italy è considerato uno dei fattori su cui occorre più investire per riprendersi dalle contrazioni pandemiche.

Del resto, benché la crisi sanitaria in corso abbia influito negativamente sugli scambi commerciali di tutti gli Stati, dalle analisi per il 2021 elaborate dall'Osservatorio Economico del Ministero degli Affari esteri, emerge che l'Italia ha mantenuto intensi rapporti commerciali con l'estero, esportando prodotti sia in ambito Ue che extra Ue.
Come si evince dai documenti pubblicati, i principali Paesi destinatari delle esportazioni italiane sono, nell'area Europa, la Germania, la Francia e la Spagna; mentre, nell'area extra europea, gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Russia.

E invero, c'è un altro modo di intendere l'export italiano, che non ha a che fare con il Made in Italy; dunque con tutto quel catalogo di prodotti di alta qualità diffusamente considerati, sul piano internazionale, sinonimo dell'eccellenza italiana.

Sul fronte delle “esportazioni” italiane, infatti, bisogna annoverare anche un altro genere di “prodotto”, che rimane sottotraccia. Vale a dire il denaro: trasferito illecitamente o mediante operazioni poco trasparenti in altri ordinamenti al fine di sottrarre i capitali a imposizione.
In Italia, stando ad alcuni recenti dati messi a disposizione dal network Tax Justice, si registra una forte tendenza a dirottare all'estero capitali. Preferibilmente in Stati a fiscalità ridotta, caratterizzati da ordinamenti che, alle politiche sulla trasparenza legale, prediligono quelle che tutelano il segreto bancario e l'anonimato sulle transazioni.

Dalle stime pubblicate da Tax Justice, emerge che il trasferimento di capitali verso l'estero posto in essere da società e da persone fisiche – in forza di pratiche elusive o abusive – genera, solo in Italia, una perdita di entrate che sfiora il 2% del gettito fiscale totale.

In questi termini, le condotte elusive (che si caratterizzano per essere operazioni sprovviste di sostanza economica, funzionali al raggiungimento di un vantaggio fiscale indebito) tese, in questo caso, a trasferire capitali verso Stati a fiscalità limitata, da un lato, generano una perdita secca per ogni cittadino italiano pari a 200€ l'anno, dall'altro, incidono negativamente sulla capacità dello Stato di investire in settori chiave.

Ad esempio, si stima che l'economia sommersa determini, direttamente e indirettamente, una riduzione della spesa pubblica nell'ambito sanitario e dell'istruzione pari, rispettivamente, al 9% e al 14%.

Ebbene, così come nell'ambito delle esportazioni e degli scambi commerciali l'Italia ha dei partner consolidati, anche nell'ambito del trasferimento di capitali nei paradisi fiscali, si registrano delle preferenze geografiche da parte degli italiani.

Le società o i privati cittadini italiani tendono a trasferire capitali principalmente in Olanda, alle Isole Vergini britanniche, in Lussemburgo, alle Cayman, o negli Emirati Arabi.
Proprio con riferimento agli Emirati Arabi, non stupisce, la recente notizia della cd. “Lista Dubai”.

Si tratta di un file anonimo, di cui sono entrate in possesso le autorità tedesche, che conterrebbe, tra le altre cose, la lista di alcuni potenziali evasori italiani che nell'ultimo periodo hanno trasferito capitali a Dubai senza dichiararlo al fisco.

Nel merito, l'Agenzia delle entrate su impulso del Ministero dell'economia e delle finanze, nell'ambito delle misure volte a contrastare i fenomeni di evasione fiscale, avrebbe richiesto al governo tedesco di ottenere la lista con i nomi dei presunti evasori italiani.

La lista Dubai, per certi versi, ricorda la cd. Lista Falciani, relativa ad un'operazione che portò le autorità italiane ad ottenere i nominativi di oltre 7 mila correntisti che avevano dirottato e depositato in Svizzera in conti off-shore oltre 6 miliardi di euro.

Ebbene, la recente fuga di notizie relativa alla Lista Dubai, obbliga a interrogarsi su quali possono essere le conseguenze previste dal nostro ordinamento per chi trasferisce capitali nei paradisi fiscali senza dichiarare nulla al fisco.

Senza dubbio, occorre tenere distinta la categoria dell'evasione da quella dell'elusione, trattandosi di due fattispecie diverse: la prima rappresenta un illecito e si caratterizza per una condotta posta in essere al fine di occultare la materia imponibile; la seconda, correlata alla nozione di abuso del diritto, non prevede sanzioni penali e si caratterizza per una condotta posta in essere dal contribuente con il solo fine di ottenere un vantaggio indebito, altrimenti non raggiungibile.

Con riferimento all'evasione, in linea generale, possono individuarsi almeno tre ordini di rischio.

In prima battuta, il contribuente che trasferisce capitali in un paradiso fiscale rischia di andare incontro alla cd. presunzione di evasione fiscale.

Nel dettaglio, il soggetto che detiene investimenti e attività finanziarie negli Emirati, a Panama o in Svizzera (ad esempio) e non li dichiara nel modello redditi (Quadro RW), verrà considerato, dalle autorità italiane, in via presuntiva un evasore. Conseguentemente, i redditi derivanti dalle attività finanziarie potranno essere recuperati a tassazione in Italia.

In secondo luogo, il contribuente rischia di vedersi raddoppiate le sanzioni.

Nell'ipotesi in cui il contribuente non fornisca prova contraria circa la provenienza dei proventi correlati alle attività detenute nei paradisi fiscali e, conseguentemente, nel caso di recupero a tassazione dei redditi evasi, l'Agenzia potrà applicare il doppio delle sanzioni che si applicano, in generale, entro i confini nazionali.

Infine, vi è il rischio di andare incontro al raddoppio dei termini di accertamento.

Altrimenti detto, l'Agenzia delle entrate può svolgere le procedure di accertamento, circa la quantità delle imposte evase e la provenienza dei redditi, in un tempo raddoppiato rispetto a quello ordinario.
Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti